Paola Drigo.
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La signorina Anna.
Racconti.
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1932 Ermes Jacchia, Arti Grafiche Delle Venezie.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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PREMESSA.
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Le creature che s'incontrano qui, non sono quelle che piacciono generalmente al pubblico che dedica qualche ora alla cosidetta letteratura amena.
Sorelle di altre alle quali diedi in passato amore e piet, sono modeste creature senza splendore, a cui pochi o nessuno presta attenzione, figure in penombra, vestite solamente della loro sincerit e del loro dolore.
Mi hanno interessato infinitamente pi di quelle che posseggono brillante scorta di paggi e cavalieri, posto eminente sulla scena dell'arte e della vita, predilezione di pubblico ricco e generoso. Ho vissuto, creandole, veramente con loro, e il raccontarne le vicende, il fissare le linee toccanti o tragiche del loro destino, mi  costato talvolta vera sofferenza.
Si  creduto di riconoscere in qualche mio Racconto, e particolarmente in "Paolina", il proposito e lo spunto di una battaglia, e, in "Pare un sogno" l'intenzione di rispondere ai molti X d'una recente scoperta che, realizzata, sconvolgerebbe l'inesorabile fatalit dei turni nella vita.
No. Non si ricerchino tesi nei miei racconti. Il "si vuol dimostrare"  secondo me compito dello scienziato, del filosofo, non dell'artista; e quando costui v'inciampa dentro, ci avviene quasi sempre a detrimento dell'arte e con meschino risultato per la scienza e per la filosofia.
 altrettanto vero per che il maggior orgoglio del narratore consiste nel far scaturire dai singoli casi narrati, lieti o tristi che siano, qualche verit, qualche considerazione d'interesse umano generale, qualche sentimento, che oltrepassi i limiti del suo racconto. Ci eleva il tono dell'opera d'arte, ne allarga l'orizzonte, , ad un tempo, la sua meta, e la sua ragione di essere. Ma a raggiungere quest'alta meta non s'insegna, non s'impara, n ci si prefigge:  dono divino. Deve avvenire naturalmente, ed avviene, quando l'opera ha veramente le sue radici nelle realt della vita e della fantasia, e l'artista  tale da saper esprimerle compiutamente.
Ed  altrettanto vero che - l'arte essendo vita - l'artista affronta sempre, consapevolmente o inconsapevolmente, perfettamente o imperfettamente, in ogni espressione un po' complessa della sua personalit, un problema di vita.
PAOLA DRIGO.

LA SIGNORINA ANNA
 1.
Quella sera d'ottobre, dalla corriera autobus che fa servizio in quel remoto angolo di provincia, scesero nel cortile del Leon d'Oro due soli viaggiatori: un vecchio signore e una signorina.
Lui alto, viso acceso, capelli e baffoni bianchi, portamento rigido e un po' impettito di vecchio militare; lei, una figuretta gentile e minuta, velata di nero.
Padre e figlia, parevano; e vestivano ambedue in gran lutto, modestamente. Ella portava una valigetta.
S'incamminarono tosto, preceduti da un ragazzotto che faceva saltellare sul selciato il carretto carico del loro bagaglio, sotto i portici di via Nazario Sauro, e suonarono alla porta della signora Zenobia, che affittava abitualmente un quartierino ammobiliato.
Dovevano essere attesi, perch l'uscio si schiuse subito, e nell'andito apparve zoppicando la signora Zenobia in persona, con un candeliere in mano.
Non erano ancra le sette, ma nella borgata incominciavano a brillare i primi lumi, e siccome cadeva qualche gocciolina di pioggia, le strade si erano fatte improvvisamente deserte. L'arrivo dei due forestieri pass perci inosservato e senza suscitare curiosit.
Il giorno dopo per, al Caff Centrale, uno dei notabili del paese, che aveva la figliuola al Convento delle Orsoline, forniva a un crocchio d'amici notizie di quei due.
Il vecchio era un ex colonnello di cavalleria in pensione, e la signorina, sua figlia, raccomandata da una gran dama di Torino alla Superiora delle Orsoline, era la nuova maestra d'inglese venuta a sostituire Miss Smoll, morta di vecchiaia due mesi prima. Pareva che fossero piemontesi e nobili. Si chiamavano De Friours.
Ma anche queste notizie suscitarono scarso interesse. Uno degli ascoltatori disse soltanto:
- Una piemontese a insegnar l'inglese!
E il bene informato rispose:
- Mah!...
E come si trattava di gente onesta modesta e povera, nessuno si occup pi dei De Friours, e la loro vita cominci a svolgersi tranquillamente.
La signorina usciva tutte le mattine per recarsi al Convento e ne ritornava alle dodici in punto. Camminava a passi svelti sia nell'andata che nel ritorno; non guardava n a destra n a sinistra, non si fermava a parlare con nessuno. Nelle giornate fredde o piovose non la si vedeva pi per tutta la giornata.
Ma, quando c'era bel sole, alle due precise padre e figlia sbucavano fuori dai portichetti di via Nazario Sauro, e, a braccetto, attraversata la piazza, si dirigevano lentamente verso la riva del fiume.
Egli portava il soprabito abbottonato fino al collo, un alto solino, un cappello di forma un po' antiquata; ella, sempre il solito vestito, la solita toque guernita di crespo nero.
Per raggiungere il fiume, dovevano passare davanti alla farmacia e al caff, che erano attigui, e dove oziava spesso il solito crocchio dei benestanti del paese. Alto com'era, il padre si appoggiava piuttosto pesantemente al braccio della figlia, e trascinava un po' la gamba destra nel camminare. Se al loro passare qualcuno salutava, il vecchio rispondeva con una bella scappellata all'antica; la figlia, con un lieve chinar del capo e con un gentile sorriso. E siccome l'inverno era in quell'anno insolitamente mite, la loro apparizione era divenuta cos consuetudinaria e cos puntuale, che a una cert'ora, invece di guardar l'orologio, si diceva:
- Devono esser le due: sono passati il colonnello e la signorina.
Il colonnello e la signorina passeggiavano per mezz'oretta lungo l'argine del fiume, sotto gli ippocastani quasi spogli di foglie, giunti al ponte, sostavano a godersi il sole e a guardar l'acqua azzurra e rapida scintillar fra le rive gelate; poi tornavano indietro per la stessa strada.
Cos trascorse la prima parte dell'inverno.
Or avvenne che un giorno, - essi erano passati per la piazza da men che mezz'ora - si vide arrivare correndo a tutte gambe verso il caff un ragazzetto che pareva spaventato, e gesticolava, e voleva dir qualche cosa, e non riusciva a farsi capire.
Senza fiato, ripeteva con grandi gesti:
- Laggi... quel signore vecchio... caduto...
Sulle prime si credette che il colonnello fosse caduto nel fiume. Quattro o cinque persone si fecero incontro al ragazzetto interrogandolo, ed infine riuscirono a capire che il vecchio signore era stramazzato tutt'a un tratto in mezzo alla strada, ed era rimasto l che pareva morto.
Il ragazzo, che stava giocando sul ponte, aveva visto, ed era scappato in paese a dare l'allarme.
Dal gruppo si stacc tosto una persona zelante che corse difilato in cerca del medico; gli altri a grandi passi s'incamminarono verso la riva del fiume preceduti dal fanciullo che aveva portato la brutta notizia.
- Non avrai detto per burla, eh, Micelin?
Ma no; laggi verso il ponte, in fondo alla strada cotta dal gelo, si vedeva veramente un gruppetto nero di gente affaccendata intorno a qualcuno che stava per terra. Cercavano certo di sollevare il caduto. E infatti, prima di essere raggiunto dagli accorsi, il gruppetto si sciolse per lasciar passare due uomini che portavano il gran corpo inerte del vecchio. La figlia gli camminava allato tenendogli una mano, l'altra mano penzolava cerea; un ragazzetto aveva raccolto il cappello infangato ed ammaccato; dietro venivano alcune donnicciuole sbucate fuori dalle casette lungo il fiume.
- Cosa  stato?
- Un malore improvviso.
- Uno svenimento.
- Camminava spedito, e, tutto a un tratto...
- Non sar nulla.
- In farmacia, in farmacia.
Ma ognuno parlava sottovoce come dietro a un funerale, e tutti guardavano la figlia, che non diceva niente, batteva i denti, e camminava come non vedesse nessuno, cogli occhi attaccati al volto del padre.
Si era levato un gran vento che faceva turbinare le foglie gialle degli ippocastani; il piccolo corteo, quasi correndo fra le raffiche gelate, arriv finalmente in farmacia.
L sul piccolo divano di tela cerata, adagiano il caduto, gli slacciano le vesti, lo spruzzano d'acqua fredda. La figlia inginocchiata per terra gli regge la testa, cerca di riscaldargli le mani col fiato, lo chiama sottovoce:
- Pap, pap...
Il farmacista gli fa odorare dei sali e gli ascolta il cuore. Batte, batte. Ma egli non rinviene.
Ed ecco che per colmo arriva colui che era corso in traccia del medico, e dice:
- Il dottor Brtoli non c'.  stato chiamato d'urgenza ad A... per un parto difficile. Ne avr per parecchie ore.
Gli astanti si guardano l'un l'altro perplessi; il farmacista assume un'aria molto preoccupata, e incomincia a strapazzare coloro che si assiepano intorno all'infermo.
- Che fate qui?... Aria, aria!
In quello la porticina dalle tendine verdi si schiude nuovamente - (tin tin! fa il campanello) - ed entra un signore giovane vestito alla cacciatora, col fucile a tracolla, e due bei bracchi al guinzaglio. Evidentemente non sa nulla, perch guarda con sorpresa la piccola folla, sente il caso, scambia due parole col farmacista. Non c' il medico? Allora si toglie il cappello, si avvicina rispettosamente alla signorina, si presenta:
- Orsenigo. - E dice: - Posso essere utile? Ho la laurea in medicina bench non eserciti. Credo sia bene trasportare subito il signore in casa sua e adagiarlo sul suo letto.
La signorina acconsente vivamente, pi collo sguardo che colla voce. Detto fatto. Il giovane si affaccia all'uscio della farmacia e getta un fischio. Dalla piazza accorre un contadino, egli pure vestito alla cacciatora e col fucile a tracolla.
- Severo, porta a casa i cani - dice il giovane.
- S, signor conte.
S'improvvisa una specie di barella, la gente fa ala, il piccolo corteo riattraversa rapidamente la piazza, ed infila i portichetti di via Nazario Sauro.
Il calzolaio lascia il deschetto, il falegname la pialla, il barbiere il cliente colla faccia insaponata, ed escono sulla soglia delle loro botteghe, a guardare con occhi attoniti e curiosi.
Quella sera non si parl d'altro in paese.
Un avvenimento interessante era finalmente piovuto nello stagno immoto della vita provinciale.
La disgraziata assenza del dottor Brtoli, il magnanimo e provvidenziale intervento di Orsenigo, il dolore senza lagrime della signorina, e tutte le varie fasi della caduta, del trasporto e della sosta, occupavano e preoccupavano vivamente le fantasie.
Alle sette, in un crocchio che stazionava ancora al caff, qualcuno diceva che il colonnello stava malissimo, altri assicurava che era gi morto. Corsero anche delle scommesse.
E la gente non si decideva ad andar a cena, sbirciando sempre dalla parte di via Nazario Sauro, colla speranza di vederne sbucar fuori Orsenigo.
Assai tardi ne sbuc invece Severo, che tornava proprio "di l", dall'aver portato un mantello al suo padrone. Tentava di sgattaiolare non visto, ma non gli riesc, e fu circondato e crivellato di domande. Allora, balbettando un poco, com'era suo costume, disse:
- Sta meglio; ha aperto gli occhi, e ha detto: Anna.
- E il conte?
- Il conte  ancora l, ma in questo momento  arrivato il dottor Brtoli. E se la svign.
- Anna... Anna... Anna... - Colla lingua inceppata, colla bocca un po' storta, girando qua e l gli occhi torbidi e smarriti come uno che torni da un paese misterioso e terribile o dalle tenebre risalga alla luce e faccia uno sforzo per riabituarsi all'aspetto delle cose consuete, il vecchio pareva non sapere e non ricordar pi, se non quel nome.
- Anna... Anna... Anna... - balbettava incessantemente come se il senso della vita ritornasse a lui per quell'unica parola. - Anna... Anna... - ripeteva colla voce querula e angosciosa di un bimbo che nel terrore invochi la madre.
La chiamava non appena ella si scostava di un passo, ma la chiamava anche quando gli era vicina, curva sul suo letto, e rispondeva: - Sono qui, pap.
Pareva non la vedesse o non la riconoscesse.
Ella non aveva ancora versato una lagrima, n, si pu dire, pronunciato parola. Si muoveva per la stanza senza rumore; aveva delle mani piccole, leggere e rapide, di un'estrema delicatezza di tocco, che eseguivano tutto con prontezza e con precisione. Quando non poteva far nulla, rientrava nell'ombra, aspettando, e nella scarsa luce della stanza si discerneva soltanto il biondo dei suoi capelli e la bianchezza delle sue mani.
Cos pass qualche tempo. L'infermo parve assopirsi. Orsenigo ed il Brtoli non si movevano, vigilando.
Ma alle dieci il vecchio si risvegli con un sussulto.
- Anna! - ricominci con un lagno disperato.
Ella si chin su di lui e gli pos lievemente la mano sulla fronte.
- Taci, pap - disse a voce bassissima. - Non stancarti a parlare.
Egli tacque subito. Ma i suoi occhi si apersero larghi e fissi sul volto di lei: la riconobbero, e si empirono di lagrime.
Il miglioramento cominci da quel punto, e due settimane dopo la crisi poteva dirsi felicemente superata.
-  fuori pericolo, glielo assicuro, signorina Anna - dichiar finalmente una sera il dottor Brtoli scendendo le scale. - Non vede? Non soltanto ha riacquistato la parola e il lato sinistro del corpo, ma c' speranza che col tempo ricuperi parzialmente anche il destro. Certo,  stato un avvertimento... grave; ma la robustezza dell'organismo permette di sperare ancora su anni di vita. Una vita molto limitata, con molti riguardi, con molte comodit... Ma che cosa vogliono dire quegli occhi rossi e quell'aria turbata? Ma come?...  stata cos brava e coraggiosa quando tutto pareva perduto, ed ora che il peggio  passato, si vuol disperare! Ma perch?...
La giovane donna chin il capo.
- Domani scade la mia licenza; l'ho rinnovata gi due volte e non posso pi rinnovarla - rispose arrossendo. - La Superiora mi ha scritto che alcune famiglie si sono lagnate che manchi la lezione d'inglese. Se io non posso riprendere, dovrebbe provvedere a supplirmi.  giusto. Ma sarebbe disgrazia grande per noi.... E tuttavia io non posso lasciar solo pap... - aggiunse, quasi parlando a s stessa.
- Figliuola mia, che debbo dirle? La vita umana  nelle mani di Dio, ma da quel poco che io so e vedo, ritengo che ella potrebbe assentarsi per qualche ora al giorno senza timore.
- Non ho coraggio. Pap ha ancora troppo bisogno di cure e di compagnia.  cos avvilito, cos debole, cos abbattuto moralmente! Senza poter muoversi, senza poter occuparsi, solo... Come lasciarlo?
- Ma non rester solo del tutto. Io le prometto di venire a vederlo ogni giorno. E quando non potessi io, c' Orsenigo. Orsenigo ha un gran cuore. Mi pare che si sia veramente affezionato al colonnello e sono sicuro che non l'abbandoner.
- Il dottor Orsenigo  stato molto, molto buono con noi; e gli dobbiamo grande riconoscenza - disse la giovane donna.
- E dunque coraggio! Ha degli amici fidati. Riprenda la sua scuola. Vedr che durante la sua assenza qualche angelo custode piover dal cielo a tener compagnia al colonnello e a leggergli il giornale.
Era, il dottor Brtoli, un uomo sui sessant'anni, piccolo e grassetto, coi capelli ancor neri, e due occhi vivissimi ed arguti.
Sotto una scorza scabra, aveva un cuore generoso ed un'intelligenza acuta, insoddisfatta, e resa un po' amara dalla vita di paese. Rimasto vedovo di una donna isterica e bigotta che gli aveva reso l'esistenza insopportabile, nutriva scarsa stima per le donne, e al letto dei malati le considerava con una specie di diffidenza, come un ingombro.
- Il meno peggio che possono fare - diceva -  di far confusione.
Quante volte gli era avvenuto di dover abbandonare il malato vero, il malato grave, per calmare i contorcimenti ed i gemiti delle donne di casa!
Dalla guerra, avendo prestato servizio negli ospedaletti da campo, era uscito colla convinzione che, se al capezzale degli ufficiali non ci fossero state tante belle donnine, le ferite si sarebbero rimarginate pi presto, e qualcuno non sarebbe andato all'altro mondo. E lo diceva: un po' scherzando, un po' sul serio. Se faceva qualche eccezione, la faceva con molte riserve.
Con tutto ci, per quanto riguardava Anna, il suo scetticismo era completamente caduto.
Durante la malattia del colonnello, l'aveva vista di notte e di giorno ininterrottamente per tre settimane, con poca simpatia dapprincipio, poi con involontaria deferenza: colpito dalla resistenza, dalla devozione, dal silenzioso coraggio di lei. Apprezzava soprattutto la sua taciturnit, la leggerezza del suo passo, la precisione intelligente con cui eseguiva gli ordini; la nessuna ostentazione nel dolore; la semplicit del suo sacrificio.
E siccome era generoso d'animo, avrebbe voluto gridarlo ai quattro venti che, questa volta, si era sbagliato.
- Quella ragazza  ammirabile - aveva detto una mattina a Orsenigo uscendo con lui dopo una crisi particolarmente grave e penosa per il colonnello. - Adora suo padre: si vede che soffre; e riesce a dominarsi per sembrargli serena, per aiutarlo meglio, per agire. Sono venti giorni che non si concede un attimo di riposo n di giorno n di notte. Una donna che tace e che lavora! Se avessi una figlia, vorrei che fosse cos, come questa.
E Orsenigo aveva risposto:
- Ha ragione.
Anch'egli, in fondo, aveva scarsa opinione delle donne, o piuttosto, ne aveva conosciute poche, e quelle poche non precisamente degne di considerazione.
Gli era mancata anzitutto la tenerezza e la compagnia di una madre; poi, solo, giovane e scapolo, aveva avuto saltuariamente qualche avventura, di quelle che non costano sacrifici n seccature, e non implicano indagini psicologiche: le signore, in genere, le aveva sempre evitate, perch esigono dei riguardi e perch gli davano soggezione.
Egli era il frutto di un effimero capriccio che suo padre, il conte Alvise Orsenigo, gi sul declinare degli anni, aveva avuto per una bella cameriera. La ragazza era morta dando alla luce Piero. E l'infanzia del fanciullo era stata ben triste: tollerato per interesse dai fratelli della madre, operai carichi di famiglia che vivevano in una specie di cascinale nei dintorni di Milano; trascurato dal padre che si faceva vivo solo due volte all'anno, a mezzo di notaio, con un assegno.
Un bel giorno, tutto ci era improvvisamente mutato.
Forse sentendo l'avvicinarsi della morte, il conte Alvise aveva reclamato il fanciullo, l'aveva legalmente riconosciuto per figlio, e collocato in uno dei migliori collegi d'Italia, diretto dai Padri Gesuiti.
Due anni dopo moriva, lasciandolo erede di tutta la sua fortuna.
Della sua infanzia, Piero non amava parlare; non amava neppure ricordarsene: non gli piaceva affatto che sua madre fosse stata una cameriera.
Di quei primi anni disgraziati, gli era rimasta l'impressione come di una profonda scottatura che, toccata, bruciava ancora, e una segreta avversione per la citt. Appena raggiunta l'et maggiore e conseguita la laurea, aveva infatti venduto il palazzo di Milano, e si era stabilito in campagna, nel Veneto, dove aveva ereditato vasti possedimenti, ed una bella villa che gli Orsenigo non abitavano da mezzo secolo.
Qui divideva le sue giornate fra la caccia e l'amministrazione dei suoi beni: avrebbe potuto far meglio e di pi, ma l'accidia che stagna nell'aria di paese, gli si era insinuata nelle vene, e, per compiere uno sforzo e sottrarvisi, gli mancava la spinta del bisogno e dell'ambizione.
Cos, si accontentava di una vita mediocre e spiritualmente ristretta, in cui avevano larga parte gli agi materiali, e in cui anche il suo fisico, - fra il buon vino e la buona tavola - aveva finito per appesantirsi alquanto. Ormai, l'abitudine che lo gettava fuor del letto ogni mattina all'alba per infilar gli stivaloni da caccia e uscir per la campagna con Severo e coi cani, lo riportava invariabilmente ogni sera a far quattro chiacchiere fuor della farmacia, o a giocar la partita col dottor Brtoli o coi magnati del paese.
Giornate lunghe, quiete, interminabili. Ma Piero in fondo non ne era malcontento: talvolta, un po' annoiato. E aveva paura d'ingrassare.
A ventisei anni, alto, massiccio, con larghe spalle, forte naso, due distratti chiari occhi di miope dietro le lenti, ne mostrava qualcuno di pi. Ma aveva un sorriso fanciullesco che, scoprendo dei denti bellissimi, attraversava a lampi, come una vena di gentilezza, la sua fisionomia.
Le due razze da cui era uscito, come due correnti che scorressero insieme nello stesso letto senza essersi ancora ben fuse, avevano lasciato in lui, s al morale che al fisico, la loro impronta un po' torbida: una natura ricca di forti istinti e povera di volont, ed una fisionomia piuttosto comune, che il sorriso rendeva talvolta singolarmente attraente.
In paese lo consideravano come un re. Lo chiamavano "il conte", per antonomasia, senz'altro. Era senza discussione il pi ricco proprietario della provincia, e, sulla facciata della sua villa, il vecchio stemma portava il berretto dogale. Particolare che Piero riteneva essergli indifferente, e non era. Anzi, gli dava qualche volta un'involontaria espressione d'alterigia, che era forse l'affermazione pi forte della sua personalit.
Offrendosi di assistere il colonnello De Friours in assenza del dottor Brtoli, Orsenigo aveva obbedito a un impulso generoso dell'animo di cui per si era pentito immediatamente, prima ancora di arrivare in via Nazario Sauro. Ma ormai non c'era pi tempo. E aveva dovuto rimanere, come il topo in trappola, per mancanza di scampo.
Giunto nell'alloggio dei De Friours, aveva cominciato col sentirsi impacciato della ristrettezza dell'ambiente.
Grande e poderoso com'era, avvezzo alle vaste sale della sua villa, non riusciva a muoversi nella stanzetta di pochi metri quadrati, bassa e scarsa di luce, dove avevano adagiato l'infermo. Faceva un passo, ed urtava il cassettone; si voltava, e pestava i piedi alla signorina. Se si rizzava da sedere, gli pareva di sfondare colla testa il soffitto.
E poi, la signorina si sarebbe accorta delle sue mani, un po' grosse, colle unghie rosicchiate, e dei polsini un po' sciupati; anche le scarpe, dopo una giornata di caccia, erano sporche, infangate, ed in pessimo stato.
Delle "signorine", se mai ci aveva pensato, Piero aveva un'opinione oscillante e non ben sicura: un po' le considerava colla fatuit del Don Giovanni di villaggio avvezzo alle facili conquiste, un po' ne aveva paura, non sapeva come trattarle, e si sentiva con loro a disagio.
Fortunatamente, "questa" non mostrava di osservarlo affatto, ed era cos assorta nel padre, eppoi cos piccola, riservata e silenziosa, che non pareva neppure quell'essere ambiguo e pericoloso che si chiama signorina.
Allorch il dottor Brtoli, sopraggiungendo, gli aveva detto:
- Benissimo; non si poteva far meglio n di pi - una scossa di ingenuo orgoglio l'aveva fatta arrossire fino alle tempie. E quando il Brtoli, anche a nome della signorina, l'aveva pregato di ritornare con lui l'indomani e i giorni seguenti a visitare l'infermo, aveva acconsentito.
La medicina l'appassionava vivamente, e gli piaceva, in fondo, fare qualche cosa di utile; sentirsi capace di qualche cosa.
Cos, a poco a poco, senza avvedersene, si era addomesticato all'ambiente.
Le prime volte, miope e distratto com'era, preoccupato delle sue lunghe gambe, qualche gaffe l'aveva fatta: aveva rovesciato, passando, un tavolino; si era seduto sul cappello di Anna; ma, superato il primo impaccio, aveva finito - come succede ai timidi - per attaccarsi a quelle visite, per far di esse un'abitudine gradita, quasi un bisogno della sua giornata.
Trascorsa la terza settimana, il colonnello aveva incominciato ad alzarsi per un'ora al giorno. Alle tre, Anna lo vestiva, gli ravviava i bei capelli candidi, gli avvolgeva le gambe negli scialli; alle tre e mezza, Orsenigo arrivava, per aiutarla a portarlo nella poltrona accanto alla finestra.
Da quella finestra si vedeva il fiume, qualche pioppo, e, in fondo in fondo, il profilo azzurrino e sfumato dei monti. Qualche rintocco di campana veniva di lontano. Orsenigo tirava fuori dalle grandi tasche qualche giornale illustrato, talvolta un mazzo di mammole delle sue serre, di quelle grossissime mammole cos scure da sembrar quasi nere.
Anna metteva quelle mammole in una coppa di vetro leggero e verdolino che sembrava tinta d'acqua di mare; avvicinava un tavolinetto con tre tazze, faceva il t, lo versava. Parlavano, tacevano.
E inconsciamente, malgrado l'ambiente ristretto e povero, quell'intimit, quell'atmosfera semplice e affettuosa, il lieve vapore del t, gli occhi buoni del colonnello, il tranquillo sorriso e le piccole mani di Anna, davano al giovane un'impressione di benessere, quasi di aver ritrovato per un'ora ci che nella sua vita non aveva avuto mai: la dolcezza di una famiglia.

2.
Uno dei divertimenti preferiti dai frequentatori del Caff Centrale era quello delle scommesse.
Nella sala lunga e stretta dove, lungo le pareti, l'uno di fronte all'altro, due divani di finto cuoio portavano l'impronta di molteplici generazioni, sotto gli specchi velati di garza rosa, si riunivano ogni sera dopo cena i magnati del paese. Vi capitavano spesso anche Orsenigo e il dottor Brtoli per una partita a bigliardo, tanto per ingannare il tempo e far venire le dieci. Ma i magnati restavano abitualmente fin oltre la mezzanotte, a leggere i giornali, a giocare a carte, a discutere di politica estera. Esaurite queste tre occupazioni, incominciavano le scommesse. Oh, su qualunque cosa. Quando non c'erano fatti di grande importanza, la vita di paese, i pettegolezzi, il tempo, offrivano pretesto e argomento per questo spasso, talvolta ingenuo, spesso indiscreto.
Si scommetteva sul rialzo o sul ribasso dei titoli in Borsa, come sul buono o sul cattivo raccolto; sulla guarigione (o sulla morte), del tal malato; sul maschio o sulla femmina che la moglie del podest avrebbe dato alla luce; sulla bocciatura o sulla promozione del figlio del farmacista: talvolta, su cose ancora pi idiote, o pi grassocce, o pi inutili.
Il perdente, o i perdenti - ch spesso gli scommettitori si dividevano in due fazioni - dovevano pagare una bicchierata.
Quella sera, Orsenigo e il dottor Brtoli avevano appena messo piede nella sala da bigliardo, quando due giovanotti si staccarono da un gruppo dove si discuteva e si rideva, e vennero loro incontro direttamente, dicendo
- Ecco; loro sono al caso di saperlo. Loro l'hanno certo vista bene.
- Chi? - fece il Brtoli, colla faccia scura che assumeva quando parlava con "quegli imbecilli".
- La maestra d'inglese. La figlia del colonnello. Ha gli occhi grigi o neri? Siamo quattro contro quattro a scommettere. Da parecchi giorni le facciamo la tira per vederla, ma ora non passa mai, e prima passava a occhi bassi. Non si sa chi abbia ragione. Grigi o neri?... Il conte, o lei, dottore, possono decidere con cognizione di causa.
Orsenigo alz le spalle seccato, senza rispondere. Il Brtoli stacc la stecca da bigliardo, sbatt due o tre volte le palpebre come gli avveniva quando si arrabbiava forte, poi disse ad alta voce, senza guardar in viso nessuno:
- Fra i molti modi di passare il tempo, c' anche quello di essere maleducati.
Nessuno fiat. I due interlocutori si ritirarono mogi mogi. Orsenigo e il Brtoli incominciarono la loro partita.
Quando, pi tardi, essi si separarono sulla porta del caffe, il Brtoli accese la sua corta pipetta e s'incammin svelto gi per una stradicciola dove, prima di andare a dormire, voleva vedere un malato grave; Piero si avvolse fino al naso nel suo mantello e si diresse verso casa.
Faceva un freddo intenso, e, per arrivare alla villa, egli doveva percorrere un bel tratto di strada solitaria in mezzo alla campagna.
Era una notte di luna, cos chiara e cos serena, che ci si vedeva come di giorno. Gli alberi si profilavano nel cielo con una fragilit cristallina; la pianura, dove scorreva il fiume - limpido, quieto, largo in qualche punto come un lago - era piena di silenzio e di poesia. Senza volerlo, alla mente del giovane si riaffacci la questione.
- Grigi o neri?...
Mah!... Che cosa strana!... Seppure avesse voluto, non avrebbe potuto rispondere recisamente. Aveva conosciuto Anna in circostanze cos eccezionali che non aveva pensato mai ad osservarla come si osserva una donna; al letto del padre di lei, si era abituato a considerarla come un bravo e coraggioso compagno di lavoro, come un buon camerata. Ma il colore femminile dei suoi occhi - come della sua anima - gli era ancora stranamente ignoto.
L'indomani, alla solita ora, Orsenigo suon al portoncino verde dei De Friours. Un passo zoppicante gli si fece incontro per le scale, e lo accolse con grandi inchini e grandi chiacchiere la signora Zenobia.
- Non lo sa?... La signorina ha dovuto riprendere la scuola. Ora l'orario non  pi nella mattinata, ma nel pomeriggio.  uscita alle due in punto. Ma prima, ha dovuto vestire il colonnello, ed in tre, io, lei, e la donna di servizio, l'abbiamo trasportato dal letto alla poltrona. Ma che fatica, per tre donne, sollevare quel corpo inerte, quel peso morto!...
La signora Zenobia, sbarrando coll'ampia persona tutto il pianerottolo, parlava sottovoce, ma concitatamente. Non lo diceva chiaro, per non esser accusata di cattivo cuore, ma si capiva che era malcontenta e seccata che l'infermo fosse lasciato alla sua custodia.
- Capir, signor conte.  un malato difficile.  abituato ad avere la signorina continuamente a sua disposizione. Avrebbe bisogno di una persona di servizio per suo conto, o, meglio ancora, di un'infermiera.  un pericolo e una responsabilit. Io ho affittato il quartierino, ma capir.... non posso certo assumermi....
- Sta bene - tagli corto Orsenigo. - Oggi intanto ci sono io.
Ed entr.
L'alloggio dei De Friours si componeva di due stanzette l'una dentro l'altra e comunicanti: la prima piccolissima, tetra e senza sole, dava sul vicolo e rappresentava l'anticamera, il salotto, lo studio, ed evidentemente la sera si doveva trasformare in stanza da letto per Anna; la seconda, un po' pi grande e pi chiara, tappezzata di carta giallina a fiori rosa, guardava la campagna, ed era la camera del colonnello. Pochi mobili ne formavano l'arredo, e brillavano per un'estrema pulizia.
Il colonnello era vestito ed installato nella poltrona accanto alla finestra: il grosso plaid scozzese sulle gambe, la mano sinistra in un guanto di lana, il braccio destro al collo. Davanti a lui, sul tavolinetto, era preparato un piccolo vassoio col fornellino a spirito, i fiammiferi, la teiera, le tazze; a portata di mano stavano le carte da gioco e i giornali.
Ma il colonnello non giocava n leggeva: si era assopito. La luce cadendo in pieno sulla sua figura, faceva risaltare la cerea trasparenza delle tempie, le gote floscie, le labbra esangui, la linea del naso scarno, affilato, fra due ombre livide.
Orsenigo avanz senza rumore, e sedette un po' discosto da lui, dall'altra parte del tavolinetto.
Che impressione di solitudine e di malinconia!... Fosse quel sonno cos simile alla morte, fosse l'assenza di Anna, le due camerette non gli erano mai apparse tanto tristi e tanto misere.
Egli non si era fino allora mai detto che i suoi amici dovevano essere molto poveri: come avviene a coloro che non ne conoscono l'assillo, il problema del denaro si affacciava raramente al suo spirito, e non l'interessava. Notava oggi per la prima volta ci che aveva indubbiamente veduto ogni giorno, ma senza farvi attenzione: il mobilio scarso e dozzinale, le stoffe stinte, la tappezzeria di cattivo gusto, il pavimento di mattonelle logoro e sconnesso.
Perch due esseri come il colonnello e come Anna si fossero adattati a vivere in quel buco, coll'insopportabile promiscuit della signora Zenobia, dovevano essere ben poveri e senza possibilit di scelta. E pi ancora: se Anna si era decisa a lasciare il padre per recarsi alla scuola, la necessit che la spingeva doveva essere fortissima ed urgente.
Povera Anna!... Chiss quanto aveva sofferto per allontanarsi. E infatti, pareva ben strano ch'ella non fosse l. Orsenigo era cos abituato a trovarla sempre a fianco del padre come la sua ombra, che ad ogni istante gli pareva di sentire il suo passo lieve, e di vederla apparire dicendo: - Sono qui, pap.... - e accomodare i cuscini, porgere una medicina, versare il t nelle tazze.... In verit, pensando ai suoi amici, egli non li aveva mai disgiunti l'uno dall'altra, tanto l'esistenza di Anna sembrava necessaria, indispensabile e inseparabile, da quella del padre. Senza la figlia, che avrebbe fatto quel povero vecchio?...
Mentre Piero faceva queste considerazioni guardando qua e l per la stanza col cuore un po' stretto, i suoi occhi furono attratti da qualche cosa che nella parete libera tra la finestra e la stufa, stava in penombra, e pur mandava come una luce.
Guardando meglio, si accorse che quella luce veniva da un ritratto attaccato al muro sopra un rettangolo di broccatello che lo inquadrava e gli faceva da sfondo.
Era un ritratto a pastello, chiuso in una cornice ovale che anche ad un mediocre intenditore appariva subito come pregevole e di squisita fattura, e raffigurava una giovane donna dal viso affilato, i capelli lisci castani divisi sulla fronte, e gli occhi azzurri bellissimi e raggianti.
Anna?... Una sua sorella?... Il ritratto pareva vecchio, ma la somiglianza era cos evidente che Orsenigo non riusciva a staccarne gli occhi. Guardava l'imagine come non aveva mai guardato Anna, e, guardandola, la riconosceva, o meglio gli sembrava di riconoscerla.
Il fascino singolare di quel ritratto stava nella somiglianza o nella diversit?... Anna aveva quell'espressione o aveva soltanto quei lineamenti?... Era cos bella, Anna?
E mentre il giovane si studiava di rievocare l'imagine di lei e di fissarne nella mente i contorni, l'imagine si allontanava, si confondeva, spariva. Allora si rimetteva a osservare il ritratto, ma a forza di guardare l'ignota cercando l'assente, l'una e l'altra gli sfuggivano, gli diventavano straniere.
In quello, il colonnello si svegli e fiss Piero con occhio arcigno e quasi sospettoso.
- Chi siete?... - borbott. - Ah siete voi? - disse poscia riconoscendolo. -  molto tempo che siete qui? Anna  dovuta uscire.
- Lo so - rispose il giovane gentilmente. - Sono venuto appunto per questo, per vedere se posso esserle utile, per chiederle se ha bisogno di nulla.
L'infermo lo squadr raddolcito.
- Siete buono.... - disse dopo una pausa. - Ma che ora ? - ridomand in tono contrariato.
- Le quattro e dieci.
- Anna  in ritardo. Dovrebbe essere gi tornata.
- Sar qui fra poco. La strada dalle Orsoline a qui,  lunga.
- L'attesa  ancora pi lunga - sospir tristemente il vecchio, scrollando il capo. - Ah, Orsenigo, in quale stato sono ridotto!... Prima dell'incidente, durante l'assenza di mia figlia potevo almeno occuparmi, lavorare a qualche cosa di utile. Vedete l quelle assi e quella piccola sega?... Avevo ideato e cominciato un armadietto a muro che, finito, avrebbe potuto servire a duplice, anzi a triplice scopo. Chiuso, era un armadio; aperto, diventava un comodo sedile e, volendo, un lettuccio da campo. Uno, due, tre! Nulla di pi semplice e di pi pratico. Eh, noi militari la praticit l'abbiamo nel sangue. Sappiamo far tesoro del materiale e dello spazio. E colla disciplina e colla praticit si governa il mondo. Ma Anna non arriva ancra?...
-  qui - disse Piero.
Infatti, si sentiva per le scale un passo leggero, affrettato e rapido; la porta si spalanc, ed Anna apparve.
Era vestita del suo solito vestitino nero; doveva aver fatto la strada quasi correndo perch ansimava un poco, ed era insolitamente colorita.
Aveva le braccia cariche di fiori: giacinti, tulipani, violette, legati in ingenui mazzi rotondi contornati d'erba luigia e di basilico.
- Le bambine mi hanno dato questi fiori per te, e mi hanno fatto tanta, tanta festa! - disse, chinandosi a baciare la fronte del padre, e scrutandolo con occhio un po' ansioso. - Come stai, pap? Com' andata? Vuoi che accenda per il t? Buongiorno, Orsenigo.
Rapidamente, aveva gettato i fiori sul letto, si era sbarazzata del mantello e della toque, ed aveva acceso il fornellino.
- Ho catturato Orsenigo - disse allegramente il colonnello.
- Mi pare che ci avvenga quasi tutti i giorni, pap - sorrise Anna, togliendosi i guanti.
- Oh,  lui stesso, il fellone, che si d prigioniero!... Io non faccio purtroppo che attenderlo in trincea - ribatt l'infermo, ridendo rumorosamente delle sue facezie.
L'acqua gorgogliava nella teiera, nella stanza era rientrata la solita luce.
- I tulipani sono delle piccole, le violette e i giacinti delle grandi. Devono aver spogliato tutto il giardino, ma sono state molto, molto care, - disse Anna sciogliendo i fiori, e distribuendoli per la camera.
Orsenigo seguiva intensamente i movimenti della giovane donna come se la vedesse per la prima volta. Senza volerlo, i suoi occhi andavano insistentemente da lei al ritratto, dal ritratto a lei.
No; Anna non era cos bella. Ad uno sguardo distratto poteva anzi apparire insignificante. Le tinte meno splendenti, i lineamenti tracciati con segno meno sicuro, pi lieve, e quasi eccessivo di delicatezza, l'esilit delle spalle e del collo, facevano di lei un pallido fiore cresciuto nell'ombra, in confronto al trionfale splendore dell'altra, rosa di pieno meriggio. Ma la fronte volontaria e breve, l'ovale del viso, la bocca, il colore degli occhi, erano ben gli stessi. E la diversit non stava nelle linee, n nei colori, ma in qualche cosa di pi profondo e d'inafferrabile, che Orsenigo non riusciva a precisare, e di cui cercava il perch, forse negli occhi, forse nel sorriso di entrambe.
Larghi, aperti e sorridenti, erano gli occhi dell'ignota: occhi di giovinezza, occhi spensierati, occhi di felicit; quelli di Anna invece, spesso chini, velati da lunghe ciglia, mettevano sul viso fine e un po' stanco di lei, un'ombra di malinconia, un'espressione toccante di patimento e di chiusa dolcezza.
Orsenigo si alz, e si avvicin alla giovane donna.
- Chi ? - chiese sottovoce indicando il ritratto.
Ella si mise un dito sulle labbra, accennandogli di tacere. Un'ombra pass sul suo viso.
- Mia madre - rispose a voce bassissima. - Ma non ne parli a pap.
Quando Orsenigo, abbastanza tardi nel pomeriggio, si conged dai De Friours, Anna lo accompagn come il salito fino alla scala.
- Sono in collera con lei, signorina Anna - disse il giovane, soffermandosi sul pianerottolo.
- Perch?... Io le sono invece molto grata per la compagnia che ha tenuto a pap. Ero.... piuttosto in pena, per questa prima mia assenza.
- Ma perch non avvertirmi che oggi doveva riprender la scuola? Sarei venuto pi presto e l'avrei aiutata a trasportare il colonnello. Perch non dirmelo?
Anna arross.
- Temevo di disturbarla troppo - disse timidamente.
- Ma come?... Cos poca fiducia nella mia amicizia? Io verr ogni giorno a veder suo padre durante le ore di scuola - disse il giovane. - E verr anche se lei non vuole.
Allora, senza parlare, ella gli tese tutte e due le mani e alz gli occhi su di lui. Grandi, azzurri, di un azzurro intenso e limpido: con una luce cos viva e cos sincera di gioia e di riconoscenza, che egli ne fu tocco fin nel profondo dell'anima.
Si salutarono in silenzio. Piero un po' turbato. Aveva finalmente conosciuto il colore di quegli occhi; e ne portava seco nell'anima un lembo della raggiante dolcezza.
Da quel momento egli incominci ad interessarsi vivamente alla vita dei suoi amici. Da circa due mesi ne frequentava la casa, e confessava a s stesso con sorpresa di non sapere nulla, o quasi nulla, di loro. Sapeva che erano piemontesi e che dovevano esser poveri; ed intuiva che appartenevano ad un ceto sociale piuttosto elevato.
Tanto Anna che il padre avevano nella persona e nei modi l'impronta della signorilit che viene dalla nascita e dall'abitudine, e che la povert non era riuscita a sopprimere. Anna portava il suo vestitino nero, sempre lo stesso, modestissimo, probabilmente tagliato e cucito dalle sue mani, colla disinvoltura d'una gran signora; aveva un gusto sicuro che si rivelava nelle pi piccole cose, e nelle movenze, nella voce, nel portamento, una distinzione innata, una grazia semplice e gentile su cui Orsenigo, bench inselvatichito dalla vita di paese, per quel tanto di buon sangue che aveva nelle vene, non poteva equivocare.
E il colonnello, pur cos malato, diminuito, l nella sua poltrona colle gambe avvolte negli scialli, col braccio al collo, ma colla sua bella testa bianca, col suo fine sorriso, con l'impeccabile correttezza delle forme, si sarebbe riconosciuto fra mille per un gentiluomo.
Poveri, non dovevano esserlo stati sempre. Nella nuda banalit dell'ambiente, alcuni oggetti - pochi, ma di rara bellezza - avevano attirato l'attenzione del giovane come superstiti di un naufragio: la coppa di vetro verdolino, un piatto d'argento cesellato, due stampe, e il ritratto.
Pi volte Piero era stato sul punto di interrogare Anna o il colonnello sulla provenienza di quegli oggetti, ma non aveva osato.
Anna soprattutto gli ispirava soggezione. Inutilmente aveva atteso di rivedere nei suoi occhi la raggiante dolcezza e l'abbandono che l'avevano fatto trasalire. Ella era gentilissima e cordiale, ma era soprattutto chiusa. Non aveva mai detto una parola di se stessa, della sua vita passata; pareva non ricordare e non rimpiangere nulla. Orsenigo la ritrovava ogni giorno, eguale, apparentemente serena, col suo tranquillo sorriso, quel sorriso cortese e freddo, che disarmava qualunque velleit di indiscrezione.
Il colonnello dal canto suo non autorizzava nessuna confidenza: una volta sola si era lasciato andare, in presenza di Orsenigo, a qualche frase lamentosa ed angosciata, ma aveva sentito su di s lo sguardo della figlia, quello sguardo dolce ma fermo, e si era interrotto bruscamente.
Da quel giorno anzi pareva che il vecchio facesse uno studio per apparire sereno, anzi lieto, dinanzi ad Anna. Quando ella era presente, parlava di politica, della guerra, scioglieva sciarade e giocava a carte; qualche volta anche canterellava.
Piero, a quel canto, si sentiva il cuore stretto; e il dubbio, anzi la certezza, lo pungeva che quei due esseri che si adoravano si ingannassero a vicenda, perch l'uno non s'accorgesse dell'angoscia dell'altro.
Egli si era avvisto che i suoi amici attraversavano un periodo particolarmente difficile. La malattia del colonnello era stata costosa, e pi costosa ancra si annunziava la convalescenza.
Il Brtoli, colla tranquilla incoscienza degli scienziati, aveva ordinato vitto leggero e sostanzioso, vin vecchio, fuoco acceso nelle giornate burrascose, cura elettrica; pi tardi, forse, un po' di montagna.
E Piero aveva visto Anna accettare lezioni private in casa; e al ritorno dal convento adattarsi a insegnar l'inglese alla figlia del droghiere e del macellaio che non erano ammesse alle Orsoline; ed infine, la sera, vegliare fino a tarda ora, per eseguire certe traduzioni che un libraio le aveva affidato, o per dipingere scatole e cofanetti per un negozio di Torino.
Il compito era cos grave, duro e continuo, che pareva insostenibile per le sue fragili spalle. Orsenigo si aspettava ogni giorno di vedere la coraggiosa creatura cadere estenuata, ma invece vedeva, s, il delicato viso affilarsi sempre pi, e l'ombra viola intorno agli occhi farsi pi fonda, ma pareva che la volont avesse triplicato le forze di Anna, ed ella resisteva, e continuava.
E per la colazione del colonnello c'era sempre una buona bistecca, ed una bottiglia di vin vecchio; e quando fuori tirava vento o pioveva, la signora Zenobia entrava con un fastello di legna ad accendere il caminetto.
Orsenigo avrebbe voluto venire in aiuto ai suoi amici. Avrebbe potuto farlo con cos poca fatica, e senza neppure accorgersene! I polli, il buon vino, le uova fresche, la legna, gli ortaggi, abbondavano a Villa Orsenigo. Ma non osava. Temeva di offendere. Che ironia, quei fiori, che ormai egli portava o mandava quotidianamente, quando il bisogno urgeva di ben altri doni pi utili e pratici!
Una volta sola aveva osato mandare della selvaggina, e gli era parso di sentire nella voce e nello sguardo di Anna come una nota di freddezza che l'aveva disanimato.
Un po' offeso, egli diceva a se stesso: - Che orgogliosa creatura!...
Ma in fondo gli piaceva che fosse cos, diversa da tutte le altre, e pi in alto.
C'era fra loro, malgrado la consuetudine quotidiana, come un limite, che Anna difendeva, e che i timidi tentativi di Orsenigo non riuscivano a varcare. Ella accoglieva il giovane come un ottimo amico, ma c'era uno spazio di pensieri, di ricordi, di dolori e di difficolt, che non acconsentiva a dividere con lui n con nessuno, e quello spazio lo teneva a distanza: dopo tre mesi come il primo giorno.

3.
Ogni anno, all'aprirsi della primavera, le educande del Convento delle Orsoline riprendevano le passeggiate settimanali in campagna.
La domenica, alle tre precise, una campanella dava qualche rintocco: il portone si spalancava, e due lunghe file di fanciulle in uniforme grigia, colla mantellina filettata d'azzurro, i guanti di filo bianco, e un grigio pentolino in testa, uscivano dal convento.
Due suore e due istitutrici laiche le accompagnavano, ma all'uscita le due file si separavano: le piccole, scortate da Suor Matilde e dalla signorina Fantuzzi, la maestra di piano, facevano un giro breve verso il giardino pubblico o lungo la riva del fiume; le grandi, con Suor Teresa e la signorina De Friours, si spingevano fuori porta, fino al santuario dell'Immacolata, a Belvedere, o a Fontana Fredda, dove le Orsoline possedevano un podere e una latteria, con belle mucche svizzere, conigli, chioccie, pulcini e porcellini.
Quest'ultima mta divertiva molto le ragazzette; ma i due avvenimenti veramente solenni dell'annata erano costituiti dalle visite a Villa Barbaro e a Villa Orsenigo, entrambe monumenti nazionali, orgoglio della citt e dei dintorni.
A queste visite, o meglio "alla visita", come si suoleva chiamarla, partecipavano solo le allieve dell'ultimo corso, che allo spirar dell'anno scolastico sarebbero entrate nel mondo come signorine, e l'avvenimento, sia perch divertente, sia perch segnava veramente una data decisiva nella vita delle fanciulle, era impazientemente atteso, discusso e commentato almeno un mese prima e un mese dopo del giorno fissato.
Villa Barbaro, posta sulla strada maestra, con un piccolo giardino alla francese, il laghetto, un basso muro di cinta ornato di putti, aveva la grazia del puro Settecento; Villa Orsenigo, grandiosa e solitaria in mezzo a un parco immenso e un po' triste, vantava una cappella affrescata dal Veronese.
Era costume, quando la Superiora decideva la visita, che i proprietari, avvertiti qualche giorno prima, non mancassero di fare alle visitatrici, oneste e liete accoglienze.
Le proprietarie di Villa Barbaro, due ricche signorine di sessant'anni, avarissime, che vivevano privandosi quasi del necessario, preparavano invariabilmente un rinfresco piuttosto limitato, composto di biscotti fatti in casa e caff e latte; ma il proprietario di Villa Orsenigo faceva invece le cose da gran signore, e offriva un buffet sontuoso nella sala a pianterreno della villa, con dolci, bibite, torte e liquori, ordinati alla pasticceria.
Per questo, e perch a Villa Orsenigo godevano di maggior libert, le fanciulle la preferivano di gran lunga a Villa Barbaro, dove non potevano muovere passo senza essere sorvegliate da occhi severi e sospettosi.
Poi, a Villa Orsenigo, c'era quel bel giovane, "il conte"; cos gentile, cos cavaliere, che si inchinava davanti a loro come fossero signore grandi. Aveva un unico difetto, quando c'era: quello di andarsene troppo presto. Le ragazzette avrebbero voluto che restasse ancra, che restasse sempre, e, per ammirarlo di sottecchi, avrebbero fors'anco dimenticato le torte e le marmellate che si pavoneggiavano sulla tavola.
Di quel bel giovane alto, che spariva dopo cinque minuti di conversazione con Suor Teresa, lasciandole emozionate e deluse, le fanciulle parlavano e sognavano poi lungamente: qualcuna s'immaginava anche di esserne innamorata, e lo era realmente, per due ore.
- Peccato che porti gli occhiali - diceva qualche altra, per dimostrarsi di difficile contentatura ed esperta del mondo.
S'avvicinava adunque la Pasqua; le rive dei fossi erano tutte stellate di primule, e le prime viole col gambo corto, freddolose, rimpiattavano la testina sotto le foglie ai piedi dei castagni, quando a Villa Orsenigo capit il solito biglietto della Superiora che annunciava la visita per la vicina domenica.
Questa volta Piero non pens ad andarsene. Sapeva che Anna avrebbe accompagnato le educande insieme a Suor Teresa, e l'attendeva con un misto di orgoglio e di timidezza.
Gli piaceva, che ella lo vedesse finalmente nel suo regno, in mezzo alle sue terre, in quella villa signorile e grandiosa, dove parecchie generazioni di Orsenigo avevano accumulato delle belle cose di cui egli conosceva, bench imperfettamente, il valore.
Ma, per la prima volta, l'abbandono visibile in cui la villa era lasciata da anni, lo preoccupava. Specialmente nel corpo centrale, chiuso per mesi e mesi, dove la moglie del fattore entrava solo due volte all'anno per dar aria e spolverare, i topi avevano scorrazzato da padroni, e le tignole e i tarli avevano fatto il resto, senza riguardo al pregio delle stoffe e alle belle linee dei vecchi mobili.
L'ala che Piero abitava, era stata invece restaurata e arredata di recente, ma neppure di questa si sentiva proprio sicuro. I mobili e le stoffe, piuttosto sfarzosi, erano stati commessi a un tappezziere di Milano, che non si era preoccupalo granch di intonarli allo stile, all'et, al carattere degli ambienti.
A Piero per quel suo appartamento era sembrato, fino a quel giorno, bellissimo.
Ma come l'avrebbe giudicato Anna?... Costretta a vivere nella volgarit di due stanze d'affitto, Piero aveva avvertito nondimeno in lei un gusto sobrio e sicuro, un istinto e un bisogno di bellezza, che solo la povert le impediva di esprimere.
Come avrebbe ella giudicato quel suo appartamento dalle stoffe sgargianti, dal mobilio ricco e banale?...
Del resto, perch preoccuparsene tanto?... Non era necessario far visitare tutta la casa. Il collegio veniva per vedere la Cappella; e il rinfresco, come sempre, era preparato nella gran sala a pianterreno, adorna soltanto dei suoi magnifici stucchi, spoglia e grandiosa. Questa riflessione ridon a Piero tutta la sua sicurezza.
Ma improvvisamente ricord che Anna aveva soltanto il pomeriggio della domenica libero per stare col padre e per prendere qualche ora di relativo riposo: quella passeggiata obbligatoria la privava crudelmente dell'una cosa e dell'altra. Forse non sarebbe neppure venuta. E la timidezza di Piero si cambi in malumore.
Nervosamente, si mise a passeggiare su e gi sullo spiazzo davanti alla villa, guardando verso i cancelli. All'orologio della torretta suonarono le quattro.
- Non verr - pens Piero; - e accese la ventesima sigaretta.
Ma ecco le educande: gi in fondo al viale svolazzano le mantelline bordate d'azzurro, e un cinguetto si avvicina, come se arrivasse uno stormo di passere.
Piero gett la sigaretta, e mosse incontro alle visitatrici. I suoi due giovani bracchi lo seguivano e lo precedevano scodinzolando e saltellando.
Erano due bestie superbe, maschio e femmina, di razza finissima: l'uno marrone scuro a macchie bianche, l'altra pi piccola e pi svelta, di colore caff e latte chiaro con una macchia nera sul muso: entrambi con occhi intelligentissimi, quasi umani. A un tratto si fermarono di colpo annusando l'aria; diedero un balzo, e partirono come freccie.
- C' Anna! - si disse Piero - e tosto il suo malumore, le sue apprensioni svanirono, e l'orizzonte gli si illumin di gioia.
Anna era molto pallida. Sotto l'ala del cappellino nero, gli occhi splendevano di una luce quasi febbrile, e una grande stanchezza, morale e fisica, era visibile sul suo volto.
Tuttavia Piero, incontrandone lo sguardo nel salutarla, nello stringerle la mano, non si avvide n della sua stanchezza n del suo pallore; sent soltanto ch'ella era venuta, ch'ella era l; sent quel senso di sollievo quasi fisico, quel benessere, quel calore, che d la presenza della persona cara.
Camminando, ella si era tolto il mantello e la sua figurina risaltava gentilmente nel modesto abito da lutto che per la primavera era stato ravvivato allo scollo da un piccolo collarino di giaconetta bianca.
Sotto gli alti tigli che mettevano le prime gemme, come pareva bionda, delicata e fragile!... Come armonizzavano con lei, la grazia malinconica di quel parco, quel cielo velato, dove il sole di tanto in tanto insinuava un sorriso subito svanito!... E quei toni delicati e quasi freddolosi di verde, quella tavolozza in sordina, con cui la primavera qua e l timidamente si annunciava!...
Le educande, col permesso di Suor Teresa, avevano rotto le file. Le pi vivaci si trastullavano chiassosamente coi cani; le altre, a due a due, a tre a tre, tenendosi a braccetto, pispigliavano sottovoce, gettando verso Piero occhiate biricchine e curiose.
Egli, tra Anna e Suor Teresa, faceva cortesemente gli onori di casa, ma mentre rispondeva con date e ragguagli precisi alle interrogazioni di Suor Teresa che voleva saper tutto della Cappella e della villa e del giardino, come se quella visita non si ripetesse immutabilmente da anni, un altro discorso pieno di tenerezza iniziava egli senza saperlo in cuor suo, rivolto all'altra che gli stava al fianco.
Anna parlava poco; e anche quel poco dapprincipio pareva costarle uno sforzo. L'obbligo di interessarsi alle cose esteriori, di strapparsi pur momentaneamente alle tristi immagini che tutta l'occupavano, rendevano le sue rade parole quasi trasognate e lontane, come se ella non fosse neppur presente, ma avesse lasciato se stessa nelle due stanzette di via Nazario Sauro, accanto alla poltrona del suo povero vecchio.
Ma a un tratto, il sole ruppe le nuvole, e nelle praterie l'erba parve improvvisamente divenuta pi verde e pi fresca. In fondo al viale, bianca sullo sfondo dei grandi pini, apparve la villa, colle sue belle loggie, cogli amp ripiani delle scalinate digradanti al giardino. Sulla balaustra, con uno strido, due pavoni spalancarono al sole la coda variopinta.
Pietro guard Anna. E vide che il suo volto, come il cielo, si era improvvisamente illuminato. Il fascino delle cose belle, la soavit dell'imminente primavera, senza ch'ella lo volesse, senza che se ne rendesse conto - pi forti per un attimo della sua stanchezza, pi forti dell'inquietudine - le avevano gettato un po' di sole nell'anima, si erano impadroniti anche di lei.
Anch'ella, ora, sorrideva al cielo, ai prati, agli alberi; alle belle linee dolci e serene della natura circostante. Fu una cosa cos inattesa!... Come una mala, come un'ebbrezza: Piero la vide animarsi, uscire dal suo mutismo, interessarsi a ogni cosa. Una statua mutilata apparsa nel fitto degli alberi, uno zampillo d'acqua nel verde, una violetta indovinata nell'erba, le strappavano esclamazioni di entusiasmo e di piacere.
Egli intu allora la misura della sofferenza che a quella creatura cos fine e sensibile doveva costare la meschinit dell'ambiente a cui era costretta: la bruttezza, la volgarit, che accompagnano il bisogno; la vita arida e chiusa senza un lampo di gioia. Ebbe la sensazione che un pi largo e libero respiro l'avrebbe fatta rifiorire, come sotto il sole rifioriscono i cespugli che l'inverno ha sepolto sotto la sua neve.
All'ingresso della cappella, la fattoressa attendeva cerimoniosa, con un grosso mazzo di chiavi, e, fatti grandi inchini a Suor Teresa, ad Anna e alle signorine, aperse il cancelletto in ferro battuto, e poi la porta in noce massiccio che su entrambi i battenti portava intarsiato in legno lo stemma dogale.
I grandi affreschi del Veronese apparvero.
Smaglianti di colore, drammaticamente composti, gli inimitabili scorci, le poderose figure tratteggiate con tale rilievo, che parevano staccarsi dalla parete e venire incontro a chi le guardava.
Vi fu un silenzio d'ammirazione; poi le educande, Suor Teresa ed Anna, si inginocchiarono, e rimasero alcuni istanti raccolte in preghiera.
Quando si levarono, Piero, richiesto da Suor Teresa, incominci sottovoce la sua "spiegazione".
Egli conosceva bene i suoi affreschi, ma il singolare pubblico che l'ascoltava - visi paffuti e occhi maliziosi - con un interesse pi profano che mistico, e la presenza di Anna, mettevano nelle sue parole un certo imbarazzo. Per vincerlo, evit di guardare le une e l'altra, e parlando, immerse gli occhi nelle figure degli affreschi.
Ma ad un tratto, come se qualcuno avesse pronunciato sottovoce il suo nome, o una mano, lieve come un soffio l'avesse sfiorato, s'interruppe vivamente nel mezzo di una frase e si volt. E vide gli occhi di Anna - non vide che quelli - posati su di lui con un'espressione cos appassionata e cos triste a un tempo, che tutto il suo essere trasal fin nel profondo.
Ella era in piedi; colle spalle appoggiate a un confessionale di legno scuro, e nella penombra risaltava solo il suo viso bianco e la luce azzurra dei suoi occhi, cos perdutamente dolci, cos perdutamente tristi. Fu un lampo.
Piero riprese la sua spiegazione senza pi staccare gli occhi da lei, parlando a lei sola, parlando per lei sola; ma ormai ella non lo guardava pi, anzi evitava il suo sguardo, e, tratto dalla borsetta un piccolo taccuino, segnava rapidamente qualche appunto.
Per passare dalla Cappella alla sala dove era preparato il rinfresco, bisognava attraversare un'ala della villa che era forse la pi caratteristica, riservata un tempo agli ospiti, e perci chiamata la forestera. Gli usci di qualcuna delle camere erano aperti, e le educande vi irruppero giocondamente.
Erano stanzini piuttosto piccoli e bassi, comunicanti fra loro a mezzo di un corridoio, e adorni finemente di stucchi che li rendevano simili a graziosissime bomboniere. Ma in taluni di essi il fattore aveva depositato l'avena e il granoturco, e nell'ultimo, di cui uno di quei meravigliosi artisti ignoti del Settecento si era sbizzarito a decorar le pareti a fiori e a uccelli, ripetuti leggiadramente anche nel poggioletto in ferro battuto, la fattoressa aveva collocato sopra rozze assi le sue pere e le sue mele in attesa di maturazione.
- La mia casa  in grande disordine - disse Piero un po' mortificato.
- Oh no - rispose amabilmente Suor Teresa. - Non ci manca che una signora. Ci vuole una signora, in questa bella casa.
Piero arross come un ragazzo, e, per quell'istinto per cui i moti fisici spesso seguono i moti dell'animo, i suoi occhi cercarono nuovamente gli occhi di Anna.
Ma forse ella non aveva udito, o era stata ripresa dalla stanchezza: certo quella luce di gioia e di spensieratezza che l'aveva illuminata nel parco, quell'appassionato e triste ardore che nella cappella l'aveva fugacemente accesa come una fiamma, erano ormai spenti, e nulla nel suo contegno rivelava il minimo turbamento.
Ripetutamente, mentre Suor Teresa si distraeva per qualche istante nel crocchio festoso delle giovinette, Piero tent di accostarsele e di rivolgerle la parola in particolare, scrutando il suo volto; ma non gli fu mai possibile incontrarne direttamente lo sguardo, n far deviare la conversazione da soggetti d'indole generale che l'indispettivano e l'annoiavano.
Solo sulla soglia della cappella, rimasto con lei ultimo a uscire, os chiederle sommessamente:
- A che pensa, Anna?...
- Penso alla fantasia, alla vita, che avevano gli antichi pittori. Noi siamo poveri, in loro confronto, siamo miseri; non le pare?
- Certo... - rispose Piero - e si sent offeso, come se qualcuno l'avesse insultato.
Quando, dopo aver fatto onore all'ottimo rinfresco, le visitatrici furono partite, e gi per il viale scomparvero le ultime mantelline, egli si mise a camminare su e gi per la sala in preda ad una grande perplessit.
Senso di vuoto e di delusione mai provato.... Nervosit, malcontento, irrequietudine... Una forcinella di tartaruga giaceva per terra; sul divano, un fazzolettino bianco bordato di rosa... Tutta quella giovinezza, quelle voci, quelle risate, nella sua casa dove da anni non penetrava una donna...
Ma no!... non era questo!.. Perch "ella" lo aveva guardato cos?... Cara, cara Anna!... Ma probabilmente si era sbagliato. Si era fatta subito fredda impenetrabile e lontana. Come il cielo di primavera che, nelle poche ore di quel pomeriggio, era stato prima grigio, poscia limpido e raggiante, infine nuovamente triste e velato, cos ella, all'arrivo assorta malinconica e distratta, pi tardi animata ed allegra, poi cos cara, e poi ancra cos chiusa... Incomprensibile! Che pensava ora di lui?... Possibile che non pensasse a lui, com'egli, ora, pensava a lei? Possibile che non...?
Ma Piero non era un raffinato, che potesse apprezzare il fascino sottile di quello stato d'incertezza, di timore e di speranza, che prelude all'amore - ed  talvolta pi dolce dell'amore stesso -; di quel momento - che pu durare giorni e mesi - in cui uno sguardo, un silenzio, donano o tolgono la felicit, sono pieni di contenuto, di poesia e di mistero: Piero era abituato ad un solido equilibrio morale e fisico, per cui le ansie, le inquietudini, gli erano ignote ed insopportabili.
Dopo essersi insolitamente tormentato per oltre un'ora in dubbi e ipotesi a cui gli era impossibile rispondere, si strapp risolutamente a quella perplessit, e, discesa in quattro salti la gradinata, si gett fuori a capo scoperto per la campagna.
L'aria libera e fresca gli sferz la faccia; i suoi cani lo raggiunsero e lo sorpassarono con grandi balzi di gioia. Egli li aizz colla voce e col gesto, scagli un sasso, li guard allontanarsi come freccie, si mise a correre dietro a loro come un grande fanciullo.
Dopo tanti anni, gli tornavano alla mente le parole del suo precettore, parole che egli giovanetto aveva ascoltato distrattamente come tante altre, e non aveva poi mai avuto occasione di ricordare:
- Quando l'animo  inquieto, una grossa fatica fisica.
E rivide al suo fianco quel frate: gigantesco, acceso in volto, con due occhi che sembravano due fiaccole; uscito da una delle pi antiche famiglie della nobilt siciliana, prima dell'alba era in piedi a spaccare la legna, a vangare l'orto, ad attingere l'acqua, e reclamava sempre per s i lavori pi duri e pesanti. Forse?...
Ma la medicina non era infallibile. Dopo aver corso lungamente nei prati e aver saltato fossi e siepi come un puledro, Piero si accorse che quella specie di disagio sentimentale a cui aveva voluto sfuggire, non l'aveva abbandonato.
Un vapore leggero si levava dai prati; la villa senza lumi, immersa nella nebbia che ne sformava i contorni, pareva immensa e deserta, quasi irreale. Piero sedette su di un sasso, e la guard.
- Quella  la mia casa - si disse.
Pareva un corpo senz'anima.
E infatti, chi aveva un'anima per lui, in quella casa?... Chi l'aspettava, laggi?... Tranne la governante baffuta, che pareva un granatiere in gonnella, tranne Severo, sempre affaccendato dietro ai cani e ai cavalli, chi l'aspettava, chi gli voleva bene?... Non un cuore che fosse veramente suo; non una devozione che non fosse servile; non ricordi di famiglia; non ricordi d'infanzia.
In quella casa era entrato gi uomo, ed era entrato solo, solo come raramente avviene a un giovane di essere; non preceduto n accompagnato dall'affetto di nessuno dei suoi. N madre n padre, ad accoglierlo sulla soglia; non fratelli; non parenti. Quel complesso di piccoli avvenimenti famigliari che rimangono profondamente impressi nell'animo del fanciullo, quel complesso di memorie che costituisce l'anima di un luogo, e lo popola, anche quando  deserto, di immagini che il sentimento custodisce e circonda di poesia, a lui mancava totalmente.
- Questa  la mia casa - si ripet egli: - la casa dove trascorrer la vita.
Qual vita?... Vita di paese; ristretta e senza varianti; tra dipendenti e parassiti; senza amici: tranne - forse - il dottor Brtoli, troppo attempato per poter essere veramente "l'amico" di un giovane di ventisei anni. La caccia, la partita, i conti col fattore, qualche scappata in citt, che gli lasciava pi disgusto che piacere: sapor di cenere...
Eppure, tutto ci, fino a ieri, gli era sembrato tollerabile, talvolta quasi piacevole. Ora non pi; sentiva che non gli sarebbe stato pi possibile continuare cos, per sempre.
Imitare l'esempio del padre, gettarsi sfrenatamente nei piaceri, prendere ingordamente dalla vita tutto quello che la vita e la ricchezza potevano dargli?... Ma suo padre, almeno, era stato - nei suoi disordini - sincero; aveva avuto realmente quell'insaziabile temperamento di gaudente, quell'avida e sensuale fantasia capace di immaginare, d'inventare e di cercare, forme sempre nuove di godimento, il che a Piero, pigro e pi semplice, mancava assolutamente. Eppoi, la vita di suo padre, egli in fondo l'aveva sempre profondamente disprezzata. Vivere ignobilmente, e morire...
L'idea del matrimonio, che non gli si era mai affacciata se non come una lontana, lontanissima ipotesi per gli anni maturi, gli si present concreta alla mente.
Anna gli piaceva; aveva grande stima di lei; apprezzava infinitamente la sua distinzione, la sua finezza. Era nobile, e questo gli era gradito; povera, ma egli era ricco per due. Farsi una famiglia, avere dei bimbi; dare uno scopo a quella sua vitaccia arida e vuota...
Parlarne al pi presto al Brtoli, l'unico che poteva dire una parola assennata e facilitargli la strada... Parlarne ad Anna... E frattanto, non tormentarsi pi, non almanaccare pi, non arrovellarsi l'anima!
Ecco la campanella che annuncia la cena.... La villa si accende di lumi. I cani tornano gaiamente verso la buona scodella di zuppa. La governante si affaccia sulla porta e l'occupa tutta colla sua grossa persona.  una brava donna, in fondo, e sa fare degli ottimi manicaretti.
E Piero rientra a testa alta, fischiettando, rasserenato e tranquillo; e si mette a tavola con grande appetito.


4.
L'indomani, per una di quelle piccole fatalit che talvolta hanno grande peso sul corso degli eventi, allorch Piero and a cercare il Brtoli, trov che il dottore era partito in licenza il giorno innanzi, chiamato d'urgenza presso l'unico fratello prete, gravemente infermo. Aveva anzi lasciato in farmacia un bigliettino per Orsenigo e si era fatto sostituire dal giovane medico del paese vicino; non si sapeva neppure quando sarebbe tornato.
- Si comincia male - pens Piero - e ne fu vivamente contrariato.
Nuovamente, ebbe quella sensazione di vuoto e di solitudine morale, che l'aveva assalito la sera innanzi.
Infatti, partito il Brtoli, egli, dopo cinque anni che viveva in quel posto, non aveva un'anima a cui confidarsi, a cui aprire il cuore in un momento, come questo, decisivo per il suo avvenire. Ed attendere pacatamente, non era del suo carattere. L'impazienza, il disagio, l'irrequietudine della sera innanzi, non voleva assolutamente portarli con s per delle settimane.
Bisognava adunque parlare ad Anna direttamente, al pi presto.
Ma, fallita la prima mossa del suo piano strategico, tutto gli sembrava ora difficile e complicato. Anzitutto la possibilit di parlare alla giovane donna senza testimoni. Fino a quel giorno, si erano incontrati sempre in via Nazario Sauro, alla presenza del padre. In tutti quei mesi, si pu dire, non si erano scambiati parola senza la presenza di lui.
Anna era cos presa! La sua giornata era quella di un operaio: lezioni al collegio; lezioni in casa; il mnage, l'assistenza al padre... Come e dove trovarla sola, e poter parlarle tranquillamente?...
Poich, se Piero era sicurissimo che, qualunque ragazza l'avrebbe accettato con entusiasmo, non era affatto sicuro di essere accettato da Anna, da Anna, e per amore.
S... quello sguardo nella cappella.... Ma poi, quale gelida indifferenza!... Anzi, pi che indifferenza, vera freddezza; quasich ella avesse voluto marcatamente distruggere e cancellare l'impressione del fuggitivo abbandono. Perch?... Civetteria?... No; Anna non era civetta. Era una creatura troppo buona e troppo leale, per esserlo. E allora?... Aveva per lui qualche simpatia? Lo amava? Forse, temeva?...
A questo punto il dubbio e l'incertezza ricomparivano sull'orizzonte.
- Insomma, bisogna che parli a lei, e a lei sola - si ripet Piero. E in quel momento si accorse che era gi passata da un pezzo l'ora in cui abitualmente si recava a prendere notizie del colonnello in assenza di Anna, e s'incammin svogliatamente verso via Nazario Sauro.
Non erano molto piacevoli, quei tte-a-tte col colonnello; e solo per la sua innata bont, e per un sentimento pi complesso, Piero ne sopportava e ne superava la noia. Da qualche tempo l'infermo era nervoso, di umore variabile, inquieto: talvolta infliggeva a Piero interminabili episodi di vita militare, tal'altra si chiudeva in un silenzio burbero e compassato.
Mentre Piero stava salendo la ripida scaletta, fu colpito da un suono di voci concitate che venivano dall'appartamento dei De Friours.
L'uscio era socchiuso; e sul pianerottolo, in atteggiamento sospetto, come stesse origliando, ondeggiava la signora Zenobia, spettinata, in ciabatte, avvolta in una veste da camera a fiorami gialli.
- Sono entrati due tipi - si scus ella all'apparire del giovane - che non mi dicono nulla di buono. Pare stiano leticando col vecchio.
- Come mai li ha lasciati entrare?
- Ordine del signor colonnello - rimbecc quella impettendosi. - Io me ne lavo le mani - aggiunse sprezzantemente, e ciabattando si ritir.
Piero entr senza esitare, attravers il cosidetto salotto, sospinse l'uscio della stanza da letto. Il particolare odore di chiuso e di medicinali ch'egli ben conosceva, gli venne incontro, e nella penombra scorse due uomini sconosciuti, col cappello in testa, che discutevano vivacemente.
L'uno, grande e grosso, vestito pretenziosamente di chiaro, con una faccia fatua e apparentemente bonacciona, stava accanto alla finestra, e teneva in mano qualche cosa che girava e rigirava da tutte le parti come si fa con un brillante per esaminarne la luce; l'altro, pi piccolo, striminzito in una giacchettina nera corta e stretta, era una figura ancora pi ambigua, dal calvo cranio giallastro, dagli occhi strabici. Costui stava curvo sul letto ove giaceva l'infermo, e gli parlava quasi sulla faccia, gesticolando, con una voce stridula, ed un tono che stava fra la perorazione e l'alterco.
Erano tutti cos infervorati nella discussione che non si accorsero del sopraggiungere di Orsenigo.
-  falso,  falso; ci dico io che  falso! - strillava lo strabico.
-  una bella imitazione, ma  falso - confermava sentenziosamente il grasso. - Non vale assolutamente pi di un biglietto da mille. Lo accattiamo, se vuole, per scontare mille lire sul debito; mille, e non di pi.
- Bugiardi, canaglie, volete derubarmi, approfittate di un povero vecchio, rendetemi il mio anello!... - gemeva e ansimava il colonnello, tendendo le mani, cercando di sollevarsi a sedere sul letto.
In quell'istante, si accorsero tutti e tre contemporaneamente di Piero.
I due, molto confusi, tacquero all'istante, si tolsero il cappello, e fecero un grande inchino ritraendosi insieme lungo la parete; il vecchio chiuse gli occhi come se il guizzar improvviso di un lampo l'avesse abbacinato, e si risprofond nei guanciali.
Senza dir nulla, Piero si avvicin al suo letto, e gli prese il polso.
- Stia tranquillo - mormor. - Queste agitazioni non le fanno bene. - E rivolto a quei due: - Che ? - chiese. - Che cosa desiderano dal signore? Non sanno che  malato?
- Ecco, veramente... - rispose pronto il piccolo colla sua voce stridula - non credevamo di disturbare. Siamo venuti da Milano per fare una scampagnata. Capir, si lavora tutta la settimana... E siccome abbiamo l'onore di conoscere il signor colonnello, non credevamo di far male venendo a presentargli i nostri ossequ.
Piero represse a stento un impeto d'ira e di disprezzo.
- Meno chiacchiere - ordin severamente - Che cosa siete venuti a far qui?
- Se vuoi proprio saperlo, siamo venuti a chiedere quello che  nostro - rispose l'uomo, riprendendo tosto la sua baldanza. - Abbiamo avuto il piacere di rendere in passato un piccola servizio al signor colonnello... oh! un'inezia!.... un piccolo prestito insignificante. Ma siccome i tempi son duri, e abbiamo bisogno del nostro denaro, siamo venuti a ricordargli quel vecchio conticino. Molto, molto, vecchio... Il signor colonnello ci ha offerto in pagamento l'anello, ma  in errore sul valore venale di esso, perch la pietra  avariata, e non resta di buono che la legatura. Dicevamo appunto, che possiamo accettarlo come acconto, ma non come saldo della somma prestata.
- Qual' il vostro credito?
- Cinquemila lire; n un soldo pi n un soldo meno, cogli interessi di due anni che non furono mai pagati.
Piero guard l'infermo, ed attese invano una smentita che non venne.
Era immobile come fosse sprofondato nel sonno; cogli occhi chiusi; la sua faccia scheletrica, risaltava terrea sul bianco del cuscino, sotto i capelli bianchi; e se la coltre non si fosse rapidamente sollevata e abbassata all'ansito affannoso del respiro, lo si sarebbe potuto credere un morto.
- Favoriscano uscire un momento - disse Orsenigo - e precedendo i due nel salottino, chiuse l'uscio dietro di s.
- Hanno prove del loro credito?
- Eccole.
L'uomo grasso frug nella tasca interna della giacca; tir fuori da una busta gonfia d'altre carte bisunte, una specie di lettera. Piero la prese colle punte delle dita; lesse; l'esamin alla luce; osserv la data, la firma: "Annibale De Friours", indiscutibilmente autentica.
- Son quattromila, e non cinquemila.
- Capir, mille lire per gli interessi. Due anni che non si vede un quattrino... Siamo povera gente.
- Fuori l'anello.
Colui che lo teneva ancora fra le mani, esit un istante, ma il tono e il viso di Piero erano tali, che si affrett a porgerglielo senza ribatter sillaba.
Orsenigo trasse dal portafoglio cinque biglietti da mille lire; li cont uno per uno dinanzi agli occhi di quei due che lo fissavano avidi e inquieti; li sporse loro a braccio teso, ed aspett che essi pure li contassero, poi stracci in quattro pezzi la carta firmata "De Friours" ne fece una pallottola, e se la cacci in tasca.
- Ed ora non una parola di pi, e filare.
Coloro non se lo fecero ripetere due volte, e, colle schiene curve, profondendosi in scuse e ringraziamenti, sgattaiolarono alla svelta gi per le scale.
Orsenigo rimase solo. Disgusto e piet gli serravano il cuore; piet per quel povero vecchio ormai finito, il cui volto era gi segnato dalla morte; per quel povero vecchio che ansimava e soffriva di l, e in quell'istante doveva sentirsi soprattutto profondamente umiliato, perch egli aveva udito.
Bisognava inventare qualche cosa per togliere di dosso al poveretto quel senso di vergogna e di mortificazione intollerabile ai capelli bianchi; bisognava fingere di non aver creduto; raccontargli che i due se n'erano andati, ma evitare che indovinasse la verit.
Mentre stava cos riflettendo, Piero ud nella stanza accanto il tonfo di un mobile urtato violentemente, e rovesciato. Accorse spaventato, poich sapeva che il colonnello era solo, e non poteva camminare, e, affacciatosi all'uscio, lo vide, non pi adagiato, ma seduto sull'orlo del letto, colle magre gambe penzoloni: due povere gambe scarnite, coperte di peli grigi, due gambe di scheletro.
Aveva gettate le coltri, e, tentando di scendere, per sostenersi aveva evidentemente urtato e rovesciato la seggiola; ora, ansimando ed annaspando, mortalmente pallido, cercava affannosamente un altro appoggio, un sostegno, per poter rizzarsi in piedi.
- Che fa, colonnello? Vuol farsi del male davvero?... Ma  una pazzia! - grid Piero - accorrendo. - Che vuole? Dica a me, se ha bisogno di qualche cosa!
Ma quello non udiva, od era cos preso dall'orgasmo, che non mostrava di udire. Con gesti disordinati indicava la porta; colla lingua inceppata, borbottava incomprensibili parole: voleva parlare, e non poteva.
Infine, Piero cap che voleva chiamare indietro quei due. Preoccupato e meravigliato, lo sollev di peso, e lo riadagi sul letto.
- Le ordino di non muoversi - comand. - Si calmi. Ho detto a quei due imbroglioni ci che meritavano, e se ne sono andati tranquillamente. Ecco l'anello che mi hanno restituito.
Non aveva ancora finito di pronunciare queste parole che fu atterrito dall'effetto che producevano.
Una profonda disperazione si era dipinta sul volto del vecchio che, senza pi forze ormai per levarsi, giaceva accasciato: un tremito gli agitava le membra, i denti gli battevano, un singhiozzo arido e convulso gli sollevava il petto.
- Ma perch?... Ma perch?... - diceva Piero, colpito dall'irregolarit del respiro e del polso. - Si calmi, colonnello. Sia ragionevole. Dovrebbe essere contento. Se la sono svignata pi presto che in fretta, e non torneranno mai pi.
Allora, come se l'eccesso della disperazione gli avesse ridato le forze e la parola, l'infermo si sollev nuovamente a sedere, e cogli occhi torbidi, i bianchi capelli scarmigliati, agitando in aria l'unico braccio sano:
- Anna!... - gemette. - Anna! Ora andranno da Anna!...
Piero si chin su di lui e gli pass affettuosamente un braccio intorno alle spalle.
- Ma no, ma no, poveretto. Guardi. Sono appena le dieci. Mancano ancora due ore all'uscita. La signorina  al Convento, e quei due non sanno neppure che ella sia laggi. Si tranquillizzi. Li ho svergognati in modo che non oseranno disturbare, pi di quanto non abbiano gi disturbato.
- Ah Dio, Dio mio! che non vadano da Anna, che non tormentino Anna!...
- Non c' pericolo, glielo assicuro.
Il vecchio si svincol violentemente da Piero, lo respinse col pugno minaccioso.
- Ma lei chi , - grid con voce rauca e tremante - chi , per venire a ingerirsi dei fatti miei, per arrogarsi il diritto di scacciar la gente che trova in casa mia?... Chi le ha dato questa autorit? Se ne vada; mi lasci in pace; lei qui non ha nessuna autorit; nessun diritto!... Se ne vada, ripeto!
Piero comprese che per calmar l'infelice, non c'era altro mezzo che dire il vero.
- Senta, colonnello - disse con fermezza. - Le d la mia parola d'onore che quei due non andranno a molestar pi nessuno. Vera o no la storiella che mi son trovato involontariamente ad udire, ho creduto bene, per la tranquillit sua e della signorina, di consegnar loro la somma che reclamavano. Perci se ne sono andati, ed hanno restituito di buon grado l'anello. Se ho fatto male, mi perdoni; ma la mia intenzione era buona e amichevole.
Un profondo silenzi segu a questa rivelazione che il vecchio aveva ascoltato con occhi sbarrati e sospettosi.
Ma, via via che Piero parlava, un'espressione di sorpresa, poi di sollievo, di grande, infinito sollievo, aveva ammorbidito i suoi lineamenti, si era distesa come un velo di pace sui suoi nervi sconvolti. Infine fitte lagrime cominciarono a grondargli gi per la faccia, e la sua mano cerc brancolando quella di Piero e la port alle labbra.
Piero si scherm; corse alla mensola dove stavano allineate le bottigliette delle medicine, prese quella del calmante, ne vers alcune gocce in un bicchiere, lo porse all'infermo. Poi l'aiuto pian piano a riadagiarsi, lo copr fino al mento, gli accomod i guanciali sotto la testa, gli rimbocc le coperte.
Passarono alcuni istanti durante i quali nella stanza non si ud che un respiro affannoso che andava lentamente lentamente placandosi.
- Orsenigo, vi ho offeso - mormor finalmente il colonnello riaprendo gli occhi e guardando il giovane in piedi presso al suo letto. - Non dovevo farlo. Non ho giustificazioni.
Piero si mise un dito sulle labbra per accennargli di tacere e di stare tranquillo.
- No, non ho giustificazioni - ripet il vecchio ansimando. - Anche se voi non aveste fatto oggi quello che avete fatto, sono mesi che siete buono per me come un figlio, che mi aiutate e mi sopportate, che siete infinitamente pietoso e paziente. Ed io ho potuto dimenticarlo... Ma voi non sapete come tremo, come ho paura, non per me, ma per lei, per lei, per Anna!... L'idea che quei due, insoddisfatti, andassero a offenderla, a molestarla, mi ha reso pazzo. Pazzo e cattivo. Perdonatemi, Orsenigo, se avete un po' di simpatia, di comprensione, non tanto per me, quanto per mia figlia.
Senza bussare, con una tazza di latte in mano, entrava la signora Zenobia e zoppicando e ciabattando per la stanza, frugava tutti gli angoli coi suoi occhi curiosi e sfacciati.
... Dov'erano andati i due tipi?... Volati via per la finestra?... Il medico e il malato, immobili, parevano di marmo.
- Voi non sapete che cosa sia stata la vita di Anna - continu il colonnello a voce bassissima e concitata, animandosi d'inaspettata energia, non appena colei fu scomparsa. - Voi non sapete che cosa sia stata la sua vita e come sia necessario difenderla da nuove pene. Ci che vedete qui - ed  gi molto - il suo sacrificio, la sua devozione, la sua resistenza, - non durano solo da mesi, ma durano ed esistono da sempre, abbracciano la sua vita intera: senza luce, senza gioia, senza giovinezza!... Un sacrificio, un dolore, che tormentino un periodo limitato della nostra esistenza si tollerano e si superano, ma la continuazione, l'insistenza ininterrotta del dolore e del sacrificio, spremono le forze, logorano e sfiniscono. Anna  ancora in piedi, ma c' un troppo di sofferenza che non potrebbe pi sopportare, lo so, lo sento. Una goccia di pi nel calice dell'amarezza, la farebbe stramazzare a terra. Ed io non voglio, non voglio!...
La commozione lo riprese nuovamente, ma fece uno sforzo per dominarsi, ringoi le lagrime, e riprese con maggior calma:
- Voi non sapete nulla di noi. Siamo per voi degli sconosciuti. Non vi ho mai detto nulla. Ho avuto torto. Meritavate maggior fiducia. Ma siamo di una razza dura, che non sa confidarsi, che serra e stringe in s il dolore. Anche Anna  cos. Soffre e tace; ed il suo esempio  una quotidiana lezione di coraggio. Forse ha ragione. Ma talvolta il parlare d sollievo, d un senso di liberazione. Orsenigo - supplic - lasciatemi parlare! Sono tanto vicino alla morte... Non ho pi la forza di tacere.
Piero comprese la crudelt di costringere al silenzio quell'anima sconvolta, e, tacitamente gli pos la mano sulla fronte e sedette a fianco del letto.
- Ho sposato a ventisett'anni una donna straniera, un'americana. Vedete? L, alla parete, c' il suo ritratto.  lei, com'era quando la conobbi. Questa donna mi ha fatto indicibilmente soffrire, senza sua colpa, forse: per leggerezza, per incomprensione, perch portava in s dalla sua razza tali diversit di sentimento e di carattere, da rendere impossibile un profondo accordo fra noi. Mi aveva sposato malgrado l'opposizione dei suoi e dei miei, vincendo mille ostacoli. L'incanto fu breve. Dopo due anni appena di matrimonio, il suo capriccio era gi stanco, ed ella cominci a vedermi qual ero realmente, qual ero, del resto, sempre stato - spoglio delle illusioni di cui ella mi aveva abbellito: - un buon giovane; molto borghese in fondo, malgrado le lancie e i pennacchi del mio blasone; mediocre in tutto; casalingo; un ufficialetto come ce ne sono tanti, un tenentino che guadagnava poco denaro, e per guadagnarlo doveva sgobbare dalla mattina alla sera fra le gavette e gli scarponi. Nulla di eroico e di romantico. Allora ella, che non mi amava gi pi, incominci anche a disprezzarmi, e a disprezzar con me il mio paese. Guadagnar poco, era per lei, e forse per tutte le donne della sua razza, sinonimo di nullit e di debolezza. Era una donna irrequieta, ambiziosissima, innamorata di se stessa, avida di lusso, insaziabile di divertimento, noncurante della casa. Io, debole e innamorato, pauroso che mi diventasse completamente nemica, non ebbi la forza di frapporre ostacolo ai suoi capricci, al suo modo di vivere, strano, disordinato, troppo libero, e superiore alla nostra condizione. Bench le ricchezze ingenti dei De Friours fossero scomparse da un pezzo, quando la sposai, possedevo ancra il castello in Val d'Aosta, alcuni poderi in Lombardia, molti e bellissimi oggetti d'arte. Ella non aveva nulla o quasi nulla: un modesto assegno, instabile, che il padre, immerso in speculazioni d'ogni genere, or s or no le mandava. Avevamo avuto due figli Anna ed Edgard. Mia moglie prediligeva il minore, il maschio; forse perch rifletteva completa la sua indole come i suoi lineamenti. Anche Anna forse, nel fisico, le assomigliava; ma nel sentimento e nel carattere Anna, dalle radici dei capelli alla punta delle dita,  una Friours, e per di pi portava il nome di mia madre, che era stata ostile a mia moglie al tempo del nostro burrascoso fidanzamento. Delicato e bellissimo era Edgard, e da sua madre aveva tutto ci che voleva: il ragionevole e l'irragionevole; senza freno, senza limite, senza disciplina. Con Anna invece ella era dura, severa, esigente, quasi cattiva. Quante volte ho trovato Anna piccola, in un bugigattolo dietro la cucina, dove si nascondeva per piangere.... L'ho vista piangere, ma non ho udito mai dalle sue labbra una parola di lagno. Anzi, quando si accorgeva che i capricci, le esigenze, le volubilit della madre e del fratello, mi saltavano agli occhi, e non poteva nasconderle, mi veniva da lei sempre una parola conciliante, indulgente, pacificatrice. Quanto deve aver sofferto quella bambina, trattata aspramente, trascurata, dimenticata, quando io, che l'amavo, non c'ero, lo sa Iddio. Ma il dolore pi crudele della sua infanzia fu quando dovemmo vendere il castello di Friours. Anna vi era nata; aveva passato lass, con mia madre i giorni migliori e pi sereni della sua fanciullezza; vi si era attaccata appassionatamente. Mia madre era morta, purtroppo; ma non era morta del tutto finch i luoghi cari dove ella aveva trascorso tanti anni, pieni della sua memoria, si potevano ancra dir nostri. Ma, come l'un dietro l'altro, se n'erano andati i bei poderi di Lombardia, venne il momento in cui, per far fronte a dieci anni di vita disordinata e dissipata, bisogn vendere anche il castello. Anna, ricordo, non disse parola; non pianse; non si ribell; ma era ridotta un'ombra trasparente.
Ormai non possedevamo pi nulla, se non qualche quadro, alcuni oggetti, un po' d'argenteria: le cose ultime, da cui non ci si stacca che colla morte. In quattro, ormai, dovevamo vivere solo col mio stipendio di capitano di cavalleria.. Ah, che anni, Orsenigo!... Non per le privazioni, io li rammento con terrore; non per le privazioni, devono essere rimasti crudelmente impressi nel cuore di Anna, ma per l'atmosfera di disordine, di irritazione, di discordia, che la povert determin apertamente nella nostra casa. Talvolta la povert  un freno, una disciplina; tal'altra scatena i peggiori istinti. Questo fu il nostro caso. Come una barca che sta per colare a fondo, e fa acqua da tutte le parti, la nostra casa quasi non esisteva pi; famiglia, focolare, parole che mia moglie da fidanzata amava ripetere sovente - come contemplava estasiandosi il chiaro di luna, il golfo di Napoli, con quel romanticismo delle straniere da cui noi italiani ci lasciamo cos facilmente toccare - famiglia, focolare, erano ridotte semplicemente parole.
In quest'atmosfera atroce per l'animo di un fanciullo, trascorsero la fanciullezza e l'adolescenza di Anna; e guai per me se non avessi avuto lei in quel tempo! Ella certo dovette sentire, intuire, il vuoto desolato del mio cuore, la tragedia della mia vita, e s'industriava ad alleviarne il tormento con infinite attenzioni che allora talvolta mi sfuggivano, ma che pi tardi compresi e apprezzai in tutta la loro profonda delicatezza: si studiava di dare un'anima, un contenuto, la parvenza dell'ordine, alla nostra baracca barcollante e abbandonata. S'interessava a me; mi preparava i vestiti e la biancheria; cercava di accogliermi meglio che poteva al ritorno dalla caserma; mi teneva compagnia. E spesso eravamo noi due soli, perch mia moglie ed Edgard, sempre in giro per divertirsi o per annoiarsi, a casa non ritornavano che come a un albergo; oppure accompagnavano con loro degli amici che per noi erano degli sconosciuti, stranieri d'oltre oceano, conoscenze vecchie e nuove d'America, con cui essi avevano grande famigliarit, e che della nostra esistenza si accorgevano, appena. Cercai pi volte d'impormi, di mettere un freno a quella vita, ma non avevo saputo affermare la mia autorit dapprincipio, e ormai era troppo tardi... Mia moglie diceva che Edgard aveva bisogno di divertirsi, e che sarebbe stato crudele costringerlo a studiare, ad applicarsi seriamente, colla salute delicata che aveva. Fra gli stranieri che frequentavano a tutte le ore la casa, ce n'era uno che abitava nella nostra citt da parecchi anni, e a cui Edgard dava il nome di zio... "Uncle Georges"... Ho sofferto quanto un uomo pu soffrire, Orsenigo, ma sono stato vile; non ho avuto mai il coraggio dello strappo decisivo. Frattanto, Anna studiava per prepararsi agli esami. Studiava di notte; spesso fino a notte inoltrata, perch di giorno doveva accudire alla casa e servire sua madre ed Edgard, che andavano e venivano, ed esigevano da lei ci che non avrebbero osato esigere da una cameriera. Stirava, lavorava, cucinava per tutti, me compreso.
E cos arrivammo al giorno in cui mia moglie annunci la sua partenza per l'America col figlio. - Per salutare il vecchio padre - diceva. Partirono. Per quel viaggio si fece un ultimo sacrificio: una Madonnina del Sassoferrato, che era appartenuta alla mia povera madre, usc dalla nostra casa per sempre.
Edgard e sua madre dovevano tornare in Italia dopo un anno; ma torn Edgard assai pi tardi, e solo. Mia moglie era morta laggi, di spagnola. Anche il padre di lei era morto di spagnola, senza lasciar nulla.
E cos Edgard torn in Italia, e aveva diciannov'anni. Prima di partire non aveva seguito scuole regolari, o meglio ne aveva frequentate parecchie; era passato dalle classiche alle tecniche, dalle tecniche allo studio di un pittore, aveva cambiato molti collegi; senza disciplina, senza continuit, senza regolarit. Quei due anni d'America avevano finito per sviarlo del tutto. La morte della madre l'aveva colpito e turbato, senza drizzare la sua volont.
Al ritorno si mise a frequentare soltanto le sale di scherma, i clubs sportivi: annoiato, irrequieto, malcontento. Malcontento soprattutto di non aver denaro. Talvolta passava intere giornate in casa, senza aprir bocca, sdraiato sul letto.
Era, come sua madre, bellissimo, con un'apparenza appassionata ed ardente, ma molto freddo in fondo, e soprattutto debole. Anche buono, povero Edgard; ma incapace di sacrificio, di disciplina. Aveva bisogno di denaro, di molto denaro; senza denaro - diceva - che cosa vale questa vitaccia?... E tuttavia, non era capace del minimo sforzo per imporsi un qualsiasi lavoro, per tentare una qualsiasi strada che lo conducesse alla conquista del denaro agognato. Purtroppo, altrettanto incapace era di rinunciare a nulla di ci che gli piaceva.
Noi lo amavamo tanto, ed avevamo paura di lui; paura per lui. Paura della sua sofferenza; paura della sua debolezza.
Egli soffriva acerbamente dell'appartamentino in quarto piano, della biancheria scarsa e modesta, delle scarpe risuolate, delle mille rinunce piccole e grandi quotidiane, continue, a cui costringe la povert onesta.
- Meglio fare il brigante - diceva.
La povert era per lui un dolore ed un'umiliazione che lo rodevano e lo soffocavano come una malattia.
Anna, prima di me, intu il pericolo di quella sofferenza e di quella debolezza.
Fece, la povera creatura, anche questa volta, tutto quello ch'era in lei, per mitigare il tormento del fratello; non si lev a giudicarlo severamente, sent soltanto che egli soffriva, e ne ebbe piet. E allora, per procurargli qualche agio, perch la nostra casa non gli sembrasse tanto brutta e tanto misera, perch sulla nostra tavola ci fosse di tanto in tanto un dolce, un fiore; per poter regalargli una camicia di seta, una poltrona a teatro, un po' di denaro, per difenderlo, infine, dai pericoli che la povert rappresentava per una natura come la sua, siccome il mio stipendio non bastava, incominci anch'ella a lavorare, a dar lezioni, ad accompagnare a passeggio le forestiere che desideravano visitar la citt parlando italiano; si priv d'ogni cosa; si addoss i fardelli pi gravi; in silenzio, serenamente; si lev quasi il pane di bocca, per dare tutto ad Edgard; perch Edgard non odiasse la vita; perch non fosse cattivo ed infelice.
Ma un giorno il lavoro di Anna ed il mio non bastarono pi. Attirato dal miraggio di facili guadagni, forse mal consigliato, egli incominci a giocare. Prima guadagn; poi, come avviene, perdette. Il debito di cui avete avuto la prova, risale a quel tempo. Lo feci io, all'insaputa di Anna, per dar modo a mio figlio di fronteggiare un impegno d'onore. Quella volta Anna non ne seppe nulla; ma non fu sempre cos. Per parecchi anni, scenate simili a quelle a cui voi avete dianzi assistito, si ripeterono nella nostra casa quasi quotidianamente....
Ad uno ad uno, se ne andarono anche gli ultimi ricordi dei De Friours: la bella argenteria antica, i quadri, i gioielli, tutto, tranne quest'anello che avete veduto, che fu di mia madre, e poche altre cianfrusaglie. L'appartamentino in quarto piano che, dall'esistere di qualche cosa d'arte, aveva conservato malgrado la sua modestia una cert'aria di nobilt e quasi un certo stile, si fece nudo e squallido, e sempre pi intollerabile apparve a Edgard, che ormai vi tornava raramente e fugacemente.
Purtroppo, pi che per vederci, veniva per chiedere un po' di denaro a sua sorella, o per cercare se mai vi fosse ancra qualche cosa da vendere, da portar via....
Ah, Orsenigo, vi racconto una storia che mi strazia l'anima. Parlo degli esseri che mi furono pi cari al mondo, e devo farlo con parole dure e severe. Ma io non giudico, no; non condanno!... Piango soltanto; su di loro e per loro; e soprattutto per la creatura santa che mi  rimasta; piango per lei; che  stata sacrificata cos!... Anna, per noi, ha mancato la sua vita, che sarebbe stata quella di sposa e di madre felice; Anna ha scontato la debolezza, la leggerezza, l'egoismo nostro: s! anche il mio; perch se io avessi avuto un carattere pi forte, avrei saputo dirigere e guidare mia moglie e mio figlio, anzich lasciarmi travolgere da loro. Sono stato un buono a nulla; capace solo di fare il mio dovere come soldato; non di tenere in pugno la mia famiglia.
Segu una pausa, uno di quei silenzi angosciosi, durante i quali il passato stringe il cuore come un artiglio e lo fa sanguinare.
- Siamo venuti qui fuggendo i luoghi dove  avvenuta la cosa terribile, la cosa che voi non sapete, Orsenigo. Edgard.... - continu il colonnello a voce bassissima - Edgard  morto poco prima che noi partissimo. Ma non  morto di malattia. Si  tirato un colpo di rivoltella alla tempia, in una stanza d'albergo, in seguito a una grave, irreparabile perdita al gioco. Ma non  morto subito. La pallottola ha deviato. Lo riportarono a casa nostra, e per oltre un mese ha agonizzato in un letto, quasi cieco e irriconoscibile. Voleva lo specchio, e singhiozzava.... Anna non lo ha lasciato un attimo n giorno n notte.  morto fra le sue braccia, domandandole perdono.
Il racconto del colonnello era finito.
L'ultima parte di esso soprattutto, l'aveva spossato e sconvolto. Ogni parola pareva avergli strappato un brandello d'anima, pareva aver inaridito e bruciato anche la forza di piangere. Supino, bianco, cogli occhi chiusi....
Orsenigo, che non aveva mai staccato la mano dalla fronte di lui, gli accarezz due o tre volte lievemente i capelli, in silenzio. Che dirgli?...
Il giovane aveva ascoltato con sincero interesse la tristissima storia, e il dramma che l'aveva tragicamente conclusa l'aveva veramente commosso a piet. Era stato colpito anche dalla passione, e in pari tempo dalla lucidit, dalla precisione, con cui quel moribondo, ch'egli riteneva ormai esausto e menomato nello spirito come nel corpo, simile ad un antico albero colpito dal fulmine, aveva raccontato, osservato e giudicato, s ed i suoi. Il buon metallo, toccato, dava ancra forti rintocchi!... Nulla, quell'uomo infelice, aveva saputo impedire, pur vedendo e soffrendo; egli non aveva in fondo fatto altro che aggiungere la sua debolezza agli errori altrui, come chi, con occhi aperti e fissi, vede il precipizio, e non se ne ritrae.... Ma Piero, coll'egoismo degli innamorati, pi che soffermarsi sull'amara filosofia della storia, pi che sulle disgrazie sentimentali del colonnello e sull'inquieta e complessa figura di Edgard, si era interessato soprattutto a ci che riguardava Anna.
Povera, cara Anna.... La sua triste giovinezza, il suo sacrificio, la sua bont, che ora era in grado di apprezzare pi completamente, gliela rendevano ancor pi toccante e pi cara. Avrebbe voluto dir subito a quel vecchio:
- Coraggio. La vita di Anna non  finita; ella godr ancora la sua parte di luce e di felicit!
Ma un'inspiegabile timidezza lo trattenne, ed il timore di agitare maggiormente l'infermo, e soprattutto il pensiero che ad Anna egli non aveva ancra parlato. I rintocchi larghi e lenti della campana annunciarono frattanto il mezzogiorno.
Il colonnello trasal.
- Ella sar qui tra poco - sussurr spalancando gli occhi e tirandosi le coperte fin sul mento. - Lasciatemi, Orsenigo, vi prego. Che ella non si accorga che siete stato qui pi a lungo del solito. Che non ne supponga il perch. Sto meglio, vi assicuro, anzi sto bene. E se mai la vedete, se mai l'incontrate, vi supplico, non ditele nulla, fate che non si accorga di nulla. Lasciatela tranquilla! Datemi la vostra parola d'onore!
Piero promise; si conged in fretta. Stava per uscir dalla stanza, quando l'infermo lo richiam tendendo la mano verso di lui.
- L'anello, Orsenigo; l'anello  vostro. No; vi prego, no; non rifiutatelo, non umiliatemi; prendetelo come ricordo di qualcuno a cui avete fatto del bene.

5.
L'indomani, all'ora in cui abitualmente Anna rincasava dopo la scuola, Orsenigo s'incammin decisamente lungo la strada che ella soleva percorrere, col proposito d'incontrarla e di parlarle.
Per timore di sbagliare, l'attese passeggiando su e gi sotto gli ippocastani del grande viale che dal Convento costeggiando il fiume conduceva alla piazza del paese, senza preoccuparsi dei commenti che il loro insolito incontro avrebbe potuto suscitare.
E, aspettando, si sentiva pieno di sicurezza e di coraggio.
Il mattino, si era trovato in tasca l'anello che De Friours l'aveva costretto ad accettare, e, ripromettendosi di trovar modo di restituirlo al pi presto, l'aveva chiuso frattanto nello scrigno dove custodiva i vecchi gioielli di casa Orsenigo.
Di quei gioielli, aveva osservato con interesse insolito le pietre, e soprattutto le legature, un po' antiquate, ma di finissima fattura. C'era un monile di perle perfette, chiuso da un fermaglio formato da un unico grosso zafiro, che egli aveva osservato lungamente, con compiacenza quasi puerile, immaginando, anzi vedendo, la luce azzurra della gemma brillare su una nuca pallida, dove pi biondo e pi dolce era l'oro dei capelli.... Un giorno - presto - egli stesso avrebbe chiuso quel fermaglio al collo di colei che doveva adornarsene per sempre, al collo di "sua moglie". Sua moglie: Anna!...
Ma la figuretta di lei era appena spuntata in fondo alla strada che gi mille dubbi e mille perplessit lo facevano esitare, non sul fatto, ma sulla scelta del momento.
Era possibile impegnare un colloquio cos serio in mezzo alla strada?... Anna non avrebbe trovato ci sconveniente e poco riguardoso?... Ecco un cacciatore; due contadini che spingono dinanzi a loro un porcellino; una frotta di scolaretti scortati dal maestro. Tutti salutano Piero; si voltano ripetutamente a guardarlo.
 lecito chiedere cos, a bruciapelo, a una donna, a una signora:
- Vuol essere mia moglie?
Non bisognerebbe far precedere questa domanda da qualche discorso preparatorio, da un po' di corteggiamento, da qualche particolare romantico e gentile?... Che si fa, che si dice, in simili circostanze?...
Piero non lo sapeva davvero; aveva sempre avvicinato donne con cui si va per le spiccie.
E la preoccupazione di dimostrarsi ignaro delle convenienze sociali, di non essere perfettamente fine e corretto, era in fondo una delle sue debolezze, che gli veniva probabilmente dalla coscienza delle oscure origini materne, e lo rendeva spesso goffo e impacciato.
Anna quel giorno aveva smesso il lutto grave, e portava intorno al collo una leggera sciarpa violacea che l'aria faceva ondeggiare: era la prima volta che Piero vedeva su di lei un colore qualsiasi che interrompesse la nera opacit dell'abbigliamento, e ne fu rallegrato come da un lieto presagio.
Turbato e sorridente, le mosse incontro, ma quand'ella si accorse all'improvviso di lui che da lontano le faceva una gran scappellata e coi suoi lunghi passi dinoccolati attraversava la strada per incontrarla, la sorpresa e l'inquietudine si dipinsero sul suo volto.
- Il babbo?... - chiese con ansia, prima ancra ch'egli l'avesse raggiunta.
- No, no; nulla di nuovo; son passato or ora a chieder notizie - s'affrett a rispondere il giovane.
- Dio, che paura mi ha fatto!... Pap stanotte ha dormito poco. Temevo.... Corro a casa in fretta, perch mezzogiorno  gi suonato da qualche minuto, e, finch non arrivo io, egli non mangia - disse Anna. - Lei viene da questa parte, Orsenigo?... Facciamo allora un tratto di strada insieme.
E, quasi senza attender risposta, riprese il cammino.
Egli le si pose al fianco; nervoso; incerto; malcontento di s e di lei.
- Adesso, rassicurata sulla salute del padre, mi domander almeno come mai mi trovo qui su questa strada insolita, a un'ora insolita - pensava.
Nulla. Anna non gli domandava nulla. Percorsero il grande viale, che era abbastanza lungo, quasi senza scambiar parola, senza guardarsi: Piero imbronciato, ella stanca e frettolosa.
Impossibile, del resto, parlare; impossibile affrontare un argomento grave; impossibile, sgambettando a passo di carica, iniziare discorsi che non fossero banalmente inutili.
Soltanto al momento di lasciarsi, sulla soglia di casa, mentre Anna gi metteva la chiave nella toppa, a Piero balen un'idea luminosa, e vi si aggrapp come ad un'ncora di salvezza.
- L'ho aspettata oggi, signorina Anna - disse con gravit sproporzionata alle parole - perch da tanto tempo desideravo chiederle una cosa. Desideravo chiederle se.... se pu darmi qualche lezione di inglese.
- Volentieri! - esclam Anna con semplicit. - Ma non mi ha detto che l'aveva gi studiato, da ragazzo, in collegio?... che, insomma, ne sa qualcosa?
-  vero - rispose Piero con imbarazzo. - L'ho studiato un tempo, ma - aggiunse precipitosamente - ho quasi tutto dimenticato. Ora vorrei riprendere: se lei ha la bont di concedermi un'ora.
- Ma certamente, e con piacere. Sono sicura che in poche lezioni si rimetter in carreggiata. Vediamo un po'.... Dalle quattro alle cinque ho appunto un'ora libera ogni giorno. Le va bene, domani alle quattro, per la prima lezione?
- Benissimo.
- Ha la grammatica inglese del...? Qualche libro?... Porti anche un quaderno. Domani le far una specie di piccolo esame per vedere a che punto  la sua sapienza. Arrivederci, Orsenigo! Corro su in fretta. Dunque siamo intesi: domani alle quattro.
E scapp su per le scale facendogli un amichevole cenno di saluto, ma senza voltarsi indietro.
Il quaderno che Piero port il giorno di poi, insieme alla grammatica inglese e ad un libro di Dickens, non era intatto: aveva la prima pagina scritta da lui, col suo grosso carattere ineguale e quasi infantile, dove un grafologo avrebbe potuto trovare dei dati interessanti.
Su quella prima pagina, c'erano tre file di parole allineate l'una dietro all'altra, come soldatini.
Anna non se n'accorse che alla fine della lezione, dopo la grammatica, dopo la lettura, durante le quali il suo scolaro si era mostrato singolarmente ignorante e distratto.
- Che ha scritto qui?... Ha gi fatto un componimento? - chiese ella sorpresa, sfogliando il quaderno.
- Ho scritto le parole che so - rispose Piero fissandola senza sorridere. - Se vuol vederle....
E le parole che Piero sapeva, erano queste:
I know A sweet little woman That I love Very much
If this woman Would love me I shall be Happy
Darling Ansewr Me
Ci aveva pensato tutta la notte, e le aveva scritte ben chiare, con grande attenzione.
Gli occhi di Anna non le avevano ancra tutte percorse, che un vivo rossore le imporporava il viso, le tempie, la fronte. La mano che teneva la matita per segnare gli errori, trem lievemente; le lunghe ciglia velarono lo sguardo, e fu dopo un silenzio, e con voce freddissima, che ella disse, come se il significato delle parole scritte da Piero non la riguardasse
- Non c' male; ma un'altra volta sar pi utile copiare una pagina del vocabolario.
La lezione continu in un'atmosfera di grande imbarazzo. Piero sentiva pesare su di s un sospetto che egli sapeva ingiusto e immeritato, e gli era perci intollerabile: quello di aver scherzato, di aver commesso una leggerezza, di aver mancato di rispetto ad Anna, approfittando della prima ora di solitudine che gli era concesso di trascorrerle accanto. Guardava sul tavolino scuro la manina di lei, fragile e delicata, venata d'azzurro; e gli pareva una cosa cos gentile e preziosa, come un fiore, cos vicina e cos lontana; e sentiva l'impetuoso desiderio di posare su di essa la sua mano, di accarezzarla, di stringerla, di dire finalmente
- Guardami Anna;  vero,  vero; ti voglio bene.
Invece, stando a rispettosa distanza da lei, e con tono burbero e quasi aggressivo:
- Signorina Anna - disse ad un tratto. - Io l'ho offesa. Mi perdoni. Questa non era la mia intenzione. Ma io non so parlare; non so far la corte; e perci son ricorso a uno stratagemma puerile. Ho agito da sciocco, lo so; ma lei non deve offendersene, perch quello che ho scritto  vero, e glielo ripeto ora con sincerit e con lealt. Vuol essere mia moglie?
Al rossore che aveva dianzi imporporato il volto di Anna, era subentrata una improvvisa pallidezza. Le spalle appoggiate allo schienale della seggiola, il quaderno aperto dinanzi a s, guardava Piero coi grandi occhi azzurri smarriti nel viso bianco. Per un attimo egli tem che stesse per svenire, o per rompere in lagrime, tanto il suo turbamento era visibile e profondo.
La dichiarazione del giovane, cos buona, cos limpida, che avrebbe dovuto far dileguare ogni ombra dall'orizzonte, pareva invece opprimerla di confusione e di dolore, toglierle persino la forza e la volont di rispondere. Abituato a vederla sempre tanto serena, tanto padrona di s, cos da poter sembrare quasi fredda, Piero la guardava colpito e sorpreso, senza comprendere, senza raccapezzarsi.
- Vuole? - ripet sommessamente dopo una lunga pausa.
Non colla voce, ma col gesto, scrollando ripetutamente il capo, ella allora fece segno di no.
- Perch? Perch, Anna?...
- Non  possibile.
- Ma perch?...
- Perch non  possibile.
Il dubbio che ella rifiutasse per non staccarsi dal padre, e non osasse - per delicatezza - accennare all'ostacolo, balen alla mente del giovane.
- Lei teme di dover separarsi da una persona cara - disse con bont. -  questo che la fa esitare?
- No, non  questo.
- Il colonnello, come fosse mio padre, avrebbe il suo posto accanto a noi.
- Lo so; lei  buono.
- E allora?...
- E allora non  possibile - ripet Anna un'altra volta. - E c'era tanta fermezza e tanto accoramento nel suo diniego, che Piero rinunci ad insistere pi oltre.
L'orologio segnava le cinque. Un silenzio greve, impenetrabile come un lastrone di ghiaccio, si era stabilito fra i due.
Si sent suonare alla porta; uno scalpicco di passi per le scale; in anticamera le voci delle sorelle Benetti, due ragazzine che prendevano lezione insieme dalle cinque alle sei.
Piero chiuse il quaderno, ammonticchi l'un sull'altro la grammatica, il vocabolario, li leg colla cinghia come uno scolaretto, e, dopo aver salutato freddamente, usc.
Per tutto quel pomeriggio, e durante la notte e la mattinata dipoi, egli non fece che torturarsi e almanaccare sul rifiuto di Anna.
Le ipotesi pi strane gli si affacciarono l'una dopo l'altra rapidamente, per essere l'una dopo l'altra rapidamente scartate.
Era perfino giunto a supporre che Anna non lo volesse per l'ombra che c'era sulla sua nascita: per quella madre "ignota", che soltanto per uno spirito gretto e stolto poteva rappresentare una vergogna, un ostacolo.
Ma ne aveva riso egli stesso solo al pensarci. Del resto, sebbene vi fosse un'ombra sulla sua nascita, egli era pur sempre il conte Orsenigo, l'erede legittimo di un bel nome e di grandi ricchezze, mentre i De Friours, per quanto di antichissima nobilt, erano precipitati nella pi squallida rovina. Eppoi Anna era troppo intelligente, troppo buona e troppo fine, per fare a lui una colpa di quello che era stata, ed era tuttora, quando vi pensava, la sua amarezza.
No, la ragione doveva essere un'altra. Forse Anna non aveva per lui la minima simpatia, il minimo affetto; oppure, s, oppure il suo cuore era gi preso. Ma allora, perch non dirlo?...
Queste due ultime ipotesi lo ferivano vivamente nell'orgoglio e nel sentimento; e bench fossero le pi verosimili, erano appunto quelle che pi si ribellava ad ammettere.
Dopo aver passeggiato fino a mezzanotte su e gi per la stanza, offeso e turbato, rievocando i pochi particolari del recente colloquio, che si riassumevano tutti nella ripetizione invariata di un'inesplicabile affermazione: "Non  possibile", egli and a letto, ma non dorm.
Gli succedeva per la prima volta in vita sua, e cos pure di non aver appetito a colazione, come gli avvenne la mattina seguente; con grande costernazione della governante, che gli aveva preparato un ottimo arrosto di quaglie.
- Il signor conte  indisposto?
- Sto benissimo; lasciatemi in pace.
Quella si era eclissata a grande velocit, lasciandolo solo coi suoi pensieri e colle sue incertezze.
Come risultato di parecchie ore di meditazione, alle tre Piero decise di non farsi mai pi vedere dai De Friours, e alle quattro, coi suoi libri sotto il braccio, suon alla porta dei De Friours.
Gli aperse Anna in persona, che al vederlo non pot reprimere un movimento di sorpresa e di gioia.
Aveva creduto che egli non tornasse pi. Al vederlo il cuore le diede un balzo; arross, impallid. Anch'ella non aveva mai dormito in tutta la notte, e la sua veglia era stata ben pi triste e pi sconfortata di quella di Piero: sofferenza e stanchezza avevano lasciato la loro impronta sul suo viso.
Ma decisa com'era a non riprendere il colloquio del giorno innanzi, domin subito il suo turbamento, e gli and incontro stendendogli la mano coll'amichevole cordialit consueta.
- Oggi faremo il dettato - disse tosto, senza mostrare di accorgersi del risentimento, che alla sua apparente indifferenza, aveva offuscato lo sguardo del giovane. - Io detter ad alta voce, lei scriver, e poi ripeter, pure ad alta voce.  un esercizio utilissimo.
Piero, accigliato, mordendo il freno, sedette alla scrivania. Ma non aveva scritto venti parole, che, preso da uno dei suoi impeti che bruciavano e distruggevano all'istante tutta la sua timidezza, gett lontano da s il quaderno e, scostando vivamente la seggiola, guard Anna bene in faccia.
- Anna - le disse - perch mai questa commedia?... Lei sa che non sono qui per la lezione. Sono qui perch abbiamo bisogno di parlarci. Non  possibile che fra me e lei resti un'impressione cos falsa, come quella che il nostro colloquio di ieri ha lasciato. Ieri, io le ho chiesto se vuol essere mia moglie. Mi ha risposto che non  possibile. La prego di dirmene lealmente il perch.
- Se l'ostacolo viene da cose materiali, lo supereremo - continu quasi duramente - se viene dal suo sentimento, o meglio dalla sua mancanza di sentimento per me, mi pare di avere il diritto di saperlo. Oppure, il suo cuore non  pi libero?...
Anna taceva; e il suo silenzio offendeva Orsenigo pi di qualunque parola.
- Se l'una o l'altra di queste ragioni esistono - prosegu egli alzandosi - mi permetta di dirle che ha fatto ben male a lasciarmi venir qui ogni giorno, a lasciarmi coltivare una speranza, destinata a cadere nel nulla. Non pu farmi credere che non aveva capito. Aveva capito benissimo. E poich sa la mia vita, e sa che sono solo e senza affetti, sa anche che il possedere o no il sentimento d'una donna come lei, non  per me cosa senza importanza. Io ho sempre creduto nella sua bont; ma non  stata davvero bont, la sua, di aver messo nell'anima d'un uomo, tanta perplessit, tanto disagio, tanta inquietudine, unicamente per farlo soffrire.
Non aveva finito di pronunciare queste parole che gi sentiva quanto ingiuste, quanto irragionevoli fossero, poich in realt doveva confessare a s stesso che Anna non aveva mai, in nessun modo, incoraggiata e lusingata quella ch'egli chiamava la sua speranza; l'aveva accolto in casa come un buon amico di suo padre e suo, e null'altro.
Anche Anna si era alzata, e a testa bassa, immobile presso la finestra, aprendo e chiudendo macchinalmente il libro che teneva fra le mani, sentiva cadere su di s i crudeli rimproveri del giovane, senza reagire, senza difendersi, smorta in viso, colle labbra tremanti.
Con uno scatto d'ira, d'impazienza, d'amore, Piero le si avvicin, le prese impetuosamente le mani, le strinse e le tenne fra le sue, costringendola a guardarlo negli occhi. La sent tremare come una canna al vento; la sent soffrire; e la sua ira cadde all'istante.
- E dunque? - chiese con voce raddolcita, ma agitata e veemente. - E dunque, Anna?...
- E dunque - diss'ella alfine con grande sforzo, e cos sommessamente che appena egli la intese - e dunque bisogna rinunciare. Nessuno degli ostacoli che lei ha enumerato esiste: nessuno! Ma ce n' un altro: insuperabile e irrimediabile. Non so come non se ne sia accorto.
- Ma quale ostacolo pu esserci, quale ostacolo, in nome di Dio?
- ....Lei ha ventisei anni; io, ne ho compiuto in questo mese trentotto.
Il colpo fu cos inaspettato e cos rude, che il giovane, obbedendo a un moto istintivo, abbandon le mani di lei e indietreggi involontariamente d'un passo.
Rimasero tutti e due immobili, l'uno di fronte all'altra, senza aggiunger parola.
Non si guardavano. Pareva che un'infinita distanza si fosse spalancata fra loro nel breve spazio di quel passo che li divideva.
Pass cos un tempo che parve assai lungo.
E finalmente Piero pos nuovamente lo sguardo su di lei, e si accorse ch'ella piangeva.
In silenzio, appoggiata al muro, senza singhiozzi, di un pianto desolato e umile dove si sentiva soffrire tutto ci che di pi delicato e sensibile pu soffrire in una donna.
Piero allora le si riaccost, sentendo che doveva pur dire qualcosa, e non trovando parola che non fosse goffa, ridicola o cattiva.
- Mi perdoni, signorina Anna.... - balbett alfine con grande impaccio. - Io non sapevo.... Lei sembra cos giovane.... Sembra una bamb....
Ma Anna lo interruppe con un gesto, e, senza guardarlo, asciugandosi vivamente gli occhi, attravers correndo il salotto e pass nella stanza accanto.
Piero rimase solo. Ira, rimorso e profondo imbarazzo tumultuavano confusamente in lui. Ira contro s stesso, ed anche contro di lei. S, anche contro di lei.... Trentott'anni!... Era possibile, questo? Era possibile questa cosa assurda, mostruosa, incredibile, di avere trentott'anni?...
- Trentotto. Trentotto... Quasi quaranta.
Piero Orsenigo a ventisei anni aveva chiesto in moglie una donna di quasi quaranta.... Era un fatto cos enorme, che, se il suo animo avesse potuto esplodere liberamente, avrebbe gridato quelle due parole: "Trentott'anni!" colla voce con cui si annunciano le catastrofi, i cataclismi, ma in pari tempo coll'accento d'ironia con cui si parla delle cose irresistibilmente buffe.
Ed ora?... Che dire ad Anna?... Pochi minuti innanzi le aveva parlato di amore e di matrimonio. Ora, che dirle?... Un fallo si perdona; una memoria si cancella; un rivale si combatte; ma il tempo, l'invincibile nemico, la colpa senza colpa, il fallo senza rimedio, la malattia inguaribile, come perdonarla, come dimenticarla, come cancellarla?...
Come fossero passati per Anna quegli anni - tutta la sua giovinezza divorata dall'egoismo, dall'incoscienza altrui, offerta, donata, con generosit impareggiabile; sacrificata, delusa, oppressa - egli sapeva; eppure i pensieri e le parole che quel fatto gli suggeriva erano irragionevoli, assurdi, pieni di rimprovero e d'irritazione.
Che vale per un uomo come la giovinezza della donna  trascorsa, se  trascorsa?... Che vale che una vita di donna sia stata pura, quando  al tramonto?
Tutto si pu perdonare: non questo.
Anzi, chiss?... Piero non se ne rendeva conto; ma per la complicata animalit del suo istinto di maschio, forse, la rivelazione di un lungo passato avventuroso, sorprendendolo e sferzandolo in modo diverso, non l'avrebbe agghiacciato, irritato altrettanto....
Irritazione, imbarazzo, senso del ridicolo: questi furono per qualche istante i suoi sentimenti pi forti; tanto pi forti, quanto pi crudeli ed assurdi.
Ma, bisognava pur dire qualche cosa ad Anna. Parlarle. Cercare di non ferirla; di non offenderla maggiormente. Piangeva. Era una leale e retta creatura; non l'aveva attirato colla civetteria; l'aveva anzi sempre quasi sfuggito, respinto. Avrebbe potuto condurlo al matrimonio per vie traverse, nascondendogli fino all'ultimo momento la verit: aveva preferito umiliare il suo amor proprio di donna, rivelando in tempo l'ostacolo insormontabile.
Bisognava aver dei riguardi per lei, ed uscire dalla tragica comicit della situazione nel miglior modo possibile, facendole il minor male.
Ella stessa, del resto, ella stessa, aveva dichiarato il loro matrimonio impossibile.
- "Impossibile".
Non aveva fatto che ripetere quella parola, con un'ostinazione che oggi soltanto Orsenigo si spiegava. Ma tuttavia piangeva. Perch piangeva, or ora, cos disperatamente?...
Il ricordo delle recenti lagrime, e la necessit inevitabile di riprendere il colloquio al punto in cui era stato interrotto, turbavano profondamente Piero.
Nella penombra afosa del salottino, il tempo passava lentissimo e pesantissimo.
Seduto su di un basso sgabello, senza far pi rumore di un topolino, spaventato della sua stessa presenza, intimidito come un colpevole, levandosi e rimettendosi gli occhiali, rosicchiandosi le unghie, Piero attendeva. Che cosa attendeva?... Non lo sapeva bene egli stesso. Forse Anna non sarebbe pi ricomparsa; l'avrebbe lasciato sempre l, sempre l, interminabilmente. Ed egli non osava muoversi, andarsene. Che fare?
Tese l'orecchio: dalla stanza accanto, un colpo di tosse, il rimescolio di un cucchiaio nel bicchiere, il cigolar di un'imposta... La voce di Anna.
Piero balz in piedi, pi che mai perplesso e agitato.
Anna riapparve sull'uscio.
-  l'ora del calmante di pap - disse con naturalezza. - Scusi se l'ho lasciata un momento. Vuole che riprendiamo il nostro dettato?
Il suo viso era molto pallido; gli occhi gonfi e rossi; ma la voce calma e il tono gentile. Come se nulla fosse avvenuto.
Interdetto, il giovane comprese che la lezione rappresentava in quel momento l'unica diversione possibile, ed insieme, l'unico mezzo non tragico, non ridicolo, per uscire dalla imbarazzante situazione, e, inchinatosi goffamente, sedette al solito posto accanto allo scrittoio, a fianco di Anna.
Ed Anna incominci a dettare un raccontino inglese; scandendo le sillabe; con quel perfetto accento, che trasformava perfino la sua voce, di solito calda e armoniosa, in una voce freddissima, senza personalit.
Dettava lentamente, molto lentamente e chiaramente, perch lo straniero comprendesse.
Ed egli, colle larghe spalle curve, il naso sul quaderno, scriveva; e pareva completamente assorbito nell'attenzione; scriveva senza osar di guardarla neppur di sfuggita: strafalcioni grossi come cavalli, l'un dietro l'altro.
Quando la pagina fu finita, Anna prese il lapis rosso e incominci a correggere.
A sua volta aveva chinato il viso sul quaderno; ed ora, nell'aurea luce del tramonto, sicuro di non incontrare i suoi occhi, Piero ora osava guardarla, esaminarla, studiarla, come se fosse una donna nuova, incontrata per la prima volta.
Ed ecco, ora che lo sapeva - ora s - notava all'angolo degli occhi l'impronta sottile che non inganna, e, fra il biondo dolcissimo dei capelli, l, dietro l'orecchio, due o tre fili bianchi leggeri leggeri, e intorno alle palpebre una pallida ombra violacea...
Come mai non se n'era accorto prima?... Come mai non aveva visto?... Non si era informato?... Il dottor Brtoli forse sapeva...
Ma pure, chiunque, chiunque, si sarebbe ingannato: liscia e pura era la fronte di Anna; fresca la bocca; la carnagione, quella delicata tinta di fiore, ancora intatta. E l'espressione, soprattutto, che animava quel volto intelligente e interessante, la luce dei bellissimi occhi azzurri, che soprattutto l'avevano colpito ed attratto, era ingenua, limpida, quasi infantile.
In fondo, egli non avrebbe voluto che Anna fosse diversa. Era proprio cos che gli piaceva; cos com'era; n pi bella n pi giovane; cos fragile; cos fine; quel "donnin"; cos, cos, com'era oggi, come l'aveva conosciuta ieri.
E allora?... Sposarla?... Impossibile. Non vederla pi? Troncare definitivamente e per sempre?... No; non vederla pi gli dispiaceva troppo. Continuare a frequentarne la casa come prima, dopo un incidente simile? Impossibile. Fra loro qualche cosa era profondamente mutato; la serenit di un tempo, la semplicit di un tempo, erano divenute impossibili. E allora?... Amarla e farsi amare da lei senza...? Perch no?... Ella lo amava forse gi: quante, quante volte gli era sembrato di leggerlo in quei cari occhi azzurri!... Ed anche tuttora, in quelle lagrime silenziose...
Perch no?... Sarebbe stata una rara, deliziosa piccola amica... Aiutarla; sollevarla dal suo lavoro; mettere qualche sorriso di benessere nella sua vita chiusa; dare qualche gioia a quel cuore che aveva conosciuto soltanto il sacrificio e la malinconia...
Piero la guardava con un'intensit nuova. Tutte le possibilit, tutte le ipotesi, in un baleno si affacciarono al suo desiderio, al suo egoismo d'uomo.
Sarebbe stata una rara, deliziosa piccola amica...
L'orologio a cuc batt le cinque ore. Anna si alz.
- La nostra lezione  finita - disse chiudendo il quaderno e porgendolo al giovane. - Oggi il dettato non era very excellent... - aggiunse con un lieve sorriso.
Piero si era alzato a sua volta, e la fissava in silenzio con una strana luce nello sguardo.
- Mi perdoni, Anna!... - esclam ad un tratto tendendole ambo le mani con uno slancio sincero. - E... - aggiunse a voce pi bassa, piegandosi verso di lei. - E... non mi congedi per sempre, Anna, non mi mandi via... Anche se non  possibile... di... di... di... mi permetta di ritornare!
Pallidissima, ella corrug leggermente le ciglia; parve esitare un attimo; poi, pos tutte e due le sue manine nelle grandi mani di lui, guardandolo dirittamente negli occhi.
- No, amico mio - disse con dolcezza.

PAOLINA.
PARTE PRIMA.
Ogni anno, verso la met di maggio, un po' prima o un po' dopo secondo il caldo, Villa Ottoboni spalancava al sole tutte le sue finestre. Era una villa vasta, in mezzo a un bel giardino, e di maggio particolarmente ridente per il glicine che ne inghirlandava la facciata.
Allora, per alcuni giorni, si notava nell'interno un andare e venire di spazzole, di granate e di secchi d'acqua. Sotto l'alta direzione della gastalda, tre contadine con le maniche rimboccate e le gonne al ginocchio, lavavano, fregavano, lucidavano.
Questo era il segnale dell'imminente arrivo della signora.
Gi i viottoli del giardino erano tutti belli puliti e senza un fil d'erba; la ghiaia fina fina ben rastrellata; alto e fresco saliva lo zampillo dalla vasca, dove i pesci rossi guizzavano allegri e spaventati.
Arrivavano col treno, in un primo tempo, la cuoca e il domestico, carichi di valige e valigette; poi, la cameriera dispettosa, che portava un panierino contenente il gatto d'Angora; infine l'automobile padronale, alto, maestoso, di forma antiquata, faceva il suo ingresso in paese, fra le scappellate di tutti coloro che al suo passaggio riconoscevano dietro i vetri la paffuta figura di Donna Carlotta Ottoboni, il suo boa di piume di struzzo, i suoi due cani bassotti, e il viso lungo e cavallino di M.lle Gallier, la dama di compagnia.
L'arrivo di Donna Carlotta Ottoboni - detta "Monsignore" per l'autorevole dignit della persona, dell'incesso, dell'abbigliamento - rappresentava per il paesotto di Cernedo un avvenimento importante.
La nobile ospite era giunta da un giorno appena, quando don Giuseppe Ferrazzi, l'arciprete del luogo, suon alla cancellata, si fece annunziare, e fu subito ricevuto.
Era don Giuseppe un vecchio prete magro magro e piccino piccino, con due vivi e infantili occhi azzurri. Portava una tonaca pulitissima, ma rammendata e quasi trasparente perch - dicevano - si privava di tutto per dare ai poveri.
- Lo scopo della mia visita - diss'egli dopo i primi convenevoli, rannicchiandosi nella poltrona di fronte a Donna Carlotta -  prima di tutto, darle il bene arrivato nella sua bella villa; poi, rispondere a voce alla lettera inviatami da Bergamo due settimane or sono. Ella mi raccomandava di cercarle una guardarobiera, non  vero? Non ho risposto subito, perch la cosa non era facile. In questo frattempo, il posto  stato occupato, Donna Carlotta?
- No, no, no.  ancora libero, liberissimo, Reverendo. Ho avuto parecchie offerte da Milano, ma avevo escluso a priori di prendere una donna di citt. Cerco una persona semplice, modesta, religiosa, di poche pretese. Se n' occupato, adunque?... Francamente, non vedendo n nuova n ambasciata, cominciavo a pensare che se ne fosse dimenticato.
- Tutt'altro. Ma le ripeto, la scelta non era facile. Le mie parrocchiane sono quasi tutte troppo rozze, o inesperte, per prestare servizio nella sua nobile famiglia. Finalmente, pensa e ripensa, credo di aver trovato una giovane di assoluta fiducia, anzitutto, e poi anche capace, molto capace. Ma, prima di presentargliela, ho voluto venir qui, e dirle per filo e per segno come stanno le cose. Si tratta di un caso pietoso, Donna Carlotta. La mia raccomandata  la sposa di quell'Andrea Cecchetto, che ella forse rammenter, di quel Cecchetto, che era impiegato all'Agenzia Scotto, e ne fu licenziato tre anni or sono per... qualche piccola indelicatezza riscontrata nella contabilit. Ricorda?
- Quel giovane alto, coi baffetti neri, che stava alla cassa?... Ricordo benissimo. Un capo scarico, mi pare.
- Altro che capo scarico!... Peggio. Ma lasciamo andare. Nella circostanza della... irregolarit di cassa, i suoi padroni furono molto buoni con lui, per piet della moglie e della creatura che stava per nascere; non lo denunziarono; si limitarono a licenziarlo; e la cosa fu messa in tacere. Ma, il trovare un altro impiego qui, con quei precedenti, non era facile; e il Cecchetto, dopo aver trascorso alcuni mesi disoccupato, bighellonando qua e l per le osterie, e, a dir vero; - dato quello che era successo - comportandosi con leggerezza e con spavalderia, un bel giorno part dal paese.
- Solo? - chiese in tono di biasimo Donna Carlotta.
- Solo - sospir l'arciprete. - Nei primi tempi dopo la partenza, la moglie ricevette da lui alcune lettere - tre o quattro in tutto - datate or da un luogo or dall'altro della Svizzera, della Francia, del Belgio, dove esprimeva la speranza di far fortuna e richiamarla un giorno a s. Ora da quasi tre anni, non si fa pi vivo. La giovane, rimasta sola con una bimba appena nata, ha messo sossopra cielo e terra per rintracciarlo; io stesso ho interessato Sua Eminenza il Vescovo per attingerne notizie a mezzo dei Consolati. Nulla: non se n' saputo pi nulla. Soltanto, poco tempo addietro, da qualche frase sibillina contenuta nella lettera di un paesano che lavora all'estero, si  potuto dedurre che il Cecchetto vive, ed  - pare - in Olanda, cameriere in un bar, ma pare anche che conviva con una donna... che si sia insomma formato laggi un'altra famiglia.
- Oh, che brutte cose mi racconta, Reverendo!
- Brutte cose, brutte cose, Donna Carlotta. Fatti, che per fortuna avvengono di rado, ch, in generale, i nostri uomini che vanno all'estero rimangono tenacemente attaccati alla famiglia e al paese; ma fatti che qualche volta purtroppo avvengono. E la notizia, bench incerta,  giunta naturalmente all'orecchio di quella poveretta che  rimasta qui, e l'ha piombata in una vera disperazione, poich ella conservava sul conto del marito molte illusioni, e gli vuol bene ancora, e si riteneva sicura che un giorno o l'altro sarebbe tornato, o l'avrebbe chiamata laggi. Mah!... Finora quella disgraziata ha provveduto al sostentamento suo e della bambina lavorando di cucito in casa, ma le scarse risorse che offre questo piccolo paese e la saltuariet del lavoro, rendono insufficiente, anzi derisorio, il suo guadagno. Questa donna adunque versa in condizioni di assoluta miseria. Non pu contare sull'aiuto di nessuno, perch  orfana, senza parenti. Non pu cercar posto fuori di qui, perch non vuole a nessun costo separarsi dalla bambina.  un caso pietoso, le dico, Donna Carlotta. Questa sventurata,  la giovane che le propongo. Se ella l'assumer alle sue dipendenze, far anzitutto un ottimo acquisto; poi, un'opera di carit veramente fiorita.
Donna Carlotta aveva ascoltato il prete con grande attenzione; infine tentenn ripetutamente il capo e strinse le labbra. Segu un silenzio, durante il quale il canarino dalla sua gabbiuzza dorata sfren un rond di acutissimi trilli. La signora giocherellava coll'occhialetto di tartaruga, Don Giuseppe osservava con interesse i quadri appesi alle pareti.
- La cosa  un po' complicata - disse finalmente la signora, passandosi la grassa mano sui capelli rossi. - Pare un romanzo.
- Non  un romanzo - rispose il prete pacatamente. -  storia; storia vera e dolorosa, Donna Carlotta. Perdoni se insisto nella mia raccomandazione. Lei ha bisogno di una guardarobiera: questa giovane  di costumi irreprensibili, fidatissima, di buoni modi; risponde insomma a tutti i requisiti richiesti, ed ha, aggiungo, pretese pi che modeste: si contenta di guadagnar l'indispensabile per non morir di fame colla sua bambina. Perch non provarla?
Donna Carlotta sospir.
Le seccava disgustar l'arciprete, un sant'uomo, ed in varie circostanze molto utile, ma d'altra parte... Come mai le era venuto in mente di rivolgersi a lui per una guardarobiera?... Era cos esagerato, cos cocciuto ed ingenuo, nella sua carit, quel benedetto uomo!
- E crede proprio, Don Giuseppe, che la sua raccomandata sarebbe capace anche di... di fare il nuovo inventario della biancheria?
- Ma, certamente. Non  una contadina. Sa leggere e scrivere benino.  stata dalle monache fino ai diciott'anni.
- E... com'... fisicamente... - questa persona?... Non sar mica una bellezza, speriamo?
- Ah, su questo io non sono forse buon giudice! - esclam ridendo il sacerdote - Com'?... N bella n brutta, direi, Donna Carlotta. Giovane... s, giovane; ma mingherlina, patita... Una donna qualunque; insignificante.
- Perdoni, don Giuseppe, se mi fermo con speciale interesse su questo punto. Ha mai notato che il personale femminile alle dipendenze di casa Ottoboni non brilla certo per avvenenza e per giovent? La cuoca tedesca, ha sessant'anni e pesa un quintale; Ersilia, la cameriera,  zoppa e butterata dal vaiolo; e nessuno potr accusare M.lle Gallier, la mia dama di compagnia, di assomigliare alla Venere de' Medici. E bench a me personalmente piacciano invece le belle faccie, le ho volute io cos, queste donne, ho scelto io, questi tre sgorbi, proprio col lanternino. E, se lei ci pensa un poco, ne indovina anche il perch. Lei non pu ignorare che in casa Ottoboni c' un debole spiccato per gli amori ancillari. Don Galeazzo, il mio defunto marito, - pace all'anima sua, - me ne ha fatto vedere di cotte e di crude su questo argomento: colle bambinaie, colle cameriere, colle cuoche, colle contadine... Mi ha avvelenato la vita, e ci ha rimesso, per conto suo, salute e quattrini... Ora, uomini non ce ne son pi proprio in casa; Laura, mia figlia, per sua fortuna  vedova; ma c' Gian Galeazzo, Reverendo; Gian Galeazzo, il figliolo di Laura, che assomiglia tutto a suo nonno, nel fisico e nel morale. Guardi il ritratto del mio povero marito, l, sopra il divano, e osservi, - eccola qui, - l'ultima fotografia di mio nipote. Gli stessi occhi; la stessa bocca; e l'espressione; e quel naso che par quello di un bracco in ferma, che fiuti la selvaggina...  atavico,  atavico. Fra qualche giorno Gian Galeazzo uscir dalla Scuola di Modena e verr a passar le vacanze qui, come di consueto.  un giovanottone grande e grosso; ha quasi vent'anni. Se trova a portata di mano una donnetta appena passabile... No, no, per carit! Perfino M.lle Gallier, colla dentiera e la parrucca, mi pare talvolta pericolosa.
L'arciprete rimase un momento sopra pensiero, quasi cercando le parole.
- In fondo, - disse poi - la sua preoccupazione  ben giusta. Non si  mai abbastanza prudenti e previdenti con questa benedetta giovent. Ma... mi concede di osservarle che molto, moltissimo del... - come dire?... - della... intraprendenza mascolina, dipende dal contegno delle donne?... Non mi sarei certamente permesso di raccomandarle una persona della cui seriet e moralit non fossi assolutamente sicuro, e di cui non potessi garantire. Non mi sarei preso una simile responsabilit, coll'esperienza dei miei capelli bianchi.
- Oh, di questo non dubito, non dubito, Reverendo. Si figuri!
- E dunque?... Si tratta di salvare una disgraziata, Donna Carlotta. Si tratta di dar pane a due creature. Del resto, vuol vedere la giovane? Mi sono permesso di farla attendere gi dal gastaldo. Lei la vede; l'interroga; se ne fa un'idea. Questo non l'impegna a nulla. Vuole?
- Volentieri; - acconsent Donna Carlotta, e suon il campanello.
Si present un servo molto vecchio, colle gambe piegate come quelle dei cavalli da nolo, e la livrea verde filettata di giallo.
- Ignazio, fate salire la donna che attende gi dal gastaldo - ordin la signora alzando la voce perch il vecchio servo era sordo - La donna che attende gi dal gastaldo - ripet ancora pi forte, facendosi portavoce colle due mani.
Il servo disparve.
Poco dopo l'uscio si aperse nuovamente, e la persona attesa entr.
Era una giovane donna dall'aspetto timido, vestita poveramente di nero, con un cappellino di seta stinta, i guanti di filo rammendati e puliti. Ci che soprattutto si notava in lei, era qualche cosa di patito, di sfiorito, di anemico, che la luce degli occhi grandi e scuri e l'espressione dolce e gentile della fisionomia non riuscivano ad animare.
Donna Carlotta la squadr minutamente coll'occhialino. L'impressione era buona. Come aveva detto don Giuseppe? Insignificante. S, insignificante; anzi bruttina. Sopratutto era rassicurante quella sua magrezza, quell'aria sofferente e sbiadita, quella carnagione opaca e senza splendore. Gli Ottoboni, di padre in figlio, avevano sempre dimostrato una spiccata preferenza per le donne prosperose, fiorenti, colorite, alla Rubens... Ella stessa, Donna Carlotta, era piaciuta al marito appunto per i caratteri pi appariscenti del tipo preferito. Ora, enormemente pingue, coi radi capelli rossi acconciati con ricercatezza, le guance cascanti, le borse sotto i piccoli occhi verdolini affondati nell'adipe, chi avrebbe riconosciuto in lei la bella ragazza ch'era stata, neve e oro, con un corpo stupendo?... Eppure!... No, no; di quella mingherlina l, non c'era da aver paura: Gian Galeazzo non l'avrebbe neppure guardata. E poich una guardarobiera era assolutamente necessaria, e Don Giuseppe insisteva tanto...
- Sapete lavorare con esattezza a macchina e a mano? Rammendare? Ricamare? Stirare? Tenere in ordine biancheria e vestiti? Quali sono le vostre esigenze di stipendio?
La giovane rispondeva con garbo e con precisione, bench con grande timidezza. Come salario, non aveva esigenze; accettava quello che la signora avrebbe deciso di darle, secondo i suoi meriti. L'unica cosa che domandava, era di poter lasciare il lavoro alle sette di sera, e andare a dormire a casa sua.
- Per la bimba - spieg l'arciprete.
- E di giorno dove la tenete? - chiese Donna Carlotta.
- Di giorno, una buona vicina mi fa la carit di custodirmela coi suoi figlioli.
- E non potreste mandarla invece all'Asilo? Le suore sono ottime, e la bimba imparerebbe almeno un po' d'educazione.
-  ancora tanto piccola, Signora; e lo scorso inverno  stata anche tanto malata. Non pu fare la strada dalla casa all'Asilo, che  lunga.
- Gi gi. Come vi chiamate?
- Paolina.
- Bene, Paolina, andate pure. Adesso c'intenderemo col signor Arciprete, che  stato cos buono da interessarsi a voi, ed egli vi riferir ci che avremo fissato.
La giovane guard la signora, guard il prete, e vide che questi sorrideva contento. Una vampata di rossore le imporpor il viso pallido.
- Mi prende?... - balbett sottovoce, quasi parlando a se stessa, con un accento in cui tremava l'ansia, la speranza, quasi l'incredulit.
Don Giuseppe le fece un piccolo cenno d'incoraggiamento, e nello stesso tempo si mise un dito sulle labbra come per ammonirla di tacere e di ritirarsi.
Ella arross maggiormente, salut confusa, ed usc.
L'arciprete e la signora rimasero ancora qualche minuto a parlottare fra loro. Don Giuseppe aveva fretta d'andarsene per timore che Donna Carlotta mutasse pensiero.
- Dunque pu venire luned?
- Luned mattina alle sette.
Il sacerdote aveva gi preso congedo, ed era sul punto di uscir dalla sala, quando ritorn sui suoi passi.
- Perdoni, Donna Carlotta, se entro in un particolare indiscreto. Dimenticavo una cosa importante: per la giovane, bene inteso. Bisognerebbe, se non le disturba, che ella avesse la bont di... ricompensarla settimanalmente, anzich mensilmente come si usa in generale colla servit.  cos povera, che non potrebbe aspettare un mese intero senza stipendio.
- Benissimo - rispose Donna Carlotta. - Questo non mi disturba affatto. La far pagare ogni sabato. Anzi, - aggiunse ridendo - se per caso non andasse bene, e la si dovesse licenziare, la cosa sar cos pi spiccia e meno complicata.
* * *
L'ingresso di Paolina in casa Ottoboni fu accolto dal servidorame femminile con acre ostilit.
Anastasia, la guardarobiera pensionata, ormai decrepita, bench riconoscesse ella stessa di non vederci pi neppure a infilar l'ago, Anastasia, che per otto lustri era stata la regina dispostica dei rammendi e dei ferri da stiro, bench sapesse da tempo che un giorno o l'altro sarebbe venuta "la nuova", ora che se la vedeva dinanzi in carne ed ossa, e giovane per giunta, e brava, come aveva capito subito che era, - non si sapeva dar pace. Provava tal rabbia e dolore, che le pareva di morire; non dormiva pi, non mangiava pi; era diventata verde come un ramarro. Sfogava la sua angoscia e il suo dispetto in raffinate malignit contro Paolina, rifiutandosi di insegnarle il posto degli oggetti, i sistemi della casa, nascondendole le chiavi quando ne aveva bisogno; fingendosi, per non aiutarla, pi sorda e cieca di quel che non fosse in realt.
Ersilia, la cameriera, spesso rimproverata dalla signora per il suo modo rumoroso di soffiarsi il naso, per la sgarbatezza della voce, per gli urtoni che, camminando, dava nelle mensole e nelle poltrone, notando i modi gentili e riservati di Paolina e paventando in lei una possibile rivale, l'odiava mortalmente, e non trascurava occasione per renderle dura la vita.
La cuoca tedesca, senza un perch, per pura cattiveria, si era alleata a quelle due, e non degnava l'intrusa neppur di uno sguardo.
A pranzo, le tre donne, vicine, chiacchieravano a bassa voce fra loro e sguaiatamente ridevano; il posto di Paolina era preparato sempre in fondo alla tavola, in disparte; e mai le rivolgevano il discorso, anzi talvolta fingevano di dimenticare la sua presenza e non le passavano la pietanza.
Solo il vecchio Ignazio quando, finito di servire i padroni, tornava finalmente in cucina per mettersi a mangiare, sedeva talvolta accanto a lei, e fra un boccone e l'altro, scambiava qualche parola sul tempo, sulla campagna, oppure le domandava notizie della bambina. La conversazione non era molto brillante, ch Paolina parlava abitualmente a voce sommessa, ed Ignazio, duro d'orecchio, poco o nulla capiva e rispondeva a casaccio, ma a lei bastava sentirsi accanto un'anima che non le fosse ostile, respirare un po' di bont; e quando vedeva apparire il vecchio sulla porta, colla sua livrea verde e gialla, colle sue basette grigie ben pettinate, le si allargava il cuore, e l'accoglieva con un sorriso.
Spesso, aspettandolo, copriva con un piatto la zuppa di lui perch non si raffreddasse, ed egli gliene era molto grato, e ricambiava la cortesia dandole un minuscolo pezzetto della sua crema, o un arancio, da portare alla bambina.
Quelle altre allora li sbirciavano di sottecchi, e sghignazzavano fra loro.
Paolina vedeva e taceva. Soffriva profondamente di quest'astio, di quella congiura, ma non osava mostrare di rilevarli; cercava anzi, quanto pi poteva, di disarmar le nemiche col silenzio, colla mansuetudine; cercava di occupare poco posto, di farsi piccola e umile per non dar ombra. Ma parlasse o tacesse, stesse seria o sorridente, sentiva sempre di sbagliare. Inutilmente mostrava la maggior deferenza per Anastasia al punto da chiederle consiglio su ogni lavoro: inutilmente salutava Katharina ed Ersilia col pi amabile sorriso, trattandole quasi da padrone; il solo fatto di esistere la rendeva meritevole di odio, ed offendeva ed aizzava continuamente qualcuno.
La naturale timidezza di Paolina perci aumentava; ed ella arrossiva e impallidiva per nulla, non sapeva come stare; tremava per ogni cosa.
Usciva di l, la sera, affranta dalla faticosa giornata, ma colle ali ai piedi traversava la piazza, il paese; si gettava nel viottolo fra i campi dove la bimba soleva venirle incontro. Quando la vedeva spuntar di lontano, col suo vestitino rosso, pi larga che lunga, traballando sulle esili gambette, agitando festosamente le manine, la raggiungeva con due balzi, e se la stringeva fra le braccia con una frenesia di baci e di passione.
Allora, le lagrime che aveva ringoiate durante la giornata le salivano impetuosamente agli occhi, ma le rimandava gi ancra, e rideva, e ballava, e faceva mille scherzi e buffonate, perch Annetta non si accorgesse di quel suo pianto.
Il sentiero si internava fra le siepi, costeggiava una larga pozza d'acqua stagnante dove le rane tenevano concerto. Colla bimba in collo, Paolina spingeva uno sbilenco cancelletto ed entrava nel cortile in fondo al quale, umida e bassa, la casa spalancava le sue tristi occhiaie. Una pianta grama di garofano; un ciuffo d'erba Luigia sbucavano da un vecchio coccio dietro le inferriate d'una finestretta. C'era di tutto in quel cortile: fango, scorze di cocomero, mucchi di immondizie, bidoni vuoti e arrugginiti, ciabatte sfondate. Una cordicella carica di cenci l'attraversava da un capo all'altro.
Eppure, venendo da Villa Ottoboni, anche quello squallore, quella promiscuit, quella miseria, che pur le repugnavano tanto e le stringevano il cuore, assumevano un'aria accogliente, bonaria, che le distendeva i nervi, la faceva respirar di sollievo.
Un cane spelacchiato le correva incontro a farle festa; Clotilde, la lavandaia che occupava lo stanzone attiguo al suo, aveva gi acceso il fuoco per la cena. Sulle pietre sconnesse del focolare, due file di fette di polenta, dorate dal fuoco, stavano ritte ad abbrustolire.
La casa era abitata dalla gente pi povera e pi screditata dei dintorni: coloni senza podere, braccianti che partivano all'alba in bicicletta e rincasavano a sera; una dozzina di famiglie stabili oltre agli ospiti avventiz, disoccupati in cerca di lavoro, girovaghi, che andavano e venivano, restavano una settimana, un mese, e poi sparivano per sempre. Una volta, uno di questi miseri, un merciaiolo ambulante giunto la sera colla febbre alta, era stato trovato dopo due o tre giorni, morto, nel fienile.
I paesani chiamavano quel posto "il Lazzaretto", perch in passato, in un periodo di pestilenza, era servito come ospedale, e ne parlavano con disprezzo. Apparteneva al Comune; ed ogni anno si discuteva l'opportunit di demolirlo, ma non si veniva mai al fatto, per la difficolt di dar poi ricovero a tutta la sua poveraglia.
Nel pianterreno di quel casermone, Paolina aveva trovato una stanzaccia che era stata certo un tempo cucina o magazzino.
L aveva trasportato i suoi mobili, cio tutto quel poco che dei suoi mobili aveva potuto salvare. Ma anche quel poco, in tre anni, era andato rapidamente assottigliandosi: sparito il bell'armadio a specchio, sparite le seggiole coperte di stoffa rossa e l'ottomana di cui era stata cos fiera, e uno dei materassi, e parte delle coperte... Rimaneva il letto squallido, e una cunetta di vimini posata su quattro mattoni per isolarla dall'umidit; un tavolo coperto di carta fiorata, su cui si allineavano solitar e malinconici i ferri da stiro. Alla parete sopra il letto, un quadretto coll'immagine della Madonna e due fotografie: l'una rappresentava Paolina e il marito vestiti da sposi, lei in bianco e lui in nero, a braccetto, cogli occhi fermi fieri e felici; l'altra rappresentava lui solo, coi suoi baffetti arricciati, un fiore all'occhiello, il sorriso un po' fatuo dei Don Giovanni di villaggio.
Quando la bimba dormiva e, - porte e finestre sbarrate, - al lume d'un mozzicone di candela Paolina rimaneva sola dinnanzi a quel ritratto, quanto a lungo lo guardava, quanto ansiosamente: interrogandolo, quasi parlandogli!...
Ma la fisionomia impassibile e il sorriso fatuo non rispondevano, non dicevano niente.
Se n'era andato. L'aveva abbandonata. Giovane, sola, alle prese colle terribili necessit della vita. Dov'era?... Era vero che viveva chiss dove, laggi, con un'altra donna, forse con altri figli?... Era possibile, questo?... No; ella non poteva crederlo.
- Andrea, Andrea, dimmi che non  vero!...
Eppure! Tre anni. Tre anni che non mandava un cenno, una parola. In quei tre anni, lei, la bambina, potevano esser morte, perdute per il mondo, finite in fondo al fiume. Aver dimenticato Annetta; Annetta, che quand'egli era partito, era gi nata, piccola di pochi giorni, che si attaccava stentatamente al seno della mamma: Annetta che era nata in un triste momento, e aveva avuto un corredino gramo; due sole camicine e due cuffiette... Aver dimenticate lei, il loro amore, tutto, tutto, tutto...
Paolina traeva dal seno le lettere, quelle tre lettere lette e rilette non si sa quante volte, le rileggeva nuovamente fino a smarrirne il senso, ne studiava la calligrafia, la carta, il timbro, la data. Riandava colla memoria tutti i pi minuti particolari dei giorni, delle ore, che avevano preceduto la partenza; rievocava, le parole, il sorriso, l'espressione, dell'assente che da tre anni, taceva. Nulla; nulla che rischiarasse il mistero. Aveva detto: - Bisogna che vada via, Paolina, da questo maledetto paese. Qui non si riesce a nulla, e invece, altrove, sono sicuro di far fortuna. E allora ti chiamer, ti mander i soldi per il viaggio, oppure verr a prenderti. Torner presto, torner ricco.
Ella, pensando alla bimba, si era lasciata persuadere, bench le sanguinasse il cuore di separarsi da lui. E poi?... Che aveva detto ancora?... Nulla di pi; press'a poco sempre le stesse cose. Girava per la casa, tranquillo, zufolando: aveva piegato con cura i suoi vestiti migliori, venduto il fucile, la bicicletta, ragranellato tre o quattrocento lire di cui aveva fatto due parti, l'una per s, per il viaggio, l'altra per lei, per le prime settimane.
- Macch le prime settimane! Garantisco che dopo otto giorni ho gi un magnifico posto, e allora ne vedrai arrivare, dei soldi!
Un po' di quella sicurezza, si era comunicata anche a lei, abituata a credergli ciecamente.
E cos, una mattina, riempita una valigetta, le aveva baciate, e se n'era andato.
- Torner presto, torner ricco...
S, anche nelle lettere, in tutte le lettere, ripeteva la stessa sicurezza. Chiss?... Ah, se Paolina avesse potuto fargli giungere una parola, un ritrattino della loro creatura, fargli conoscere la sua disperata situazione, dirgli qualche cosa che gli toccasse il cuore!... Ma dov'era? dov'era?.... Tutte le ricerche erano state vane. Le lettere che ella gli aveva spedite all'ultimo indirizzo, bench appoggiate alle autorit consolari, erano tornate indietro respinte dopo lungo vagabondaggio. Forse aveva cambiato nome; si nascondeva. Ma perch?... Forse aveva commesso qualche altro errore, qualche cosa d'irrimediabile? Cattivo non era, un po' leggero, certo; amante del viver comodo, delle liete brigate, e qualche volta anche del buon vino; ma cattivo no: espansivo, allegro, affettuoso. E per lei, che non aveva conosciuto i genitori ed era vissuta sin quasi ai vent'anni in un convento d'orfanelle, quel bel giovane dall'aspetto cittadino, dai modi ricercati, aveva rappresentato l'amore, la felicit, la vita, tutto. Morto?... No, no; il cuore le diceva che non era morto. Dei morti si vien sempre a sapere qualche cosa; sono i vivi che non ci amano pi, che sono peggio dei morti.
La lettura delle lettere, il frugare e rifrugare nelle memorie, talvolta rianimavano fugacemente la speranza nel cuore di Paolina, tal altra l'immergevano in un pi profondo sconforto. Come, come illudersi, dopo tre anni di silenzio, dopo tre anni d'abbandono, che egli le volesse ancora bene, che pensasse al ritorno, che ritornasse?.... Ah, ormai!... Ed ella l'amava sempre, non lo poteva dimenticare. L'amava, e aveva ventitr anni...
- Non capisco perch lei sospiri tanto - le aveva osservato un giorno acremente Anastasia. - Se non avesse altro, ha la giovinezza! Vorrei averla io!
Paolina non aveva risposto. Che cos' la giovinezza, senza l'amore, senza la felicit?... Una stagione qualunque, dove si soffre dippi...
E quella sua giovinezza, pur fatta squallida e scialba dalle privazioni, non era un aiuto, era un pericolo...
Ventitr anni; e cos misera, cos sperduta, bisognosa di tutti, costretta a chiedere a credito un po' di farina, di latte, di zucchero, a domandare quasi la carit...
Aver voglia di lavorare non bastava; esser disposta a cavarsi gli occhi per guadagnare poche lire, non bastava. Venivano a cercarla di tanto in tanto qualche contadina, qualche "novizza", portandole s o no un lenzuolo, due federe, da ricamare... Accadeva, che dopo aver lungamente discusso sul disegno e sul prezzo, ritornassero l'indomani a riprendersi la roba perch avevano pensato di farla ricamare a macchina... Non eran passate due settimane dacch Sior Celeste, il padrone del negozio grande l in piazza, dove ella aveva un debito di una ventina di lire, pregato - ancra a credito - di un po' di zucchero e di caff, aveva colto il momento in cui la bottega era vuota per sussurrarle, strizzando l'occhio, dandole improvvisamente del tu:
- Te ne regaler tre etti, se vieni a prendertelo all'una e mezzo... La bottega  chiusa dalla parte della piazza, ma entra dalla parte del vicolo, nel retrobottega...
Era costui un uomo gi anziano, con moglie e figli, allampanato, con un berrettino bisunto in testa; un santocchio, che si comunicava quasi ogni mattina. Maneggiava i baccal colle sue mani rosse che sembravano piene di geloni anche d'estate, e, in processione, posando i dolci e lunghi piedi colle punte in fuori, portava il baldacchino della Madonna.
Quest'episodio, Paolina non l'aveva raccontato neppure a Don Giuseppe: si vergognava. Oh, non era il primo. Ma ci son delle cose che non si possono raccontare.
Ora, non aveva pi coraggio di rientrare l nel negozio dove doveva denaro, e dove dietro il banco, tra la mortadella e i barili d'acciughe, avrebbe rivisto il sorrisetto falso di Sior Celeste. Quando doveva passar per la piazza, passava in fretta, senza guardare a destra n a sinistra, ma sentiva su di s egualmente lo sguardo di due occhi ipocriti che la seguivano maligni e pieni di rancore. Si aspettava da un giorno all'altro che colui, dalla soglia della bottega, colla sua voce melliflua, l'interpellasse:
- Siora Paolina, quando ci decidiamo a pagare quel debituccio?... Con comodo, eh? Con comodo!
Ah, come mai, Dio che era buono, la Madonna santa, che ella aveva tanto supplicato in ginocchio, potevano permettere che, innocente, soffrisse cos?
Ma la Madonna, nell'immagine sopra al suo letto, sedeva serena su di un seggiolone dorato, col suo bel manto rosso e le mani delicate, e pareva cos lontana e indifferente!... Forse la Madonna non sapeva, non aveva mai provato, a non aver fuoco, a non aver pane, a tremar del domani, ad esser sola al mondo con una creatura... Nella stalla il bue e l'asinello la riscaldavano, e San Giuseppe si chinava su di lei pieno di premura... I Re Magi arrivavano da lontano colle lunghe barbe e i vestiti di seta, portando i doni per il Bambino Ges... No, neanche la Madonna che pur aveva tanto sofferto, neanche la Madonna dai sette dolori, neanche Lei, poteva comprendere le sue sofferenze. Forse perci non l'aiutava, non faceva il miracolo.
Ma non appena questi pensieri irriverenti le si affacciavano, Paolina, profondamente religiosa, li scacciava con orrore.
- Ah, Madonna, Madonna Santa, perdonatemi!...
Se n'era confessata a Don Giuseppe; ma egli non l'aveva rimproverata con asprezza: aveva avuto tanta piet...
- Il Signore - le aveva detto - non dimentica coloro che soffrono. Coraggio, coraggio, poveretta. Confidate nell'aiuto di Dio.
Ed ecco infatti che l'aiuto era giunto; ecco una insperata ncora di salvezza: quel posto di guardarobiera in casa Ottoboni, bench avvelenato da tante spine, non era forse una fortuna, un dono di Dio, per lei e per Annetta?... Pochi mesi ancora e poi l'inverno; l'inverno lungo, crudele, interminabile; quando il buio comincia alle tre, e l'acqua gela nella brocca; come avrebbero potuto passar l'inverno senza morire di freddo e di fame; se non si fosse presentata ora la possibilit di mettersi al corrente, di fare qualche piccolo risparmio?
Don Giuseppe aveva ragione; Don Giuseppe era un santo. Bisognava pregare, pregare, essere buoni; aver fiducia in Dio; saper attendere. E intanto, non ribellarsi, accettare con maggior indulgenza anche le cattiverie di Anastasia, le punture di spillo di Ersilia, le volgarit di Katharina.... Resistere e perdonare, anche se le avessero sputato in faccia.
Del resto, se c'erano al mondo anime dure e crudeli, c'era anche - e vicino a lei, in quell'alveare di miserie - la piet, la bont, la gentilezza..
Clotilde, la lavandaia che sfaticava tutto il giorno al torrente, col marito all'estero, quattro figlioli piccoli, di cui Rosi, la maggiore, paralitica, inchiodata da anni su di una seggiola, non le aveva offerto spontaneamente di custodirle la bimba durante la sua assenza?
E Rosi, che aveva gi da sorvegliare tre fratellini, non si era assunta con allegria il compito di badare anche ad Annetta?
- Uno pi, uno meno! - aveva detto ridendo. - Stia tranquilla, Paolina.
Rosi stava seduta in fondo al cortile, sotto al gelso spelacchiato, su una bassa seggioletta. Aveva sedici anni, e un visetto piccolo e pallido quasi divorato da due grandi occhi chiari di febbricitante. Lavorava di calze, e, lavorando, raccontava lunghe fiabe di re, di regine, di palazzi incantati.
Belle erano quelle fiabe, e piene di fantasia; ricche di tutto ci che Rosi non avrebbe mai avuto e mai visto: gemme, trionfi, amori, splendori...
I bimbi della casa facevano cerchio intorno alla narratrice, ed a loro si accodavano quegli delle abitazioni vicine; talvolta veniva ad ascoltarla anche Nanna, l'accattona che rincasava spesso ubbriaca, sfuggita da tutti per la repugnante bruttezza, per la faccia invasa dall'erpete, per la voce rauca e torbida.
Ma perfino quella, quand'era in s, era buona. Traeva dalla lunga bisaccia alcuni bei sassi lisci tondi e colorati che aveva raccolto sul greto del fiume; oppure, nei giorni solenni, un cartoccetto di caramelle... Una volta aveva attirato Paolina in disparte con aria di mistero, e le aveva messo in mano a forza una moneta nuova da due lire, accuratamente incartata in un pezzetto di giornale...
Degli uomini che abitavano il caseggiato, Paolina non aveva paura. Padri di famiglia o scapoli, non guardavano le donne, non le insidiavano. Erano troppo stanchi e troppo poveri per permettersi questi lussi.
All'imbrunire, quando ella rincasava portando in collo Annetta insonnolita, doveva spesso passar davanti ad alcuni operai, seduti sul ciglio del fossato, che sbocconcellavano un pezzo di pagnotta a cui avevano appiccicato un quadratino di formaggio. Qualcuno diceva:
- Buona sera, Siora Paolina. Buona sera, Annettin!
Qualche altro non levava neppure gli occhi, masticava in silenzio il suo pane.
* * *
Diceva Donna Carlotta alla cuoca, rivedendo i conti: - Come mai tanta spesa fra ieri e oggi, Katharina?
- Eggellenza, la tonna nuova mancia gome lupo.
Chiedeva Donna Carlotta alla cameriera: - Ersilia,  pronto il servizio grande di Fiandra colle cifre? Sai che sabato avremo ospiti.
- Eh, la mi' signora! Sar pronto se quella l la s' degnata di stirarlo. Chi le comanda? La fa quel che gli pare.
Osservava Donna Carlotta alla dama di compagnia: - Come  diventato distratto e rimbambito Ignazio! Versa il caff nei bicchieri e il vino nelle tazze.
E quella, con un sorrisetto che le scopriva fino alla gengive i denti giallastri: - Pauvre. Il pense  autre chose.
Ma Donna Carlotta, dopo aver tanto esitato ad accogliere in casa la protetta di Don Giuseppe, a fatto compiuto si mostrava tetragona alle insinuazioni. Conosceva il suo harem di donne brutte e rabbiose, ed aveva deliberato di non lasciarsi influenzare dalle loro chiacchiere.
Checch ne dicessero, ella giudicava coi suoi occhi il lavoro eseguito; e il lavoro eseguito era molto, e perfetto.
Il guardaroba, trascurato per anni, riprendeva finalmente il suo aspetto dignitoso e solenne; le pile di lenzuola finissime, fragranti, i servizi di Fiandra, le credenziere dai magnifici merletti, orgoglio di casa Ottoboni, ben piegati, ben stirati, si allineavano finalmente in bell'ordine nei grandi armadi di noce, puliti, lucidi, senza un grano di polvere.
Dalle sette del mattino alle sette di sera, Paolina non levava, si pu dire, la testa dal lavoro. In quindici giorni aveva gi sbrigato tutto l'arretrato; ora cuciva roba nuova: lenzuola e federe per la servit, e la macchina a pedale andava, andava, tutto il giorno, senza un attimo d'interruzione.
- Impossibile lagnarsi della nuova guardarobiera - diceva ad alta voce Donna Carlotta andando e venendo per la casa, coi ricciolini accartocciati, avvolta in un peplo viola, nelle sue mattutine ispezioni. - Finora si dimostra di ottima capacit: laboriosa, ordinata, esatta, intelligente.
E quelle lodi scatenavano maggiormente le invidie.
I guai incominciarono dopo la terza settimana.
Quel giorno, alle nove del mattino, Donna Carlotta seduta sul letto, colla cuffietta in testa, stava prendendo svogliatamente il cioccolatte. Un atroce mal di denti l'aveva tormentata tutta la notte, ed era di pessimo umore.
Entr M.lle Gallier, col suo viso lungo, col suo passo felpato, portando i giornali del mattino. Salut, e disse, coll'aria pi innocente del mondo:
- Savez vous, Madame? Tout  l'heure j'ai rencontr dans le couloir la jeune femme... Pauline... et je ne l'ai presque pas rconnue. Mon Dieu, qu'elle est change. Elle a bonne mine, la pauvre. Elle est dvenue presque jolie.
Due giorni dopo Ignazio, servendo a tavola, si lasci sfuggir di mano la salsiera, e tutta la salsa verde, oleosa, destinata al branzino, schizz sulla tovaglia e sul vestito di Donna Carlotta.
- Ma che cos'avete per la testa, Ignazio, per servire in tal modo? - grid la signora inferocita.
E mentre il vecchio, senza rispondere, scappava fuori a cercare una salvietta, Ersilia, accorsa, rispondeva per lui:
- L' innamorato, l' innamorato, amore non conosce stagione.
- Innamorato di chi? - domand il giovane Gian Galeazzo, ch'era arrivato proprio quel giorno e sedeva a capo tavola, di fronte alla nonna. - Di Katharina?... Di Anastasia?... Mi pare che ci sia poco da star allegri.
- Il y a la jeune femme qui travaille au linge... - sussurr misteriosamente M.lle Gallier, piegandosi verso di lui, mentre Donna Carlotta, apparentemente distratta, si stropicciava furiosamente la gonna col tovagliuolo.
Ma Donna Carlotta aveva udito benissimo.
Cos fu che quel giorno ella sal replicatamente in guardaroba.
La prima volta trov Paolina sola, seduta presso alla finestra, fra due cataste di biancheria. I vetri erano spalancati, e un ramo di glicine, carico di bei grappoli lilla, entrava quasi nella stanza; la luce illuminava in pieno il viso e le treccie della giovane donna china sul suo lavoro.
Era vero. Per una volta tanto, quella stupida di M.lle Gallier aveva ragione. Paolina era molto cambiata. Pi scuri e pi vellutati i grandi occhi, pi fresco il colorito; perfino i capelli, dianzi flosci e smorti, avevano acquistato dei riflessi caldi, lucidi, biondi, come se un sangue pi ricco e pi vivo li avesse spennellati di giovinezza.
Ella si alz rispettosamente all'apparire della signora, che le fece alcune osservazioni in tono brusco, e tosto si ritir.
Ma due ore dopo ricompariva nuovamente, e giusto giusto nel momento buono per cogliere il topolino nella trappola. C'era Ignazio, in maniche di camicia, che lucidava energicamente i bottoni della sua livrea. Paolina cuciva a macchina. Non parlavano.
- Il guardaroba non  per gli uomini - disse con voce severa la signora, dritta come la Nemesi sulla soglia. - Per lucidarvi i bottoni, Ignazio, il posto non  questo.
Ignazio se la svign rapido, camminando tutto di sbieco come i gamberi, ed inciampando nelle code della livrea.
- E voi, Paolina - prosegu aspra la signora - come mai non cacciate via quel vecchio satiro quando capita qui?
Paolina arross vivamente, balbett qualche parola di scusa, promise, bench non ne capisse bene il perch, di scacciare Ignazio qualora il fatto si ripetesse.
Ma il fatto non ebbe occasione di ripetersi.
Verso il tramonto, Paolina gi si accingeva a riporre i lavori finiti, e, salita sulla scaletta a piuoli che serviva a raggiungere gli scomparti pi alti degli armadi, stava disponendo in ordine le nuove lenzuola, quando apparve all'improvviso il signorino Gian Galeazzo, biancovestito, colla racchetta in mano, le scarpe da tennis, la giacca sul braccio: gaio, biondo, colorito. Un fresco odore di Colonia si sparse per la stanza.
- Signorina, potrebbe, per cortesia, attaccare un bottone alla mia giacca?... - chiese egli con un gentile sorriso.
Ed ella, dall'alto della scaletta, colle braccia cariche di lenzuola levate in alto, un po' confusa:
- Sissignore, subito; - rispondeva premurosamente.
Fu cos che li colse Donna Carlotta alla sua terza ispezione.
Nel pomeriggio stesso, Don Giuseppe Ferrazzi ricevette un bigliettino che lo chiamava d'urgenza a Villa Ottoboni.
Vi si rec sull'istante, bench piovigginasse, e fosse appena tornato dall'aver portato il Viatico a un moribondo.
Dopo averlo fatto attendere un attimo nel salone a pianterreno, Ignazio lo scort mogio mogio nel boudoir di Donna Carlotta, attiguo alla sua stanza da letto, riservato ai colloqui segreti.
Qui Donna Carlotta l'attendeva di pie' fermo, appoggiata a una fragile e leggiadra mensolina di lacca verde, e mai l'appellativo di "Monsignore" si era accordato meglio al suo aspetto, bench avesse ella una mascella gonfia e bendata per una ripresa di mal di denti.
All'apparire del vecchio prete, gli offerse appena, molli e grasse, due dita a baciare; poi, indicandogli una poltrona, scrollando la testa, e sedendo ella stessa, disse in tono minaccioso
- Ci siamo.
- Che c', Donna Carlotta?
- C', che quello che avevo preveduto sta avvenendo: avviene; caro il mio Don Giuseppe. C', che ci son due soli uomini in tutta la casa, un giovane e un vecchio, un padrone e un servo, e tutti e due corrono dietro alle gonnelle di quella figliola... della cucitrice... della sua raccomandata. C', che io non posso e non voglio mettermi a fare il can da guardia, e salir le scale quattro o cinque volte al giorno per sorvegliare. Adunque, non c' altra via che darle il buon servito e che se ne vada con Dio.
- Ma vediamo un po'... - oppose Don Giuseppe, con accento profondamente sorpreso e addolorato. - Esaminiamo un po' meglio la cosa, Donna Carlotta. Non mi permetto certo di mettere in dubbio ci che ella asserisce; le dichiaro per con franchezza che mi pare assolutamente impossibile che Paolina abbia dato motivo di biasimo sul suo contegno.
- Devo dichiarare - rispose con magnanimit Donna Carlotta - che non ho infatti nessunissima lagnanza sulla seriet di quella giovane. Non credo che ella abbia il minimo peccato di civetteria. Ahi, i miei denti. Della sua abilit poi, ero contentissima. Ma questo non conta. Le ripeto ci son due soli uomini in tutta la casa, e tutti e due si son domiciliati in guardaroba.
- E non si potrebbe... scusi, Donna Carlotta, se mi permetto umilmente di suggerirle un'altra via... Non si potrebbe... che so?... dare una buona ramanzina al servo, e... fare una benevola raccomandazione al... padrone?... Fargli presente la dolorosa, la pietosa, disperata situazione di questa poveretta, e la sua estrema necessit di essere lasciata tranquilla al suo lavoro?
- Ah, ma caro Don Giuseppe mio, ma lei vive pi vicino alle nuvole che alla terra!... S, posso strapazzare ed anche licenziare Ignazio, che  in casa da cinquant'anni; ma far raccomandazioni a Gian Galeazzo, sarebbe come mettere esca al fuoco!... E prendermi tutti questi grattacapi, per una donna che conosco appena da venti giorni?
Ma che cosa le viene in mente?... Fosse una signorina del nostro ceto, una mia ospite, potrei prendere in disparte mio nipote e ordinargli di condursi come si deve, e di non far sciocchezze, e, al caso, tirargli anche gli orecchi; ma una donna qualunque, e, per giunta, maritata!...  la condizione stessa di quella giovane, capisce, Reverendo;  la sua stessa condizione;... equivoca... - s; senza sua colpa; equivoca, irregolare - che la espone maggiormente agli attacchi! Maritata, e senza marito; giovane, e non pi ragazza... Finch mia figlia  assente io non voglio assolutamente responsabilit. E Gian Galeazzo, del resto glielo avevo gi detto,  come suo nonno; come suo nonno. Oggi, quando sono entrata in guardaroba, e l'ho trovato l, ai piedi della scala, che guardava in su sorridendo, m' sembrato di tornare indietro di non so quant'anni, e ritrovarmi dinnanzi - non gi mio nipote - ma mio marito, come l'ho visto purtroppo innumerevoli volte, cogli occhi lustri e quel sorriso scimunito, accanto a una qualsiasi gonnella!
Don Giuseppe, raggomitolato nella poltrona, curvo sotto la raffica, si era chiuso la testa nelle mani, e taceva.
- Per ora, - continu pi calma Donna Carlotta -  una cosa innocentissima. Non credo che Ignazio abbia dei propositi bellicosi, e Gian Galeazzo era andato l semplicemente per farsi attaccare un bottone. Ma presto pu non essere pi cos. Un bottone oggi, un bottone domani.... E allora si cercherebbe invano il rimedio. La giovane poi, in questo periodo, mangiando bene, si  riavuta; si  fatta fresca e bellina. Capir...
Il prete stacc le mani dalla faccia, e guard negli occhi la signora,
- Gi... - disse lentamente - si  riavuta. Prima, pativa la fame.
Donna Carlotta, un po' imbarazzata, non batt ciglio, ma si chin ad accarezzare il bassotto che strofinava il muso nelle sue gonne.
- Carino, carino, bricconcello...
Il silenzio era pesante. Un'ape volava pazzamente, cozzando di tratto in tratto sui vetri. Grosse nuvole si addensavano in fondo alla pianura.
- Ah, che mal di denti. Gi, gi, Robby. Gi le zampe, caro. A cuccia.
Si sent lo strombettare allegro di un auto, che filava rapidamente verso la villa.
- Gian Galeazzo di ritorno; - avvert sottovoce Donna Carlotta - ora verr qui. Mi raccomando, non una parola. E, - aggiunse a voce pi alta e con tono pi cordiale - si persuada, Don Giuseppe, che questa  la migliore soluzione. Conto sulla sua ragionevolezza. Io poi, bench non ne abbia alcun obbligo, tratter la giovane con larghezza: le regaler cento lire; due settimane di stipendio. Va bene?... Gliele far consegnare stassera stessa a mezzo di M.lle Gallier, che si incaricher di dirle... che da domani in poi pu restare a casa. Io, ho il cuore troppo sensibile, Don Giuseppe, per parlarle direttamente; io non posso dar dispiacere a nessuno. Eppoi, con questo atroce mal di denti...
Don Giuseppe si alz.
-  proprio deciso?
- Deciso, purtroppo, Don Giuseppe. Non c' di meglio da fare.
Licenziata. Paolina era licenziata. M.lle Gallier le consegn cento lire, accompagnandole con qualche parola melliflua. Le altre assistettero in silenzio alla sua uscita, dissimulando a stento la gioia, scrutandola in volto, con occhi che pungevano come spilli. Ignazio non si fece vedere.
E cos, ella se ne andava. Col fagottino delle forbici, del ditale, del grembiale bianco, se ne andava verso la casa dove l'aspettava la sua bambina.
Non correva, questa volta; non aveva fretta. Sentiva come un vuoto nel cervello e nelle membra; un senso di smarrimento; un velo di nebbia dinnanzi agli occhi. I piedi le pesavano. Stringeva macchinalmente nel palmo della mano, arrotolato, il biglietto da cento lire. Si era appoggiata al parapetto del ponte, e fissava il fiume, giallo, torbido, che vorticosamente passava. Non lo vedeva, forse. Lo guardava cos, senza vederlo. Eppure quel fiume, altre volte, - il pensiero di quel fiume, - le aveva dato un tuffo al sangue, un senso di vertigine. Finirla!... Forse l'avrebbe gi fatto, se non avesse avuto Annetta. Ora, si sentiva soprattutto incapace di pensare, di volere... Imbruniva. La pioggia incominciava a grondar gi fitta... Annetta non le sarebbe venuta incontro, stassera. Aveva le scarpette colla suola bucata, povera Annuccia. La vicina che la teneva in custodia, le avrebbe proibito di uscire col tempo cattivo. Ma la piccola l'aspettava, certo, e spiava dalla porta socchiusa, cogli occhietti pieni di sonno, impaziente...
Queste immagini le si affacciavano dinnanzi, irreali e vere come in sogno, come nella febbre...
E il fiume correva giallo sotto il ponte, e nel fiume passavano delle foglie secche, che ella seguiva cogli occhi e andavano andavano Dio sa dove...
Annetta era gi addormentata. Aveva aspettato, aspettato tanto, e infine Clotilde si era decisa a metterla a letto, colla promessa di svegliarla appena la mamma fosse arrivata.
Dormiva profondamente nella sua cunetta, con un dito in bocca e una guancia rossa e una pallida, come una mela che abbia preso il sole da una sola parte. Forse, aspettando, aveva pianto, perch il ritmo calmo e regolare del suo respiro era interrotto tratto tratto da un piccolo sussulto.
Paolina la guard appena. Accese la candela; prese macchinalmente le calzette, le minuscole mutande, la vestina rossa che giaceva piegata sul letto.
La calza aveva un grosso strappo al ginocchio. Colla faccia chiusa, dura, le labbra strette, Paolina si prov ad infilar l'ago per rammendarla, ma non pot. Le mani le tremavano, il cuore le batteva tanto forte che pareva dovesse spezzarsi. Sedette sull'orlo del letto, immobile, cogli occhi spalancati, battendo i denti.
La pioggia era cessata. Un gran coro di ranocchi si levava dallo stagno. Le ore passavano, passavano... La candela crepitando si spense.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Altre ore... altre ore... altre ore...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Gi l'alba illividiva il cielo; una luce che pareva un pallore entrava per le piccole finestre. Una campanella lontana si mise a suonare i mattutini.
Nella casa qualcuno incominci a brulicare, a muoversi; s'intese cigolare una porta; qualche scarpa chiodata scendere con passo pesante la scala di legno. Gli operai che andavano al lavoro..
Il giorno.
* * *
Quando, circa due mesi dopo, in una mattina di mercato, tra la folla variopinta che gremiva la piazza di Cernedo, si sparse fulminea la voce che Paolina, la stiratrice, la moglie dell'Andrea, la biondina che stava al Lazzaretto, era scomparsa dal paese colla figlioletta, la notizia prima accolta con incredulit, poscia confermata con sicurezza, suscit un enorme chiacchierio.
Scomparsa?... Sicuro; ma non per andarsi a buttar sotto il treno, n per slanciarsi a capofitto nel fiume che sarebbero state cose meno scandalose, semplicemente partita - durante la notte - con un uomo.
Partita senza avvertire nessuno, neppure i coinquilini, neppure Clotilde che dormiva muro a muro con lei; neppure Don Giuseppe; partita lasciando anche qualche lira da pagare qua e l: ci che voleva dire, fuggita come una ladra. E con un uomo, con un forestiero.
Sotto gli ombrelloni delle fruttivendole, intorno alle ceste di verdura, al caff, in farmacia, in drogheria, si formavano dei crocchi, si ripeteva per la centesima volta il racconto, fra commenti, meraviglie e grasse risate.
- Ma era proprio vero?... Con chi? Con chi?... Col capo operaio venuto a collaudare gli impianti elettrici? Aveva scelto bene, quella furbona! Non era mica andata via con uno straccione! E dove l'aveva conosciuto?
- Eh, chiss mai da quanto tempo!...
Dunque quella monachella, sempre vestita di nero, che parlava con un filo di voce e camminava a occhi bassi; quell'ipocrita, con quel viso da Madonna addolorata, considerata in paese come una vittima, citata ad esempio di virt, aveva degli amanti, si era data alla vita allegra!... Come aveva saputo imbrogliar bene la gente, farsi credere una santa!
E, come avviene in simili casi, ognuno voleva aggiungere qualche particolare alla notizia che, pura e semplice, sarebbe stata troppo disadorna. Chi diceva d'aver colto recentemente Paolina con "quell'altro", per un viottolo di campagna, sull'imbrunire, in colloquio molto animato; chi assicurava d'aver visto lei, lui, la bimba, sotto un albero, in un prato. Gli uomini strizzavano l'occhio: le donne facevano un viso compunto.
- Si portava dietro quell'innocente!... - sussurravano le pie comari scandalizzate.
Altri, sogghignando, faceva capire che, chi avesse voluto, ben prima di allora avrebbe potuto ottenere i favori di quella donna. Del resto, non era stata licenziata anche da casa Ottoboni per il suo contegno sguaiato?
In mezzo a quel coro di insulti, gli inquilini del Lazzaretto, uomini e donne, si mostravano assai meno aspri e meno furibondi. Rosi, quando aveva saputo, aveva pianto; s, aveva pianto, perch voleva tanto bene ad Annetta, a Paolina; ma non aveva pronunciato una sola amara parola. Clotilde, sua madre, aveva fatto di pi: l'aveva quasi difesa in mezzo a un crocchio di donne inviperite.
- Bisogna sapere, bisogna sapere, prima di giudicare!
Per Don Giuseppe, era stato un dolore grave, e una grave delusione. Un ambasciatore zelante era corso in canonica a portargli la notizia e non era stato creduto. Poi, nell'inquieta attesa d'una conferma, Don Giuseppe aveva temuto qualche cosa di ancora pi atroce: che Paolina avesse cercato la morte trascinando Annetta con s... Da due settimane non la vedeva pi; ma, dopo il licenziamento da casa Ottoboni, era stata una volta a cercarlo in canonica e in chiesa, e si era voluta confessare. Don Giuseppe rammentava troppo bene lo stato di abbattimento e di disperazione della poveretta. Si era provato a calmarla; sperava di esserci riuscito... Subito dopo, le aveva mandato qualche tovaglia d'altare, un vecchio merletto da ricomporre, per avere il pretesto di aiutarla, per farle guadagnar qualche soldo. I lavori gli erano stati riportati da Clotilde. Paolina non era pi tornata da lui.
Ed ora, Don Giuseppe si sentiva pungere acutamente dal rimorso, ch gli sembrava di aver mancato d'intelligenza e di carit, di non aver saputo prevedere, di non aver saputo misurar meglio l'angoscia, l'esaltazione, della disgraziata.
Ma gli pareva ancora impossibile, incredibile, che Paolina, cos pia, cos riservata, cos timida, Paolina su cui egli avrebbe giurato come per s stesso, si fosse lasciata travolgere, traviare a quel punto...
Purtroppo era vero. L'impiegato ferroviario che stava allo sportello quel mattino, e la conosceva bene, aveva confermato il fatto con particolari su cui non si poteva dubitare.
La giovane donna era entrata in stazione alle quattro precise, portando in collo la piccola. Non aveva il cappello; era imbacuccata in uno scialle nero che la copriva fino agli occhi. Pareva sofferente. Un uomo l'aspettava, che l'aveva preceduta di qualche minuto, ed aveva preso e pagato i biglietti. Nei pochi istanti d'attesa sotto la tettoia, i due non si erano scambiati una parola. Erano saliti sul primo treno per Torino. Impossibile confondersi: erano i soli viaggiatori.
E Clotilde, chiamata in canonica e interrogata, aveva raccontato anch'essa qualche cosa: che alcuni di quei piemonts, di quegli elettricisti di Torino, portavano sempre la loro biancheria ad aggiustare e a stirare a Paolina, e talvolta l'aveva portata anche "il capo", un giovane sulla trentina, dall'aspetto civile, di poche parole, che era tornato ripetutamente, di recente, sempre per la biancheria. Clotilde riteneva fosse "quello". Ma non poteva asserirlo con sicurezza. Paolina non era mai uscita con lui: questo avrebbe potuto giurarlo. La bimba nelle ultime settimane era stata indisposta e la madre non si era mai allontanata da lei. Clotilde non poteva dir altro.
- Sapete nulla... di quell'uomo? - chiese quasi con timidezza Don Giuseppe.
- Poco o nulla. Gli operai che lavoravano sotto di lui, ne dicono bene. Dicono che era bravo, e giusto.  andato via perch il suo lavoro qui era finito.  alle dipendenze - pare - dello stabilimento grande di Torino, che lo manda ora qua, ora l... Ah, Sior Arciprete! - esclam Clotilde come a chiusa del suo dire - speriamo almeno che anche questo qui, non la faccia tribolare!... Quando una donna falla, tutti addosso come al cane rognoso; ma bisognerebbe prima fare un po' i conti con quell'altro, con quel porco, scusi la parola, che l'ha abbandonata...
Don Giuseppe, quel giorno, aveva passato lunghe ore nella sua camera, in ginocchio dinnanzi al Crocefisso, profondamente sconvolto e agitato.
Non riusciva a pregare. Per la prima volta nella sua lunga candida esistenza, la sua fede, la sua sicurezza, si sentivano intaccate alle radici, in aperta contraddizione col suo sentimento e colla sua coscienza.
La Chiesa gli comandava di condannare aspramente il fallo di Paolina, di disprezzarla, di considerarla per sempre perduta dinnanzi a Dio. Inviolabile e incondizionato  per la Chiesa il giuramento di fedelt pronunciato dinnanzi all'altare; indissolubile il vincolo che lega due esseri l'uno all'altro, anche di fronte all'abbandono, al tradimento, alla pazzia, alla galera.
Ideale altissimo... Ma la coscienza e il sentimento del vecchio prete tremavano, esitavano, non potevano piegarsi a colpire.
Egli ben sapeva che la Chiesa gli avrebbe imposto di condannare altrettanto aspramente Paolina se ella avesse cercato di sottrarsi colla morte alle sue pene. Dio non consente di evadere dal dolore n col peccato n colla morte. Dio?... S; bisogna vivere e soffrire. Quando si  soli a soffrire... Ma veder soffrire?... Veder soffrire la propria creatura?...
Una voce gli diceva: - Dio non  inesorabile. Dio  bont, piet, intelligenza. Dio  pi alto e pi grande delle religioni. Gli uomini hanno creato di Lui una feroce immagine, hanno inventato in suo nome delle leggi dure, crudeli, eguali per tutti, gelide; di dove lo spirito di Dio  completamente assente. Ma ogni vita umana ha la sua storia, ogni fallo diversa gravit, ogni anima la sua sofferenza, che non  uguale e comparabile con quella di un'altra. Ed ogni creatura umana la sua possibilit di sofferenza e di resistenza al di l della quale non pu andare... Ma allora?...
Questi ragionamenti lo sconvolgevano, lo spossavano, lo trascinavano troppo lontano. Sull'intatta purezza dei suoi capelli bianchi, scendeva un'ombra greve di dubbio, d'angoscia. La vecchiaia, che egli aveva accolto come una vigilia serena, come un porto sicuro per l'anima che crede, gli appariva improvvisamente come una desolata arida landa, senza luce, senza certezza, senza riposo.
Solo dopo qualche ora d'orgasmo, di affannosa ricerca del vero, era riuscito a desistere dagli estenuanti ragionamenti, a ricuperare in parte la calma, e a ritrovare la divina semplicit della preghiera.
Umilmente, aveva domandato indulgenza a Dio, e aveva infine potuto pregare per loro: per Annetta, per Paolina, mentre grandi lagrime silenziose gli scendevano dagli occhi stanchi.
Se, come prete, non poteva assolvere, come uomo sentiva tanta piet, tanta ambascia, tanta inquietudine, per quelle due creature, e supplicava Colui che tutto sa, di perdonare e di proteggerle.
In Casa Ottoboni, l'argomento era stato bandito di proposito dalle conversazioni padronali. Donna Carlotta, apprendendo il fatto da Ersilia smaniosa ed eccitata, aveva ascoltato a bocca stretta, senza commenti. Solo aveva detto a se stessa, con autorevole compiacenza:
- Ho avuto buon naso.
Invece, nel negozio grande di commestibili, in fondo alla piazza, le chiacchiere e i pettegolezzi continuavano infiniti.
Scampanava a distesa la campana di mezzogiorno, e la bottega era ancra piena di gente: massaie anziane benestanti coi lunghi orecchini e l'oro al collo, contadine dalle larghe e rigide gonne di mezzalana, ragazzette col cestello pieno d'uova da barattare con un po' d'olio o di sale, si assiepavano, si urtavano, facevano ressa dinnanzi al banco di Sior Celeste. C'era nella bottega un chiacchierio, un brusio, un ronzio, come in un alveare.
Verde come un ramarro e col berretto storto, Sior Celeste affettava un salame nuovo senza guardare in faccia nessuno; non diceva nulla, ma le mani gli tremavano.
E tutte le donne lo sbirciavano di sottecchi aspettando invece ch'egli parlasse; e indugiavano per questo: perch egli era in fama di sant'uomo, e non apriva bocca se non per pronunciare sentenze notevoli.
Infatti, deposta la "coltellina", egli pass due o tre volte le mani sul grembiale bisunto, si ritrasse alquanto quasi per dominare meglio l'uditorio, e lentamente, scandendo le sillabe, lasci cadere queste parole:
-  stata una truffa. Quella donnaccia ha truffato la stima del prossimo; la stima di un paese intero; la stima della gente per bene. Non c' altro da dire.
Dal cantuccio pi oscuro della bottega, nel silenzio improvviso che s'era fatto, proruppe una risata beffarda, stridula, che fece voltare tutti con sorpresa e con disgusto.
- La stima, la stima!... - ripet una rauca voce con dileggio - La stima, la stima, la stima!... Che bella parola!... La stima!... Ma colla stima non si mangia.
Era Nanna, l'accattona, accosciata su di un sacco d'avena in attesa del grappino, che finalmente esprimeva la sua opinione.
 PARTE SECONDA
La sirena dello stabilimento mand il suo urlo lungo e acutissimo, a cui rispose l'eco della valle.
La bambina in grembialetto rosa che giocava col gatto, seduta sulla soglia di una di quelle minuscole casette circondate da un palmo d'orticello che si incontrano di frequente in montagna, balz in piedi vivamente, scosse la terra dal grembiale, e, rivolta verso l'interno, grid:
- Mamma, mezzogiorno!
Dalla porta spalancata si vedeva la cucina piccola, pulita, dove un fuocherello divampava allegro. Una donna giovane, bionda, stendeva la tovaglia sulla tavola, disponeva il pane e le scodelle.
- Posso andare, mamma, incontro a Stefano?... Due passi soli?... Fino alla svolta?
- Ma non pi in l della svolta. E senza correre. Bada che di qua ti guardo e ti vedo.
- Oh, non ti fidi!... esclam offesa la fanciulla - e, spinto il cancelletto, s'incammin colle mani in tasca e con aria grave gi per la strada. Il gattino nero si mise a seguirla a distanza, circospetto, colla coda ritta.
Uomini e donne, a gruppi, si avvicinavano svelti, col passo di chi ha buon appetito; animavano la strada un po' cupa e stretta, a picco sul torrente, che attraversava la valle in tutta la sua lunghezza. Allo sbocco verso la pianura, le alte ciminiere dello stabilimento idro-elettrico; dall'altra parte, addossato alla montagna, il villaggio operaio, coi suoi dadi di piccole case nuove, tutte eguali, bianche colle imposte verdi; in fondo, l'acqua scrosciante e spumeggiante.
Un uomo vestito meglio degli altri si stacc da un gruppo; tutti lo salutarono: - Buon giorno, capo -, ed egli a sua volta salut, prese per mano la piccola che gli era corsa incontro, e con lei entr nella casa.
Due anni erano passati dalla triste alba in cui Paolina aveva lasciato Cernedo con sua figlia in braccio per seguire Stefano Servadio. In quei due anni, Annetta si era fatta una bella bambina; svelta, colorita, robusta; un "donnin", che imparava gi a leggere e a scrivere, faceva piccole commissioni, e s'ingegnava ad aiutare la mamma nelle faccende domestiche.
All'uomo che era entrato nella loro vita, e che ella chiamava semplicemente Stefano, come sua madre, Annetta si era subito affezionata. Coll'acuta intuizione dei bimbi, aveva immediatamente sentito che di lui si poteva fidarsi, e gli aveva accordata piena e completa la sua considerazione.
Era buono, Stefano; buono e forte; quando c'era lui, non c'era mai da aver paura; egli pensava a tutto; spaccava la legna, attingeva l'acqua; e con tutto ci non era mica un contadino, era quasi un signore: pulito, ben vestito, e bravo, che sapeva il tedesco, e tante altre cose che Annetta designava con un gesto ampio e vago; soprattutto sapeva tanti bei giochi, che la domenica la divertivano immensamente, e le avevano ispirato una profonda ammirazione.
La mamma, che era stata cos malata tempo addietro, e che una volta piangeva sempre, la bimba di questo si ricordava! - da qualche tempo stava meglio e non piangeva pi. Tutto il resto: Cernedo, e il Lazzaretto, e la loro stanzaccia, e la miseria, erano scomparsi completamente dalla memoria di Annetta, insieme alle fiabe di Rosi e alle caramelle di Nanna. Annetta era felice. Fortunatamente, il passato non pesa sul cuore di una bimba di cinque anni.
Pesava invece ancra sul cuore di Paolina, come una malattia mortale, che lascia le sue traccie nelle pi intime fibre.
La decisione di unirsi a Stefano, era stata determinata in lei da una crisi terribile, dove religione, coscienza, dovere, erano stati travolti e dominati da un sentimento ancora pi forte. Non per amore, n per vizio, ma per salvare Annetta, per strapparla alle strette della miseria, Paolina aveva acconsentito a seguire quell'uomo.
La crisi era stata cos profonda e cos grave, che la sua ragione aveva minacciato di smarrirsi, di perdersi per sempre. Una violenta febbre cerebrale l'aveva abbattuta subito dopo la sua partenza da Cernedo, e, per due mesi, ella aveva completamente perduto la nozione del luogo, del tempo, non aveva pi domandato neppur di sua figlia. Svegliatasi come da un incubo dopo settimane di delirio, aveva visto accanto al suo letto quell'uomo straniero che le sosteneva amorevolmente la testa, e le porgeva da bere. Un'avversione profonda, quasi un terrore, l'avevano gettata contro il muro, pallida e convulsa, raccogliendosi le coperte sul petto, perch gli occhi di lui non la vedessero, perch le sue mani non la toccassero. Era stato un movimento cos violento e istintivo, che egli era impallidito. Ma non aveva voluto comprendere: amava; e aveva attribuito quell'impeto a un resto di delirio, a una esaltazione dei nervi esausti e malati.
L'avversione, l'ostilit, il rancore, eran durati palesemente finch era durata la febbre. Poi, all'improvviso, Paolina si era calmata. Un giorno i suoi occhi si erano posati su Stefano con tranquillit, quasi con sollievo. Aveva chiesto d'Annetta. Se l'era tenuta sul letto, stretta contro di s, lungamente, mentre tacite lagrime le solcavano il viso.
Col cessar della febbre, la mente riprendeva il suo equilibrio, e, colla memoria, tornava la coscienza del passato e la spiegazione del presente.
I terribili perch che l'avevano indotta a seguire Stefano, si drizzavano erti e paurosi come fantasmi intorno al suo letto. Via! Via!... Ora vedeva dinnanzi a s le montagne alte, coperte di neve; la valle immersa nel silenzio, deserta, fuori del mondo. Un uomo teneva a cavalluccio sulle ginocchia la sua bambina che rideva; la stanza era calda, pulita; l'immacolato candore della neve la riempiva di una chiarit di sogno.
Qualchecosa di quel candore, di quella pace, penetrava anche in lei, nella sua anima sconvolta; insinuava nelle sue vene di convalescente un senso di riposo, di benessere, una mollezza stanca, eppure dolce, per cui avrebbe voluto chiudere gli occhi, addormentarsi cos, e non svegliarsi mai pi...
La convalescenza era stata breve. Stefano aveva ripreso tosto il suo lavoro allo stabilimento dove si recava ogni mattina alle sette, dopo aver acceso la stufa, preparato il caff, attinto l'acqua alla fonte. Paolina si levava pi tardi, aiutata da Annetta, che le porgeva le calze, i vestiti; da Annetta non pi grande di un pisello, che gi si rendeva utile alla mamma.
Debole e stanca, Paolina scendeva la scaletta di legno, si muoveva qua e l per la cucina come trasognata, si affacciava al cancelletto dell'orto, fissava le montagne, rientrava.
In quella casa nuova, straniera, non aveva ancra trovato per s un posto, un cantuccio; non sapeva dove stare. Aveva freddo; la luce bianca della neve le faceva male agli occhi; lo scroscio del torrente le rimbombava atrocemente nel cuore.
Annetta la prendeva per mano, e la trascinava quasi a forza con s, per farle ammirare le cento meraviglie della nuova dimora.
- Guarda, mamma, guarda!
Senza rendersi conto dei perch, la piccola si accorgeva che un miglioramento era avvenuto nella loro vita, e ne gioiva con divina innocenza.
Tutto le piaceva, in quella bella casetta: la cucina chiara e pulita; la gran stufa tirolese intorno alla quale girava una panca; e soprattutto l'orticello, che pareva fatto per le bambole, tant'era minuscolo, cinto da una piccola siepe, col suo cancelletto dipinto di verde, e due aiuole rotonde, ora coperte di neve, dove Stefano aveva detto che in aprile si sarebbero potuti piantare tanti fiori.
Per aprile, Stefano le aveva promesso un piccolo badile e un rastrello; ma questo era nulla, in confronto al dono che le aveva gi fatto. Aveva tirato fuori, una sera, dalla tasca del cappotto, un gattino nero, - piccolo cos, - con una macchia bianca sul musino... C'era da impazzire dalla felicit.
Attraverso al confuso chiacchierio della figlia, Paolina si destava dal suo torpore. Si destava per risponderle, per guardarla, per sorriderle. Il nome di Stefano ricorreva ad ogni istante nella conversazione di Annetta... E Paolina avrebbe voluto che la piccola non si staccasse mai dal suo fianco; aveva bisogno di sentire la manina di lei stretta nella sua, quella manina cara, fresca, che odorava d'erba e di terra, che senza saperlo la guidava, la sosteneva.
- Guarda, mamma, guarda!... Stefano ha detto che qui pianteremo i garofani. No, no, non toccare, Stefano non vuole. Questa zolletta di zucchero la metto via per lui, quando torna. Gli dico: - Indovina un po' che cosa c' in questa manina!...
Annetta voleva bene a quell'uomo. S, egli era stato buono, infinitamente buono con loro; non le aveva ingannate: aveva dato tutto quel che poteva, tutto quello che aveva. Durante la malattia di Paolina l'aveva vegliata, soccorsa; per non lasciarle mancar nulla, aveva consumato gran parte dei suoi risparmi. Non si poteva e non si doveva odiarlo, farlo soffrire. Far pesare su di lui una responsabilit e un rimorso che spettavano a lei sola, far pesare su di lui il suo turbamento, la sua tortura, sarebbe stato malvagit e folla...
La giornata scorreva abbastanza tranquilla. Le piccole faccende, il lavoro, la casa, incominciavano ad interessarla, la distraevano. Aveva tanto sofferto per dover vivere nel disordine, nel sudiciume, nella promiscuit, che, dalla casa, s, dalla casa, le veniva qualche dolcezza... Ma si avvicinava la sera; Annetta cadeva dal sonno; abbandonava la testina sulla tavola: dopo aver saltato e chiachierato tutto il giorno, era stanca morta, e bisognava metterla a letto. Paolina rimaneva sola.
La cena era pronta; due scodelle preparate l'una accanto all'altra, aspettavano, sotto alla lampada accesa. Stefano stava per tornare.
Ed egli l'amava: l'amava!... Questa era l'angoscia pi forte; la realt senza scampo che bisognava ormai consapevolmente affrontare...
L'amava; stava per tornare. La sua bont era amore; la sua pazienza, la sua generosit erano amore... Stava per tornare...
La riassalivano l'orgasmo e l'avversione dei primi giorni; un terrore, un tremito, un freddo spavento, qualche cosa che era quasi simile all'odio, eppure aveva in s anche della piet, del rimorso, e un'infinita, inesprimibile sofferenza...
Allora l'immagine dell'altro a cui aveva appartenuto fanciulla, di colui che era sempre suo marito, il padre d'Annetta, l'immagine anche materiale di lui, della sua voce, del suo sguardo, del suo amore, il ricordo delle sue carezze, quel ricordo che tre anni di assenza e di silenzio avevano addormentato nei suoi sensi finch era stata sola e senz'amore, resuscitava vivo e preciso, e la faceva spasimare...
Si sentiva prigioniera fra i muri di quella casa, incatenata ad una schiavit orribile a cui non avrebbe potuto sottrarsi mai pi...
Via via che l'ora avanzava, un'inquietudine febbrile la prendeva; non riusciva a star ferma, andava dalla finestra alla stufa, scostava una seggiola, cambiava di posto un oggetto, senza sapere perch; tornava alla finestra, ne socchiudeva le imposte, spiava la strada...
Le montagne si drizzavano dinnanzi alla casa e chiudevano tutt'intorno la valle: enormi, nude, inaccessibili. Sopra di esse un cielo pallido, vuoto, indifferente; la desolata tristezza della sera, il terrore della notte vicina...
Ecco, ecco la sirena che annuncia l'uscita degli operai. La strada  breve. Un passo gi risuona nel silenzio. Si avvicina.  qui.
Ella si stacca d'un balzo dalla finestra, afferra un lavoro, siede. Le sue mani tremano tanto, che i ferri, i gomitoli, le sfuggono, cadono per terra. Si china per raccattarli, e quando alza il capo, Stefano  gi entrato, Stefano dice con voce affettuosa e tranquilla:
- Buona sera, Paolina.
Ah, era necessario che egli non si accorgesse del suo turbamento, era necessario dissimulare, mentire, sorridere, non fargli del male!
Gi pi di una volta, tenendola fra le braccia, sentendo scorrere le lagrime sul suo viso convulso, egli le aveva chiesto ansiosamente: - Perch piangi?... Che hai?...
Ah, tortura, tortura!... Dio la puniva cos; cos la faceva espiare.
Lunghi mesi erano trascorsi prima che Paolina riuscisse a dominarsi. Qualche intervallo di calma veniva, rotto da sbiti risvegli, dove il ricordo, come lama di pugnale nell'ombra, balenava, e feriva.
Annetta non assomigliava a suo padre; eppure aveva talvolta un modo di sorridere, di girare gli occhi, un gesto, - eran lampi!... - che inconsapevolmente toccavano il fondo del cuore di Paolina e lo facevano sanguinare.
Poi, a poco a poco, il tempo, la consuetudine, la bont di Stefano, e soprattutto la giovinezza, quella forza divina che non pu immutabilmente soffrire, la vita che reclama la vita, avevano mitigato, placato il tormento.
Due anni erano passati. Nulla era avvenuto. Pareva che nulla fosse mutato.
In quei due anni, era mutato forse il sentimento di Paolina per Stefano; quell'arido sentimento di gratitudine, duro e pesante come un debito, che l'aveva legata l, alla catena; come la cagna sperduta, per un tozzo di pane; quel rancore, quel disprezzo, - di s? di lui? - che le avevano strappato tante lagrime.
Qualchecosa che non aveva ancora un nome, ma era gi fiducia, amicizia, tenerezza, penetrava a poco a poco il cuore della giovane donna; l'illuminava timidamente di una luce nuova. Quella luce si era impadronita del suo cuore senza ch'ella lo volesse, come la luce del giorno grado a grado s'impadronisce del cielo notturno, e vano  chiudere gli occhi per non vederla, e nessuna forza umana varrebbe a respingerla.
Paolina non osava abbandonarvisi; aveva rimorso. Eppure, se non avesse temuto di compiere una profanazione, avrebbe sentito il bisogno di ringraziare Iddio in ginocchio, per aver messo Stefano sul loro cammino.
Ma come avere il coraggio di parlare a Dio di un incontro la cui conseguenza era una colpa grave, imperdonabile, che nessun sacerdote avrebbe potuto assolvere? Parlare a Dio di un incontro in seguito al quale lei, la sua bambina, vivevano fuor della legge, ingannando la gente, facendosi credere quel che non erano?...
Dacch viveva cos, non aveva pi osato neppure confessarsi. Entrava in chiesa come un'intrusa, col velo calato fin sugli occhi, s'inginocchiava sulla nuda pietra; non osava guardare l'immagine della Madonna.
Tutti, lass, in quella colonia di operai venuti da ogni parte d'Italia, credevano o mostravano di credere, che Stefano l'avesse sposata da vedova, colla bambina. Le era mancato il cuore di completar la menzogna insegnando fin da principio ad Annetta a chiamarlo pap. Allora quella parola, rivolta a Stefano, le sarebbe apparsa un sacrilegio. Come le sembravano lontani quei giorni!... Provava talora l'impressione di essere un'altra, una creatura nuova, di aver incominciato la sua vita solo da quando si era destata lass, pallida e stanca convalescente, nella valle deserta, fuori del mondo, in mezzo alle montagne alte coperte di neve.
Ella non usciva quasi mai; e, se fosse stato possibile, avrebbe voluto che la siepe che circondava il suo minuscolo orticello si elevasse alta e chiusa come un'impenetrabile muraglia fra lei e il mondo. Che le importava del di fuori? La strada, la vita, le facevano paura. Per lei l'universo era limitato appunto da quella siepe; si concentrava ormai tutto l, in quei due palmi di orticello, dove Annetta giocava al sole per lunghe ore, e dove Stefano, di ritorno dal lavoro, usciva a vangare le aiuole, a strappare le erbacce, a potare la piccola spalliera di meli.
Paolina guardava spesso intensamente quei due esseri, - la sua creatura e il suo compagno, - e ormai il suo cuore non riusciva pi a disgiungerli l'uno dall'altro. Non osava confessare a se stessa che forse le erano ormai entrambi egualmente cari, che forse costituivano ormai, entrambi, il suo unico tesoro.
Guardava Annetta, col suo nasino all'in su, la sua zazzeretta di capelli lisci e un po' duri; Annetta che stava bene, Annetta che era felice; poi i suoi occhi cercavano Stefano, si posavano con espressione inesprimibile sul suo volto bruno, irregolare e non bello, dove gli occhi chiari e il sorriso mettevano una luce; su quel volto che esprimeva bont, lealt, gentilezza che viene dall'animo... Per una misteriosa volont del destino, - Paolina non osava pensare: "di Dio" - quell'uomo che aveva un cuore cos limpido, l'amor della casa e dell'ordine, tutto quello che  necessario per formare una famiglia regolare e felice, quell'uomo semplice, laborioso, tranquillo, si era attaccato a lei, rottame di naufragio, a lei, che non era libera, che aveva una figlia, e non sarebbe stata mai altro che una pietra legata al suo piede...
Ed ella per tanto tempo l'aveva quasi odiato, disprezzato, fatto soffrire... Gli era vissuta lungamente accanto senza saper nulla di lui, senza chiedere: se avesse un padre, una madre, una famiglia: volontariamente tenendosi lontana, straniera... Solo da poco era venuta a conoscere che anch'egli non aveva nessuno al mondo: figlio d'ignoti, affidato dall'Ospizio dei trovatelli a una contadina che lo aveva allevato, il suo nome, "Stefano Servado", uno di quei nomi inventati che si appiccicano come un marchio alle creature che le madri abbandonano, che i padri ignorano...
Guardandolo, un impeto le veniva di correre a lui, di prendergli le mani, baciargliele, e dirgli: - Perdonami, Stefano, perdonami!...
Come foglie secche, i ricordi del passato si staccavano uno ad uno dal suo cuore, e non davano pi strazio; solo malinconia; come cose finite, svanite, morte. I fantasmi dileguavano; nella serena immobilit dei giorni e delle ore, il presente diveniva l'unica realt.
E frattanto anche la natura, intorno, timidamente si risvegliava dal suo lungo sonno...
L'inverno non era ancra finito, o era gi primavera?... L'aria chiara odorava di neve, ma qua e l la neve si scioglieva venando i pendii di tremuli lucciconi. Le cime pi alte erano ancora incappucciate di bianco, ma il cielo, come il volto d'un adolescente, cambiava colore ad ogni ora, e nel cielo vagavano fantastiche nuvole che gettavano grandi mobili ombre sui pascoli. Cominciavano a passare le greggi, all'alba, dirette alla montagna, con lieve scalpiccio di passi; e il pastore le seguiva, tacito e intabarrato, portando in braccio l'agnellino pi piccolo. Lunghe e fredde erano ancora le notti...
Una smarrita dolcezza, un turbamento, qualche cosa che era insieme felicit e paura, trepido abbandono, giovinezza, oblio, primavera, primavera, afferravano l'anima e i sensi di Paolina. L'amore di Stefano la faceva ancra tremare, ma non pi di disprezzo o di avversione: aveva paura, paura di s, di s stessa; paura di amarlo, paura di abbandonarsi alla dolcezza di essere amata, di essere finalmente sua con tutta l'anima come non era mai stata.
Le pareva che Dio non l'avrebbe perdonata mai pi, se, oltrech peccare, ella avesse trovato nel peccato la felicit.
...Dio, Dio! Per espiare un poco, per aver diritto alla Tua misericordia, bisogna adunque soffrire, soffrire sempre, non cessar di soffrire?...
* * *
Da qualche tempo una cicogna s'aggirava intorno alla casetta, si fermava sul tetto, volava fin sull'albero, e poi spariva nuovamente.
A dir vero, Annetta non era mai riuscita a vederla, ma Stefano gliene aveva parlato pi volte.
E infatti, una notte, una notte di febbraio, mentre Annetta dormiva, bench fosse caduta tanta e tanta neve, la cicogna era tornata, ed aveva portato un bel dono: una sorellina.
Questa sorellina era piccola come un gattino e dormiva sempre; nel visetto tondo e scuro i suoi occhi azzurri assomigliavano tanto a quelli di Stefano. L'avevano messa in una culla di legno fatta come una barchetta, di quelle che i montanari scavano in un grosso tronco d'albero. Se piangeva, bastava far ondeggiare un po' la barchetta, e subito si chetava. Una donna grassa, coi capelli grigi, che andava e veniva per la casa con grande autorit, l'aveva fasciata, le aveva messo una bella cuffietta coi nastri rosa.
Annetta era molto fiera della sua sorellina.
Forse, trovava un po' esagerata l'ammirazione e l'esaltazione di Stefano. Stefano pareva impazzito. Ogni volta che incontrava Annetta, le diceva cogli occhi scintillanti:
- Hai visto che bella bambina?... - e correva su e gi per le scale col brodo, col caff, coll'acqua calda, perfino con le fasce.
E Annetta pensava: - S,  bellina; ma me lo ha detto tante volte!
Anche la mamma, che pur non stava bene, aveva l'aria felice. Annetta non l'aveva mai veduta cos. Era distesa sul letto grande, pallida; colle trecce bionde strette intorno alla testa; gli occhi lucidi e scuri circondati da un alone d'ombra, ma infinitamente dolci e sorridenti.
Scendeva la sera. Annetta, seduta su di un basso sgabello, guardava la madre e la sorellina, in silenzio. La neonata dormiva, colla cuffietta un po' storta, i piccoli pugni sugli occhi: anche Paolina si era assopita. Scendeva la sera. Forse ricominciava a nevicare; rade e soffici farfalle bianche palpitando si posavano sul davanzale. Stefano prese la candela e la pos adagio adagio per terra, dietro il cassettone.
Allora Annetta si alz, e avvicinatasi a lui in punta di piedi con aria di mistero, come per confidargli un segreto, domand sommessamente:
- Come la chiameremo, Stefano?...
E Stefano, pur sottovoce, rispose
- La chiameremo Benedetta.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non si sa come avvenga... Ieri non c'era, questo piccolo essere che non sa parlare, non sa ancora sorridere, ha una voce fragile che si fa sentire soltanto per annunciare che ha fame. E tuttavia oggi comanda a tutti; tutti dipendono da lui; pare che la vita e la felicit dell'universo siano concentrate in esso, nel suo lieve respiro.
Se piange, ogni faccenda  interrotta per correre alla sua culla; se dorme, tutti camminano in punta di piedi per non destarlo; quando incomincer a sorridere e ad agitar le manine, lo si contempler come si contempla un miracolo.
Cos era avvenuto per la piccola Benedetta.
Poche settimane di vita, e gi era diventata la padrona di casa. Stefano l'adorava, ed era sempre in pensiero per lei; che avesse caldo, che avesse freddo, che non mangiasse abbastanza, o avesse troppo mangiato. La notte, si levava due o tre volte per portarla alla madre, che l'allattava. Aveva comperato una bilancia, ed ogni sera pesava la creaturina con scrupolosa attenzione. Paolina tenendola fra le braccia, la guardava colla muta trepidazione con cui si guarda la speranza. Annetta l'ammirava con sorpresa e con estasi: scopriva con infinita meraviglia i mutamenti che, ad ogni giorno, ad ogni ora, la vita recava alla piccoletta.
I grandi, se mutano, mutano a poco a poco e nessuno se ne avvede; Benedetta invece si trasformava visibilmente da un giorno all'altro; diventava rosea e grassoccia, con due fossette nelle guancie (ieri non c'erano?...) - dalla cuffietta le sbucava un ciuffetto di capelli neri (ieri, era bionda?...) - non dormiva pi dalla mattina alla sera, spalancava gli occhietti azzurri e li girava di qua e di l curiosamente come per impossessarsi delle cose; della vita; li fissava sul lume; quando la madre le offriva il seno, afferrava avidamente il capezzolo e, allattando, batteva colle manine sullo scialletto rosso con cui Paolina si copriva. Poi, quand'era sazia, voltava in l il visetto tondo con aria sdegnosa, come a dire: - Mi basta, non avete capito?
Che cose meravigliose, che cose grandi e straordinarie!...
Paolina stava meglio; anzi non era mai stata cos bene. Il suo viso si era fatto pi chiaro e pi florido: c'era nei suoi occhi una luce di appassionata dolcezza.
La casa, le bimbe, l'occupavano molto. Finite le faccende e finch Stefano era allo Stabilimento, si metteva a cucire accanto alla finestra, tra lo sgabello d'Annetta e la culla della nuova nata. La cucina colle sue lucide mattonelle rosse risplendeva di pulizia; sul focolare un ceppo bruciava lentamente spandendo intorno buon odore di resina; il gattino nero, arrotolato su di s stesso come una palla, fingeva di dormire, socchiudendo di tanto in tanto un occhio per guardare Annetta, che ritagliava le figure da un vecchio catalogo.
...Di dove veniva quel motivo di musica lontana, infinitamente lontana nel tempo?... Era una bambinetta, come la sua Anna... Il giorno dell'Assunta, in convento... S, in convento, in coro colle suore... In coro colle suore, forse anch'ella un giorno cantava cos...
...Ave maris stella...
Ora, aveva dinnanzi a s la valle piena di silenzio, piena di neve, dove non passava nessuno; e nell'anima, finalmente, finalmente, la pace, la speranza, l'oblo.
* * *
- Signorina Benetta Benina Benozza Benuccia, l'avverto che oggi non potr pi tirarmi i capelli e farmi il pip in grembo come l'altro giorno. Oggi io vado via con Stefano; vado via in treno, e star assente quattro giorni: ha capito, signorina Benina Benetta Benozza Benuccia?... - cos diceva un giorno Anna alla sorellina.
Ma l'annuncio, a quanto pare, non produceva grande impressione.
Quel personaggio autorevole che era la signorina Benedetta, altrimenti chiamata Benina Benozza Benuccia, ed altro ancora, nel suo seggiolone, col bavagliolino legato al collo e il mento impiastricciato di pappa, si lasciava imboccare gravemente dalla madre e continuava a trangugiare l'una dietro all'altra grosse cucchiaiate di pappa senza scomporsi:
- Bene: allora addio, signora mangiona! - esclam Annetta. - Vado a vestirmi, mamma - e scapp su per le scale.
- Troppo presto, cara - ammon Paolina - il treno parte alle cinque e sono appena le tre.
Ma Annetta, impaziente, era gi salita al primo piano, e la si sentiva armeggiar per la stanza, aprire e chiudere i cassetti, versare l'acqua nel catino. Poi si sentirono le sue scarpette cadere una alla volta per terra; evidentemente la piccola si cambiava di tutto, faceva una toilette molto accurata.
Stefano era stato chiamato d'ufficio a Torino per prendere accordi su di un lavoro importante, e ne approfittava per recarsi anche a salutare la donna che l'aveva preso dall'Ospizio e tenuto in casa per parecchi anni. Povera vecchietta, era rimasta vedova da poco, e Stefano, che le spediva mensilmente un po' di denaro, da lungo tempo non andava a trovarla. Stava con una sorella nei dintorni di Torino; si trattava di allungare il viaggio di poche ore per arrivar fin da lei.
- S, s, Stefano, va a salutarla; sar tanto contenta, povera donna - aveva detto Paolina.
Allora Stefano aveva proposto ad Annetta di condurla con s, e la gioia della bimba era stata s grande, che da parecchi giorni non sognava e non parlava che di quel viaggio. Un viaggio in treno; con Stefano; fino a Torino e pi in l... Il primo viaggio della sua vita: l'unico; poich dell'altro, da Cernedo, ella assolutamente pi non si ricordava...
Era un avvenimento cos importante e straordinario, che Annetta non si occupava pi neanche di Monsignor Gatto, e andava su e gi per la casa, irrequieta, eccitata e felice.
Paolina invece si sentiva un po' triste. Quattro giorni senza Annetta e senza Stefano... Era la prima volta che Stefano si allontanava... Impossibile unirsi a loro, coll'inverno cos rigido, colla piccina d'appena otto mesi, che stava mettendo un dentino... Non aveva paura, no: di nulla, ella stessa aveva incoraggiato Stefano a prolungare l'assenza di qualche ora; e fare altrimenti le sarebbe apparso egoismo e cattiveria.
Ma sentiva il vuoto e la solitudine prima ancora che se ne fossero andati. Cercava di non dimostrarlo per non offuscare la gioia di Annetta e non disturbare Stefano; anzi si era data premura perch tutto fosse preparato e disposto per la partenza.
Il vestito delle feste di Stefano, il suo bell'abito scuro ben stirato, il cappello nuovo, il cappotto, erano gi in ordine sopra il letto, insieme alla valigetta, e ad un cestino pieno di buone cose: un salame, un pollo, una focaccia, una bottiglia di vin bianco, da portare alla vecchietta.
Ed ecco che arriva Stefano, allegro e nervoso, e in due salti va su, e anch'egli si lava e cambia di abito, di biancheria; - son gi le quattro, come vola il tempo! - e Paolina con la piccola in collo gli va dietro per aiutarlo, per star con lui fino all'ultimo.
Scendono poco dopo tutti insieme: Annetta innanzi a tutti, col cestino infilato sul braccio, un bel paltoncino di lana marrone col colletto di pelo chiaro e le scarpette nuove che scricchiolano un po' quando cammina; poi Paolina con Benuccia piena di sonno che frigna e si stropiccia gli occhi: ultimo Stefano, che pare un signore, col cappello di feltro grigio, il cappotto e la valigetta.
Paolina avvolge con uno scialle la piccina, ed esce nell'orto per accompagnare i viaggiatori fin sul cancello. Vorrebbe dire a Stefano tante cose... Che vorrebbe dirgli?... Ella stessa forse non sa; lo guarda, e tace... Ah, se non fosse cos timida, vorrebbe dirgli che mai le  parso di volergli tanto bene come oggi; mai, mai come oggi ha compreso che cosa egli sia per lei... Le parole tremano sulle sue labbra: tremano nel suo cuore... Ma Stefano  distratto; bada a non inzaccherarsi le scarpe nelle pozzanghere; guarda l'orologio; affretta il passo. Si sa: chi parte  gi lontano prima che il treno si muova... Ma, sul cancello, egli la bacia; bacia lei e Benedetta, due o tre volte, teneramente; e quando  gi sulla strada, ritorna indietro per baciarle ancora. Raccomanda:
- Non star sola, cara. Fa venir l'Annunziata a tenerti compagnia.
- S, s... Ma non occorre. Torna presto, Stefano! Annetta, non prender freddo.
- Addio, addio! Arrivederci mamma! Arrivederci, Paolina! Arrivederci, Benina!
Ella sta a guardarli allontanarsi per la stretta strada a picco sul torrente: alla svolta, quei due cari si fermano e salutano di nuovo, due o tre volte, colla mano e colla voce.
- Arrivederci, arrivederci presto!
...Come sono fermi e chiari gli occhi di Stefano!... Annetta non ride;  quasi pallida dalla felicit.
Sgambetta seria seria accanto a Stefano, col suo cestino infilato sul braccio.
* * *
Due giorni eran gi passati. Da Torino era arrivata una cartolina illustrata coi grossi caratteri d'Annetta: "Cara mamma, abbiamo fatto buon viaggio e mandiamo mille milioni di baci a te e a Benina". Sotto, Stefano aveva aggiunto un saluto, annunciando un espresso per l'indomani.
Due giorni eran gi passati! Frattanto Paolina aveva lavato, stirato, accomodato tutta la roba di Stefano e di Annetta, ma tuttavia il tempo le era sembrato infinitamente lungo. Per abbreviarlo, aveva manipolato con gran cura una focaccia, e l'aveva messa a cuocere nella stufa, con un bell'uccellino di pasta frolla sopra, che avrebbe fatto la gioia d'Annetta, al ritorno. Anche Stefano amava i dolci; ma ne mangiava di rado, perch era un lusso riservato alle grandi occasioni.
La focaccia, dorata e zuccherata, faceva bella mostra di s sulla credenza, su di un gran piatto rotondo. L'uccellino, con un pignolo nel becco, nel cuocere si era alquanto "seduto"; ma - Annetta forse non se ne accorger - pensava Paolina, guardandolo severamente.
Annunziata, la donna che l'aveva assistita nel parto, era venuta su e gi qualche volta a salutarla e a vedere la piccola. Paolina non aveva altre amicizie in paese, e d'altronde, quelli eran luoghi tranquilli, dove non succedeva mai nulla e dove sarebbe stato assurdo l'aver paura.
Era una sera di gran vento, poco dopo l'Ave Maria. Per tutta la giornata era caduta la neve a raffiche, ora s'era calmata; ma faceva un freddo intenso. Per l'uragano, era stata interrotta la corrente elettrica, e la valle non aveva altra voce che il vento, altra luce che la sua bianchezza.
Paolina aveva chiuso accuratamente porte e finestre, e, salita nella stanza da letto, aveva appena finito d'addormentar Benedetta, quando ud bussare, gi alla porta. Aspettava l'espresso di Stefano; socchiuse le imposte, sporse fuori il capo a guardare.
Sulla strada, nessuno; ma dentro nell'orto, presso alla porta di casa, c'era un uomo intabarrato che stava aspettando. Certo era qualcuno che portava la lettera: il postino indugiando volentieri per le osterie, affidava talvolta la corrispondenza a qualche buon uomo, come s'usa in campagna.
Paolina scese di volo la scala, e corse alla porta. Era scalza; si era levate le scarpe per far meno rumore intorno a Benedetta. Sicura che fosse il postino, tuttavia, prima di aprire, domand:
- Posta?
E una voce rispose: - S.
Premurosamente, ella stacc la spranga di ferro dagli anelli; scost il battente. Una ventata d'aria gelida entr; si disegn il quadratino bianco dell'orticello sotto la neve, le montagne di fronte, vicine ed alte come una muraglia. Ella stese la mano per prender la lettera.
In quello, fulmineamente, come al guizzar d'un lampo, sent dinnanzi a s nell'ombra, non cogli occhi, ma coll'istinto, con tutta s stessa - sent nell'ombra la presenza di qualcuno che non era chi ella aspettava, non era il postino, n altri mandato da lui... Andrea, suo marito.
La spranga di ferro le sfugg dalle mani; cadde pesantemente a terra. Per le vene le corse il ghiaccio; non pens a richiuder la porta. Sempre fissando lui, come ipnotizzata, indietreggi fino in fondo alla cucina.
Egli sal i gradini; entr; chiuse dietro a s la porta; sbatt la neve dalle scarpe: senza fretta, lentamente.
Fra i due stava la tavola, su cui era posato il candeliere, colla candela contornata da uno smerlo di carta rosa.
Anch'egli la fissava; e i suoi occhi non erano pi gli spavaldi allegri occhi dell'Andrea d'una volta, ma due occhi un po' gonfi e torbidi che avevano una espressione beffarda.
Dopo un poco, disse con voce calma: - Son due mesi che ti cerco.
Silenzio. La donna era pallida come una morta, col dorso appoggiato alla parete, le braccia che le pendevano inerti lungo la persona.
Ed egli prosegu:
- Sono andato a Cernedo. Sono stato dal prete, un cialtrone, che non ha voluto dirmi nulla. Sono stato dove abitavi ultimamente, e l, chi diceva una cosa e chi un'altra. Sono andato da quei signori di Bergamo, quelli della villa: non c'erano; ma l ho saputo qualche cosa. Mi sono informato in paese. Sono andato a Torino. Finalmente ti ho trovato. Sono in questi paraggi da qualche giorno. Ho aspettato. So che sei sola. Noi abbiamo bisogno di parlare un poco insieme, non ti pare?
Silenzio. Egli si sbarazz del mantello e del berretto e li gett sulla tavola.
- Si direbbe che non ti faccia molto piacere vedermi. Hai paura?
Le labbra bianche della creatura che stava addossata al muro, appiattita, miserabile, si mossero per rispondere
- No.
L'uomo trasal conte sotto una frustata.
- Non hai paura! - esclam elevando la voce e facendo qualche passo verso di lei. - Non hai paura; eppure mi guardi come guarderesti un assassino. Ma hai torto; - prosegu pi freddamente - hai torto: io non sono un assassino, sono semplicemente tuo marito, e ho dei diritti sopra di te. Sono venuto per domandarti conto di quello che hai fatto, che fai, dal giorno in cui io sono partito fino ad oggi. Ma procediamo per ordine. Dov' Annetta?... Rispondi. Dov' Annetta?... Voglio vederla. Dov'?...
- Non  qui.
- Non  qui?... Perdio, dov'?... Annetta non  qui?... Che ne hai fatto? A chi l'hai data?... Ti trovo a far la baldracca, ma quest' il meno, ch di te mi importa quanto della suola dei miei stivali, ma di mia figlia, di nostra figlia, che hai fatto?... Ti sei disfatta di lei per esser pi libera di trovar degli uomini, l'hai abbandonata per il mondo per poter pi facilmente...
Non pot continuare. Tremando dalla testa ai piedi, col livido pallor della faccia segnato da due macchie rosse come scottature al sommo degli zigomi, la donna gli si era avventata addosso, e gli premeva sulla bocca le mani convulse, gli piantava le unghie nella carne.
- Taci, taci, taci! - urlava ansimando - Non parlare d'Annetta!
Poi si abbatt come un cencio per terra, rompendo in disperati singhiozzi.
Per qualche istante quei singhiozzi risuonarono alti e soli nel silenzio della casa, senza che l'uomo si curvasse su di lei, n pi le rivolgesse parola.
Il pianto era cos violento e angoscioso che pareva spaccarle il petto.
Infine ella si quet; si sollev penosamente sui ginocchi, si pass le mani sul viso, sulle tempie velate da incomposte ciocche di capelli.
- Perdonami, Andrea - implor con voce rotta. - Tu sai gi tutto. Ma  vero, noi dobbiamo parlare... Ti supplico di credermi. Ti giuro di dirti la verit. Annetta sta bene. Annetta  stata sempre con me. Dacch sei partito,  la prima volta che si allontana da me per una brevissima assenza. Maltrattami, insultami, fa di me quello che vuoi, ma non dirmi che sono stata una cattiva madre. Se sono qui, se tu mi trovi qui dove non dovrei essere,  stato per lei, per Annetta, perch non soffrisse troppo, per salvarla dalla miseria, dagli stenti, che me l'avrebbero fatta morire...
- Ah, ah, ah!... Perch non dici: per aver dei bei vestiti, per mangiar bene, per far la signora? Tutto Cernedo lo sa. Mangi focaccie, eh, qui!... Questa  la verit: le altre sono chiacchiere. Ti sei venduta.
- No!... Ho pagato. Ho pagato il pane di Annetta, le sue vesti, il suo letto, il suo fuoco. Ho pagato!... E tu non sai, tu non sai, a prezzo di quali torture. Ma pensa, Andrea... Eravamo sole; non avevamo pi nulla; pativamo la fame. Annetta, l'ultimo inverno che fummo a Cernedo,  stata tanto malata; per procurarle le medicine, il fuoco, un po' di brodo e di carne, ho venduto uno ad uno gli ultimi mobili, le coperte, i materassi, ho fatto dei debiti, ho domandato quasi la carit... Ho fatto tutto quello che potevo, ho resistito fino all'estremo. Non credere che non abbia lavorato; ho lavorato sempre; ma il mio lavoro non bastava; dal posto che mi aveva trovato Don Giuseppe, mi hanno cacciato senza mia colpa, non so perch... Dio avr voluto cos. Per salvare Annetta, per difenderla dal freddo, dalla fame, fors'anco dalla morte, non c'era altra via, altro scampo. No, non ridere!... Cerca di comprendere. Abbi piet. Ah, se fossi stata sola, ti giuro che l'avrei finita altrimenti. Ci ho pensato tante volte, e, a costo di dannarmi, l'avrei fatto!... Ma non ho avuto cuore di trascinare Annetta nella morte con me, n di lasciarla sola al mondo... Per tre anni ti ho aspettato ogni giorno, ogni ora, senza avere una parola da te, senza saper nulla pi, se non che vivevi con un'altra donna... Ormai credevo per certo che tu ci avessi abbandonate per sempre, dimenticate!... Quei tre anni, tu non sai che cosa siano stati per noi. E dopo... Dopo!... Quando partii da Cernedo ti amavo ancora... Ho sofferto quanto si pu umanamente soffrire... Ah, tu non sai, tu non sai!...
Ella si coperse la faccia colle mani e ricominci disperatamente a singhiozzare.
L'uomo parve calmarsi alquanto; tuttavia continu per qualche istante a fissarla con sospetto. Poi si mise a camminare su e gi per la cucina gesticolando, borbottando fra i denti incomprensibili parole.
- Ebbene, - disse dopo una pausa, tornando a lei - giacch il tuo fallo ti  costato tanta fatica, e ti sei disonorata, a quanto dici, per dar da mangiare a nostra figlia, adesso sono qua io, per pensare a lei e a te:  giusto che il tuo supplizio finisca. Hai avuto dei torti, ti perdono, e non se ne parli pi. Vieni via con me. Torneremo all'estero. Senza scandali. Non occorre farne. Preparati a partire. Dimmi dov' Annetta, e andremo insieme a prenderla.
Raggomitolata su di s stessa, immobile, senza scostare le palme dal volto, Paolina aveva udito. Ma pareva non avesse compreso.
Egli aspett qualche istante tamburellando colle dita sulla tavola, poi si chin su di lei, e le pos la mano sulla spalla.
- Suvvia! - disse.	Non c' tempo da perdere. Andiamo.
Forse la sua mano indugi troppo sulla spalla della donna, forse un'ondata del suo fiato vinoso le si avvent alle nari. Ella sobbalz e si restrinse tutta in s, come se l'avessero toccata col fuoco. Mosse due o tre volte le labbra tremanti per rispondere, ma non vi riusc.
- Non ti fidi?... Guarda - diss'egli allora, traendo dalla tasca interna della giacca un portafoglio rigonfio - Guarda! - e nella voce vibrava la sicurezza e la millanteria dell'Andrea d'una volta. - Non ci perderai nulla. Io ho dei soldi, adesso!... Vieni.
- Non posso, Andrea - mormor ella alfine con immenso sforzo, levando su di lui gli occhi straordinariamente larghi e fissi nel mortale pallore del volto. - Non posso!...
E l'accento era tale, che l'uomo comprese che nessuna forza umana avrebbe potuto strapparle altra parola.
Fra i due si spalanc nuovamente l'abisso del silenzio.
Egli si era scostato da lei e, ritto accanto alla tavola, schiacciava col pollice i pezzi di cera che sgocciolavano gi dalla candela, mentre un sorriso nervoso, simile a una smorfia, gli contraeva la bocca.
Sotto ai suoi piedi, le grosse scarpe bagnate avevano lasciato una larga impronta umida. In una sosta improvvisa del vento si sent l'acqua del torrente scrosciare rapinosa e violenta.
E la donna pens:
- Quando si muove, mi uccide.
Per qualche attimo ella attese, cos, senza voce, quasi senza respiro, e non fu pi nulla se non un mucchio di cenci per terra, un'infinita stanchezza.
E invece, nulla. Egli si muoveva, s, ma per cercare il berretto, guardava in giro per la cucina, si chinava a riallacciarsi una scarpa.
- Ascolta - disse dopo una lunghissima pausa. - Ascolta! - ripet, toccandola col piede. - Non fingere di non sentire. Tu non vuoi tornare con me. Preferisci fare la sgualdrina piuttostoch la moglie, col pretesto che non ti ho scritto e che t'han raccontato che stavo con un'altra donna. Pu essere. Avr avuto delle donne. Mi sar comportato male con te. Ma sia pure, io, durante la mia assenza, non ho accresciuto la famiglia di un nuovo marmocchio, io non ritorno dall'estero con nessun peso. Son tornato qua libero, con dei soldi, e son venuto a cercare mia moglie. Il tuo Dio, i tuoi Santi e le tue Madonne, giudicheranno essi fra me e te. Ed anche i tuoi preti. Per me, me ne infischio. Ma non credere che la cosa finisca cos. Potrei fare di te e con te quello che voglio, anche adesso, subito, lo sai, perch sono tuo marito, ma non ti tocco, mi fai schifo, non so che farmene degli avanzi di un altro. Va pure a letto con chi ti piace. Quanto ad Annetta,  un altro affare. Annetta  mia figlia, e ci tengo. Annetta appartiene a me di diritto, perch nessuna legge l'aggiudicherebbe a te, che fai il mestiere che fai. Sta tranquilla che su questo punto metter subito in chiaro le cose. E quanto a quell'altro... oh, quell'altro non la passer liscia, te lo prometto. Non pensare che abbia aspettato di trovarti sola, per paura di lui. Paura io?... Non sono io, che devo aver paura. Speravo di accomodare le cose senza scandalo. Non mi  riuscito. Ma adesso dobbiamo fare i conti, io e lui. Non c' posto per tutti e due noialtri, a questo mondo. Ti ho avvertito. Pensaci.
Paolina si era trascinata fin sulla panca, e l rimaneva muta ed inerte come se le avessero svuotate le vene da ogni forza, quasi da ogni dolore. Uno stupore attonito la prendeva, quasi un trasognamento. Non piangeva pi, guardava con immobile sguardo l'uomo che le stava dinnanzi. L'uomo che aveva tanto amato, tanto aspettato, tanto pianto... Andrea!... Quell'uomo massiccio dalle tempie gi grigie, dal colorito acceso, dalle grosse mani su cui brillava l'oro d'un anello, quell'uomo che sulla fisionomia aveva qualche cosa di cinico insieme e di fiacco, di volgare e di logoro, che faceva disgusto e piet; infinitamente cambiato, infinitamente diverso: lo stesso; un altro; Andrea, Andrea!...
Tanti anni vissuti chiss dove, chiss come... Anch'egli forse aveva sofferto... Uno spaventevole abisso fra loro...
Ella udiva le sue parole, le sue minaccie; s, udiva quella voce fredda e tagliente che le sferzava la faccia, le dilaniava il cuore; ma non riusciva a capire, non riusciva soprattutto a seguire il filo del lungo discorso... La sua ragione si smarriva; un cerchio di ferro le serrava la fronte. Il vuoto, il vuoto l'afferrava, un vuoto orrendo, in s, intorno a s.
...Era senza scarpe: come mai era senza scarpe?... Quell'uomo era venuto a prenderla. Diceva che doveva andare con lui. E Annetta? E Stefano?... No, non bisognava pronunciare il nome di Stefano. Stefano, anima mia!... E neppure quello di Benedetta. Ma di Benedetta egli forse sapeva... S, sapeva! La sua cuffietta era l accanto alla stufa, ed egli l'aveva guardata ridendo. Ah, non ridere, non ridere, Andrea! Battimi; battimi piuttosto; insultami; ma non ridere!... Forse era l'ora di dare il latte a Benedetta. Gliel'avrebbe permesso quell'uomo?... Come mai Benedetta non si svegliava, non piangeva?... Bisognava salire a vedere. Ma quell'uomo se ne sarebbe accorto. Sguisciar via di nascosto... Ma egli mi fissa sempre, sempre: ho paura!... Era suo marito. Poteva far di lei quel che voleva. Aveva detto: - Dio giudicher fra me e te... Oh, Dio, Dio!...
La mente le si annebbiava; sentiva la febbre, il delirio, pulsare nelle tempie brucianti. Una strana smemoratezza... Puerilmente, seguiva collo sguardo il via vai di una formica intorno a un pizzico di zucchero sparso per terra. Nel disordine atroce dei pensieri che tumultuosamente le si affacciavano, una certezza chiara e terribile li dominava tutti: l'inutilit di ogni parola, di ogni spiegazione, di ogni discolpa. Sette anni!... Come raccontare quei sette anni?... Come dire, come fargli comprendere?... Parole, silenzi, lagrime, tutto tutto tutto inutile... Inutile!... Eppure bisognava parlare; dire qualche cosa; pregare; piangere; cercar di placarlo. Spiegargli... Spiegargli?... Pi facile gettarsi sotto alle sue calcagna per essere calpestata e fatta a brani, che far comprendere al maschio la verit umana e terribile, la semplice verit: - Non ti amo pi, amo un altro, perdona, perdona! - Ah, no; non questo!... Dio, aiutami! Non si pu dirgli questo... non si pu... Come scroscia il torrente!... Che aveva egli detto, prima?... Prima?... Quando?... -Non ricordava pi. Nulla. Forse non aveva detto nulla. Fantasmi!... Nulla era vero, nulla. Le veniva voglia di ridere, di sghignazzare. Quanto freddo!... Ah, Dio! Aveva detto che voleva prendersi Annetta. Annetta con lui?... Perdere Annetta?... Piet di me, Andrea; piet! Perdere Annetta?... Seguirlo, piuttosto, morire, piuttosto. Morire!... E Stefano? e Benedetta?... Dio, Dio, Madonna Santa, tu che fosti madre, come puoi tu?...
... Ma no, no; ecco; calma, Paolina, calma; nulla  cambiato, nulla  vero: nulla!...  stato un sogno, un incubo orribile e sinistro...
Infatti, gi l'uomo si muove; riprende il mantello; sta colla mano sulla maniglia della porta. Quand' per varcare la soglia, si volta, sputa, e dice - senza collera, senza impeto, con voce di freddo sarcasmo -:
- Ti ho avvertito. Pensaci. Sgualdrina.
E scompare.
Paolina rimase sola. I battiti del cuore le riempivano di un violento rimbombo gli orecchi: pi forti dello scrosciar del torrente, dell'ululo del vento, parevano travolgere lei, la montagna, la casa, tutto.
Era sola.
All'improvviso, un'orrida lucidit squarcia le tenebre. La ragione, la memoria, l'angoscia ritornano... Si passa le mani sugli occhi, sulle tempie, smarritamente.
- Ti ho avvertito - egli ha detto.
Ti ho avvertito!... Forse sarebbe tornato nella notte o domani. O avrebbe atteso Stefano all'agguato. Gli avrebbe portato via Annetta. Gli avrebbe fatto del male. Forse l'avrebbe...
Con un balzo, ella si gett su per le scale, afferr tra le braccia Benedetta che, svegliata di soprassalto, si diede a strillare disperatamente, l'avvolse tutta in uno scialle, si precipit nuovamente in cucina, tese l'orecchio, sporse la testa a guardar fuori.
Nulla; nessuno. L'orticello pieno di neve; la muraglia delle montagne; il vento.
Ma non osa varcare la soglia; non osa, non ricorda, non sa pi... Trema. Si accovaccia per terra, contro il focolare, battendo i denti. Macchinalmente culla tra le braccia Benina, si slaccia la veste le offre il seno. Non sa pi; non ricorda... Ancra il buio, il vuoto, quell'atroce male nel cervello. Qualcuno ha urtato il battente?... O  il vento?... Il vento?... No! Con occhi sbarrati ella fissa la porta. Ancra... Urta ancra... Urta... Urta... Ritorna!
Ella  in piedi con un grido lacerante:
- Stefano! Annetta! Aiuto, aiuto!
Ma no, non cos!... Non  nessuno.  il vento.  solamente il vento. Bisogna esser calmi. Silenzio!... Adagio!... Bisogna esser calmi per potere... per potere... Ah s: questo, questo!... Ora sa. Da qual parte la stazione?... C' forse un treno nella notte?... Torino, lo Stabilimento, Stefano, Annetta... Avvertirli, fermarli, correre. S, questo, questo: correre!... Correre; andare, correre; correre, correre sempre, non fermarsi mai... Correre!
Un tremito convulso le torce la bocca. Ride, piange. Stringe Benedetta nello scialle fin quasi a soffocarla perch non si odano i suoi vagiti. Le lagrime le offuscano gli occhi; urta nello spigolo della credenza; inciampa in una sedia. Scalza e scarmigliata, vacillando e scivolando, attraversa l'orticello, si getta nella strada.
La trovarono l'indomani, colla bimba stretta fra le braccia, in fondo al torrente.
 PARE UN SOGNO
Nel tepore del salotto ben chiuso, rannicchiati l'uno vicino all'altra in un angolo del divano, i due giovani sposi avevano finito per addormentarsi.
Il caminetto era acceso, e c'era intorno una gran dolcezza di silenzio; leggevano insieme lo stesso giornale: Maria aveva posato la testa bionda sulla spalla di Giorgio e pian piano aveva chiuso gli occhi; egli aveva continuato a leggiucchiare ancora un po' sbadigliando, e poi...
Coll'approfondirsi del sonno, Maria aveva anche allungato audacemente tutti e due i piedi sul divano, fatto grave, spiegabile soltanto coll'assenza della suocera, del suocero e delle zie, che per quel divano avevano un sacro rispetto.
Era infatti un divano rispettabile dal punto di vista dell'et, se non da quello dell'arte; ricoperto di cretonne giallina dove innumerevoli chinesi coi baffi alla Confucio navigavano l'uno dietro l'altro a gambe larghe sopra fantastiche piroghe. E, di fronte, c'era una bella credenza vecchiotta appena appena tarlata qua e l e screpolata leggermente, ma lucida e in buono stato; e, sopra di essa, un pappagallo imbalsamato e un orologio a cuc; presso alla finestra una fonda poltrona ricamata a punto croce, e all'altra parete la spinetta della bisnonna. Tutti oggetti sacri e venerabili (e imbalsamati come il pappagallo, pensava Maria, che non poteva soffrire quelle anticaglie).
Ma non avrebbe mai osato esprimere questo suo dispregio alla signora Filomena, la suocera, n al dottor Prospero, notaio in ritiro, suo suocero. E tanto meno alle zie Ermelinda e Carolina, due zitelle sui cinquant'anni, colla vita lunga e coi piedi lunghi, che vivevano in casa.
Buona gente, e ricca; ma di idee antiquatissime, e di spirito chiuso, anzi impenetrabile ad ogni velleit di moderno progresso, quale si trova ancora soltanto nei remoti angoli di provincia; inoltre, cos dominata dalla fissazione dell'economia, da poter essere tacciata di vera avarizia.
Ognuno sapeva, per esempio, che la signora Filomena aveva portato in dote ai suoi tempi oltre mezzo milione in terreni, ci che significava, ai prezzi d'adesso, per lo meno il triplo o il quadruplo, e tuttavia - a settant'anni, corpulenta e acciaccosa com'era - sfacchinava in cucina da mattina a sera; ci vedeva poco, ma rammendava da s tutto il bucato; erano anni che non si faceva un vestito nuovo, e portava ai piedi larghe scarpe scalcagnate.
Il suocero, che come notaio aveva raggranellato un bel gruzzolo, pesava i capponi e passava all'anello le uova che i contadini gli portavano come onoranza, e tutti gli inverni si rimetteva indosso una certa palandrana spelacchiata e di colore indefinibile, ereditata dal padre. Se andava al caff, ordinava un'acqua e zucchero; aveva la gotta, ma non si curava, sospirando che quelle erano spese per i ricchi, e non per lui.
Le zie: non parliamo delle zie: sempre tra casa e chiesa, due mummie, coi lunghi piedi nelle scarpe di brunello, non avrebbero mangiato per non consumare.
Buoni tutti, del resto; e adoravano il nipotino, il Mimmino venuto da un anno colle sue manine piene di fossette, coi suoi ricciolini, coi suoi piccoli strilli, a far capolino pi largo che lungo tra la spinetta e l'orologio a cuc. Per lui, per il Mimmino, non erano neppure avari, e gli avrebbero dato il sole in dono, se avessero potuto averlo.
Buoni insomma, ma... noiosi!
Per fortuna, da oltre tre settimane se n'erano andati tutti a Milano per la faccenda dell'eredit dello zio morto in Ispagna, eredit che stava per essere liquidata dopo lunghe e complicate vicende.
Erano partiti a malincuore; brontolando; ma necessit non ha legge; e poich le eredi erano le tre donne, il signor Prospero, come notaio, aveva dovuto accompagnarle. Erano partiti in terza classe, con due valige stinte, di tela cerata, che venivano, certo venivano, dall'Arca di No. E che sospiri, prima di decidersi; che sospiri, calcolando la grossa spesa del viaggio!... Pareva dovessero andare al Centro dell'Africa o al Polo Nord.
Presto per sarebbero tornati. (- Peccato! si stava cos bene, io Giorgio e Mimmino, noi tre soli; - pensava Maria).
Ma ecco una scampanellata alla porta di strada. Chi sar?
Maria balza in piedi, si ravvia colla mano i capelli, corre verso la porta. (La donna di servizio  sorda, e come il solito non ha sentito).
 il fattorino, e porta un telegramma.
- Hai visto, Giorgio?  un telegramma di pap.
Giorgio legge: "Aspettatevi bella sorpresa".
- Bella sorpresa? Che pu essere?
- Che ritornano presto, forse oggi.
- O che l'eredit dello zio  pi grossa di quanto speravano.
- Ma per noi, tanto,  lo stesso; - sospira Maria con un piccolo broncio. - Che importa aver molto denaro, quando non si pu spenderlo?
- S; ma per Mimmino, un giorno...
- S, per Mimmino e per i Mimmini, - ride lei - ma, noi, saremo gi vecchi.
Ed ecco un'altra scampanellata: squillante, imperiosa.
- Te l'ho detto? Ecco la sorpresa. Sono loro.
Giorgio e Maria corrono alla porta insieme. Sono loro infatti. Ma, possibile? Che cosa  successo?... In automobile? Non sono loro!
- Ma s, sono loro!
Son loro? Non son loro?...
Dall'automobile balza per primo agilmente a terra il signor Prospero salutando colla mano -  lui? non  lui? - con un palamidone color nocciola stretto alla vita da una martingala, ed in testa una bombetta grigia come quella del Re d'Inghilterra. I baffi, che prima avevano assunto una piega dimessa e rassegnata come quelli dei chinesi del divano, ora, ritti e impegolati a guisa di spilli, guardano in su, con aria aggressiva e battagliera. I suoi occhi mandano lampi, ed incontrano quelli dei figli con un'espressione di trionfo e, salvo il dovuto rispetto, di fatuit. Pare un giovinotto, pare un viveur, pare Flavio And.
Giorgio sta per dire: - Pap, che ti  successo? - Ma non ha tempo di soffermarsi sul primo stupore quando da una catasta di valige e cappelliere nuove fiammanti, lucidissime, sbuca fuori avvolta in una magnifica pelliccia di visone - di visone! - che le fascia le anche secondo l'ultimo figurino di Vogue, sua madre, la signora Filomena.
Sua madre?... Eppure  lei, non c' dubbio; ma ha i capelli di un biondo acceso, tizianesco; la bocca rossa; le guance pi lisce, quasi senza rughe; un neo vicino all'occhio sinistro, e ai polsi molti braccialetti che tintinnano.
Dietro a lei vengono due giovinette in tailleur grigio... (Ermelinda? Carolina?...) Flessuose come giunchi, gonne al ginocchio, ricciolini castani che sbucano fuori dalla piccola cloche di velluto viola... Ermelinda? Carolina?...  questa la sorpresa?... la bella sorpresa?...
Ma i viaggiatori sorridono e salutano con naturalezza come se niente fosse, e gli sposi non ardiscono articolare parola.
Pap paga il meccanico senza discutere, (trenta lire d'automobile, a cui aggiunge dieci lire di mancia); la mamma si avvolge stretta stretta nella magnifica pelliccia, e dice alla nuora:
- Maria, bada a far discendere le mie cappelliere. Bada soprattutto a quella rotonda. Ci sono dentro tre o quattro cappellini che sono un amore. Poi te li far vedere.
Pap dice: - Tu, Giorgio, sta attento al bagaglio grande.
E, seguito dalla moglie e da Ermelinda e Carolina scodinzolanti e civettuole, sparisce su per la scala facendo i gradini a quattro a quattro.
Gli sposi sbalorditi sono rimasti a guardarsi immobili come due statue di sale.
- Perdio! - esclama Giorgio dopo un attimo di silenzio scuotendosi. - Questa era la sorpresa. Hanno fatto la cura Voronoff!
E si gettano nelle braccia l'uno dell'altra, ridendo fino alle lagrime.
Ma la voglia di ridere dur poco.
L'indomani mattina il signor Prospero fece chiamare suo figlio, e gli tenne su per gi questo discorso: (Lo ricevette nello studio, in pijama di seta verdolina, e dinnanzi a lui fumava una tazza di t: (di t!) con la fettina di limone (alla russa):
- Senti, caro. Tu sai che avevo intenzione di ritirare quest'anno dal collegio tua sorella, la cara Annetta, che sta per compiere i diciott'anni. Ma abbiamo riflettuto con mamm che sar meglio attendere ancora qualche tempo per accasare prima Ermelinda e Carolina. Tre ragazze da marito, in casa, sarebbero di troppo.
- Da marito? Ermelinda e Carolina?... Ma hanno cinquant'anni! Tu scherzi, pap - proruppe Giorgio, che da qualche ora passava da uno sbalordimento all'altro.
- Esse sono gio-va-ni; - rispose il padre scandendo le sillabe. - Giovani - ripet severamente - e belle ragazze: piene di vita e di salute. Tu devi convincerti di questo: - continu piantando negli occhi del figlio due occhi da basilisco - che il numero degli anni  un fatto che non dimostra nulla, quando il corpo  giovane e fresco, le facolt complete e vivaci, il sangue agile e sano. Da questo punto di vista, Ermelinda e Carolina sono giovani, forse pi giovani di te. Hanno diritto di pensare al loro avvenire. Hanno diritto di vivere la loro vita. Hai capito? Annetta, uscir di collegio pi tardi, quando esse saranno accasate. Tu andrai a trovarla domani, in parlatorio, e glielo dirai, che abbia pazienza ancora per un po'. Capito?
- Capito - disse Giorgio, e accesa una sigaretta, con due salti scapp in giardino.
No, non aveva proprio pi alcuna voglia di ridere. Povera Annetta! Aveva voglia piuttosto di correre, di saltare, di buttare all'aria qualche cosa, e soprattutto di gridare a squarciagola
- Sono matti, matti e matti. Questa  una casa di maaatti!!...
Ma l, in fondo, sulla panchetta a ridosso della cedraia, c'era la sua Mariolina seduta al sole, e c'era anche Mimmino. Ella ricamava; il piccolo, vestito di rosso, si baloccava colla ghiaia ai suoi piedi, e il sole metteva un raggio d'oro sulla sua testina.
- Maria, Mariettina, Mariolina, Mariol!
Ma via via che si avvicinava a lei, s'accorgeva che ella era lugubre, imbronciata, con una faccia che non prometteva nulla di buono.
- Che hai, Mariolina?
- Da luned in poi dobbiamo accompagnare in societ Ermelinda e Carolina; - rispose ella senza alzare gli occhi dal ricamo. - Sai che luned c' il ballo della Prefettessa. Vengono anche loro con noi: vengono tutti: il pap, la mamma, le zie. Saremo bellini. Ermelinda e Carolina stanno imparando il charleston. Me l'ha detto or ora la mamma.
- Ah, sai, questo  troppo! - scatt Giorgio. - Se vogliono rendersi ridicoli, padroni, ma non devono esigere la nostra complicit. Non temere, cara; ora vado io; parler io colla mamma.
Ma non fu possibile per il momento avvicinare la signora Filomena. Ella, di solito cos mattiniera, alle undici e mezzo era ancra in camera, ed al figlio che chiedeva di lei, fece rispondere che l'avrebbe ricevuto quando la masseuse se ne fosse andata. Poi venne la volta della manicure, ed infine del coiffeur.
Nel frattempo, dalla cucina veniva un acuto odore di bruciaticcio, e Teresa, la cameriera sorda, correva su e gi per la casa, disorientata, e senza concluder nulla.
Ermelinda e Carolina provavano alla spinetta una romanza francese, con gorgheggi, trilli e risatine represse.
All'orologio della torre scocc il mezzogiorno.
E Giorgio non riusc ad avvicinare sua madre che a tavola, dinnanzi ad una pessima minestra e ad un arrosto carbonizzato.
Ma in compenso ella aveva ottima cera ed ottimo appetito. S. Ed era elegantissima: con una specie di kimono lilla a larghe maniche che lasciava scoperte le braccia grassoccie, ma fresche e candide: non mostrava pi di quarant'anni.
E il signor Prospero al suo fianco, arzillo, ben rasato, diritto, impettito, con dei denti bianchi che tra le punte dei baffi ritti sembravano quelli di un giovane lupo, aveva una strana somiglianza... con chi mai?... (Con D'Artagnan? con Massimo d'Azeglio?...) E pareva anche lui di ottimo umore.
Impossibile mettersi a litigare l a tavola, in presenza di Ermelinda e di Carolina che, vestite di flanellina rosa, cinguettavano volubilmente.
Impossibile affrontare argomenti seri: la mamma, - cosa inaudita - che da tanti e tanti mai anni non apriva bocca a tavola se non per deplorare l'alto prezzo dei viveri e le ruberie della cuoca, lei cos modesta e quasi trasandata nel vestire, cos indifferente, anzi severa, per le frivolezze della moda, quel giorno chiacchierava senza posa enumerando dinnanzi agli occhi spalancati della nuora e del figlio le meraviglie di cappellini, toilettes e scarpette che aveva acquistato a Milano nei migliori ateliers. E pap seguiva il racconto con cenni di approvazione, insinuando qua e l, quando gli capitava, qualche barzelletta un po' salata.
Al caff infine, per rimettere la conversazione su argomenti pi ser, Giorgio interruppe risolutamente gli autori dei suoi giorni.
- E l'eredit dello zio, pap, l'avete liquidata? A quanto ammontava?
Il babbo accese lentamente un trabucos, gett per l'aria qualche boccata di fumo, poi rispose con noncuranza, senza guardare in faccia il figliolo
- Liquidata. Era una bazzecola. Due centinaia di migliaia di pesetas in tutto. E se ne sono andate gi in gran parte fra viaggio, spese d'avvocati, perizie, mancie... Poi,  bisognato rifornire il guardaroba di Filomena, tanto trascurato in questi ultimi tempi; il guardaroba delle ragazze anch'esse sprovviste di tutto, ed il mio. Solo la pelliccia di mamm  costata quarantamila lire. Ma  un bel capo: non ti pare, Maria?
La nuora, che aveva sempre sognato possederne una, - non di visone, Dio mio!, ma appena di gatto, di cane, di topo - e non aveva mai osato neppure esprimerne ad alta voce il desiderio, annu col capo in silenzio mentre involontariamente gli occhi le si empivano di lagrime.
Non d'invidia, no certo, perch era buona; ma pure!... Quarantamila lire per la pelliccia della signora Filomena!... E a Mimmino non avevano portato nulla, neppure un balocco da tre soldi; se n'erano completamente dimenticati.
- Ora, - disse il signor Prospero levandosi da tavola, - scusatemi se vi lascio subito. Devo vedere un certo cavallo.
- Un... un... cavallo? - balbett Giorgio, non riuscendo a credere ai suoi orecchi.
- S, caro; un cavallo da sella. Un puro sangue che mi  stato offerto dal conte Frattini. Cinque anni, gambe perfette, bella testina, mantello magnifico. Se viene per un prezzo discreto, lo compero. D'ora in poi voglio montare tutti i giorni un paio d'ore. Ho bisogno di moto, di esercizio violento, di sport all'aria libera.  vero che qui la campagna si presta poco all'equitazione: non ci sono n staccionate, n ostacoli naturali, tuttavia...
- E la tua gotta, pap? - stava per interrompere Giorgio. Ma diede un'occhiata a suo padre, e lo vide: baffi ritti, petto in fuori, mani nelle tasche dei pantaloni; andava su e gi per il salotto con passo elastico ed aria marziale, gettando di tanto in tanto una sbirciatina allo specchio.
- Lo sport fa molto bene alla salute; conserva i muscoli agili e lo spirito alacre e pronto.
- Anche noi, anche noi, Prospero, vorremmo fare dello sport! - squittirono, colle loro voci un po' in falsetto, Ermelinda e Carolina. - Se avessimo un tennis, si potrebbero invitare gli ufficiali di cavalleria.
- Un tennis si pu fare - rispose tranquillamente il signor Prospero. - In giardino c' spazio a sufficienza. Basta distruggere la cedraia. E il tennis farebbe molto bene anche a Filomena che, pur essendo una gran bella donna, ha un po' di tendenza ad ingrassare. Non credi, Filomena?
- Certo - rispose ella con convinzione. - Ma non chiamarmi Filomena, caro. Sai che detesto quel nome antiquato e volgare. Da oggi in poi ti prego di chiamarmi Filly.
Inutile farsi delle illusioni. Appena ventiquattr'ore erano trascorse dal loro ritorno, e la casa era in piena rivoluzione.
La signora Filomena, trasformata in Filly, non si occupava pi del guardaroba n della cucina, e la sua stanza da letto era divenuta una specie di succursale dell'Institut de beaut. Completamente occupata delle cure della sua persona, ella passava lunghe ore fra le mani del parrucchiere e della masseuse, cambiava toilettes tre o quattro volte al giorno, e si aggirava poi per la casa a passettini leggeri, gettando verso tutti gli specchi occhiate trionfanti od ansiose.
Teresa, la vecchia cameriera sorda, era stata relegata nelle atre regioni della cucina, e sostituita da un'altra, giovane belloccia e buona a nulla, a cui il signor Prospero - quando si trovava fuor di tiro della sua legittima met - scoccava qualche occhiata assassina.
Ogni mattina, in completo equipaggiamento di cavallerizzo, egli caracollava per il giardino e per l'orto, saldo in arcione su Fulgurante, il puro sangue acquistato a caro prezzo dal conte Frattini; caracollava e galoppava, calpestando senza misericordia le aiole di violacciocche e i cavoli verzotti, croce e delizia - un tempo! - della signora Filomena.
Ermelinda e Carolina guardavano il cognato dal poggiolo tenendosi per la vita, e gli facevano dei cenni di ammirazione, ma pi spesso studiavano il canto, o provavano il charleston, senza piet per il pavimento della sala che era ormai ridotto in uno stato indecente.
E Mimmino, il caro piccolo Mimmino, nessuno lo badava pi, tranne il suo babbo e la sua mamma che gli volevano tanto bene, ma erano anch'essi nervosi, distratti, e spesso col muso lungo.
E il Mimmino, pur senza capire, si sentiva decaduto anch'esso; detronizzato improvvisamente dall'irrompere di quella nuova giovent gelosa ed avida dei suoi diritti, frettolosa ed ansiosa di vivere, eccitata e inebriata del fuggitivo presente come in preda a un prodigioso liquore.
Per sfuggire a quello spettacolo, i due sposi prendevano su il bambino, e si rincantucciavano di qua e di l, oppure si chiudevano a chiave nella loro camera per lunghi conciliaboli. Ma la voglia di ridere era loro passata da un pezzo! Sentivano invece ogni giorno crescere lo sdegno e l'irritazione, e a furia di parlarne, di discuterne, di escogitare rimedi, finivano spesso e volentieri per litigare.
Maria, soprattutto, era furibonda: furibonda contro le zie, vecchie ridicole che volevano fare le giovinette, e gareggiare con lei che aveva vent'anni; furibonda contro la suocera che non si occupava pi di nulla e lasciava sulle spalle di lei tutto il peso della casa, salvo la padronanza; furibonda contro il suocero rimbambito che si dava delle arie da conquistatore, sfoggiava panciotti di teneri colori, e, di soppiatto, allungava qualche pizzicotto alla nuova cameriera.
- Ma questo non  vero! - obbiettava Giorgio scandalizzato.
- S, l'ho visto io, l'ho visto io! Ma non lo sai che porta il busto? Non lo sai che la masseuse va ogni mattina anche da lui a fargli la faccia? Non mi meraviglierei che un giorno prendesse anche la cocaina!
- Calmati, Maria - balbettava Giorgio.
-  una cosa indegna, indegna, indegna; ridicola; grottesca; anzi indecente! - ripeteva ella, rossa in volto, accigliata, cogli occhi lampeggianti di sdegno.
E la furia delle accuse era tale e tanta, che Giorgio era costretto a insinuare timidamente qualche parola in difesa dei suoi.
- In fondo non fanno male a nessuno: che noia ci danno? Ci lasciano stare. Si divertono un po'. Abbi pazienza, Maria; passer presto!
- Ecco; la colpa  tua. Tu li difendi; tu non reagisci, tu non imponi la tua volont d'uomo per far cessare questa buffonata. E cos, vedrai che cosa succeder. Finora non si sono ancora azzardati a prodursi in pubblico: escono sull'imbrunire per viottole deserte; fanno le prove a secco. Ma luned, al ballo della Prefettessa, quando compariranno tra la gente - pap, mamm, le zie - quei mascherotti, quelle mummie travestite, vedrai, vedrai, vedrai! Ne parleranno i giornali, pubblicheranno le fotografie, saremo intervistati. Avanti, avanti; signori, vengano a vedere gli animali antidiluviani, i fenomeni di natura, ricondotti alla prisca giovent!!...
A Giorgio faceva male al cuore sentirla esprimersi cos, con tanta ironia, con tanto disprezzo, sulla sua famiglia, su sua madre soprattutto, per cui aveva grande tenerezza.
- Non esagerare. Misura i termini.
- Gi; tu dai ragione a loro. Anche se sono matti da legare. Anche se mangiano in pochi mesi i quattro soldi di Mimmino. Io non conto nulla per te. Io sempre all'ultimo posto. Io la facchina, io la cenerentola....
E gi a piangere e a singhiozzare. E se Giorgio tentava placarla con un bacio, con una carezza, si ritorceva come una vipera, come se l'avesse toccata il diavolo.
- Va via, va via, va via!
Ah, che inferno!... Parlare al pap, parlare alla mamma, seriamente, da uomo?... Giorgio se lo riprometteva ogni giorno, perch cos non si poteva pi vivere, ma poi.... Che dir loro in fondo? Si poteva dir loro, in coscienza, la verit?
Si poteva dire: - Siete vecchi e brutti, ritornate nel vostro cantuccio, non dateci ombra! A me, pap, il tuo cavallo da sella; a Mariolina, la pelliccia di visone della mamma! E che il pap ritorni a zoppicare per la casa trascinando le pantofole, e la mamma ritorni a spellarsi le mani fra le pentole e le casseruole!... Al vostro posto! "Rentrez dans vos places, messieurs!" - come nelle quadriglie? - Via dal sole, voi; via dalla luce e dal calore della vita! Tutto ci  soltanto nostro: nostro il vostro denaro; nostre devono essere le vostre cure, il vostro tempo, i vostri pensieri. Ridateci quello che ci avete rubato! Non seccateci. Rientrate nell'ombra ad aspettare la morte!
Facile a pensarsi, questo discorsetto; ma a farsi!...
E Giorgio non ne aveva la forza, e si sentiva profondamente infelice.
Ma la tragedia era ormai librata sul suo capo, e scoppi a breve scadenza.
Un pomeriggio - nell'aria passavano i primi soffi della primavera - il suocero raggiunse Maria che passeggiava in giardino e, col pretesto di sgranchirsi le gambe, le si accompagn.
Parlava del pi e del meno - dei tulipani, dei cavoli verzotti, del nuovo pianoforte ordinato per Ermelinda e Carolina - ma si capiva che aveva qualche cosa di pi importante da dire, e attendeva il momento opportuno.
Infine, dopo lunghi giri di frase e pudiche reticenze, incominci a parlare "della sua Filly".
(Maria li aveva colti il giorno innanzi a baciucchiarsi sul sof, senza nessun riguardo per i baffi dei chinesi. Ella ascoltava in silenzio e con una certa diffidenza).
- Sai, cara.... d'ora in poi.... bisogner avere molte cure per la mamma, cercare di non contraddirla, persuaderla a concedersi molto riposo, e tenerle buona compagnia, svagandola con conversazioni piacevoli per.... per riguardo alla sua salute. Tu, col tuo tatto, colla tua esperienza di donnina....
- Ma.... da quando  indisposta la mamma? - chiese Maria stupefatta (e davanti agli occhi le ripass il viso paffuto della suocera). - L'ho vista or ora che stava guardando le racchette da tennis che hanno mandato per le zie - aggiunse con una smorfia di dispetto - e mi pareva che stesse benissimo.
- Infatti, mia cara! Mamm non sta male. Al contrario. Nulla di strano. Fatti fisiologici. Ma....  un segreto che confido a te sola.... La mia Filly.... s, Dio ci concede questa grazia!... la mia Filly.... fra qualche mese dar alla luce un bb.
Giorgio si vide capitare in camera la moglie, la sua cara bionda mogliettina, in completo assetto da viaggio. Mantello, cappellino e valigetta. Dietro a lei il Mimmino tra le braccia di Teresa, col suo cappuccetto rosso, e con una trombetta di carta in bocca. (- Come fa il treno, Mimmino? - Tutu! -)
- Che  successo? Dove andate?
- Parto con mio figlio. Non mi vedrai mai pi. Non posso pi resistere in questo manicomio. Addio. Avrai notizie dal mio avvocato.
- Ma che  successo, Mariolina? Ma sei impazzita? Ma che significano queste scene?
- Significano.... significano.... - il furore le strozzava la parola - che tua madre sta per avere un bb. Non c' pi posto per noi. Addio per sempre.
E sbattendogli la porta in faccia, Mariolina, Teresa e Mimmino si erano dileguati gi per le scale come fantasmi.
Giorgio rimase l, in mezzo alla camera, impietrito, colle mani nei capelli. Pareva un sogno. La mamma un bb.... Mariolina, Mimmino, scomparsi, perduti per sempre... Ah, questo!....
Si lanci gi per le scale per rincorrerli.
Mariolinaaa!... Mimminoooo!...
Ed ecco una scampanellata. Sono certamente essi che ritornano. Mariolina, grazie a Dio, si  gi pentita. Giorgio balza alla porta col cuore in gola.
Ma non son Mariolina e il Mimmino.
 il vecchio pap invece; il pap di prima; un po' zoppicante per la gotta, colla sua palandrana spelacchiata e di colore indefinibile ed una sciarpa di lana verde intorno al collo.  dimagrato, pieno di freddo, colla barba lunga. Per terra, una da una parte e una dall'altra sul marciapiede, ha posato le due valige di tela cerata, gonfie, stinte, screpolate, dei tempi di No. Dice (e qualche colpo di tosse interrompe il suo dire):
- Non hai ricevuto il nostro espresso?... Sono venuto dalla stazione a piedi perch in tram non hanno voluto accettar le valige. Mamma e le zie, s, sono salite, ma arriveranno dopo di me perch il tram fa un giro lungo. Vedessi come  deperita la mamma in questo tempo!... Sai; una cameretta a tramontana, senza stufa, mangiando male, alla sua et.... E nondimeno, quante spese, quante spese, per questi venti giorni di Milano!
....Ed eccola anch'essa, in fondo alla strada, la cara mamma che si avanza agitando il fazzoletto, colla sua andatura un po' incerta come di nave su mare in burrasca. Giorgio si stropiccia gli occhi col dorso della mano, non sa se dorma o sia desto; ha paura del risveglio....
Ma no:  lei: la mamma di prima; la cara mamma colle sue rughe, coi suoi capelli bianchi coi suoi occhi miopi che spargono qualche lagrimetta, colla sua monumentale cappottina adorna di un ciuffetto di piume.... Al suo fianco, sempre pi magre, sempre pi sbiadite, colla loro vita lunga, coi lunghi piedi nelle scarpe di brunello, Ermelinda e Carolina, cariche di fagotti e fagottini, sorridono alla casa, alla contrada, a Giorgio, a tutto.
- Questo  un vasetto di marmellata per Mimmino. Questo  un golf per Mariolina. Questo  un portasigari per te. E questo un rosario, per Teresa. Ma dove sono Mariolina e il Mimmino?
- Non so.... Mariolinaaaa! Mimmiinooo!... Eccoli, eccoli. Mariolina, guarda che bel golf ti hanno portato. Mimmino, d un bacetto alla nonna, Mimmino, d un bacetto al nonno. Ah, come sono felice!...
- E quanto  cresciuto il Mimmino! E che bella cera ha la nostra Mariolina!
La campana d qualche rintocco, e per la strada di provincia, dove cresce l'erba fra le pietre, passano due beghine che si dirigono alla chiesa.

UN GIORNO.
Durante le vacanze, in settembre, il giorno di Maria, per immutabile consuetudine noi ci recavamo a festeggiare l'onomastico della nonna nella sua casa di campagna a R., sulle rive del Brenta.
Si partiva di buon mattino per evitare il caldo e perch il viaggio era lunghetto: una ventina e pi, di chilometri in pianura.
E siccome la ferrovia non arrivava in quel remoto angolo di provincia, e quelli eran tempi antichi nei quali non usava ancra n automobile n aeroplano, si partiva patriarcalmente in carrozza, pigiati come sardine, pap, mamma, e noi quattro bambini.
A cassetta stava Antonio, il domestico, colle sue orecchie ad ansa, impettito; compreso dell'importanza dell'avvenimento, e con un solino pi alto del consueto.
Cincinnata, la cavalla grigia, che per il suo trilustre soggiorno in casa nostra, conosceva ormai le abitudini e le tradizioni di famiglia, quando sentiva caricare nella carrozza scialli e mantelli, e soprattutto quando vedeva salire noi quattro l'uno dietro l'altro, con un mazzo di fiori in mano, capiva subito che non si trattava di una breve corsa per condurci a scuola o a pigliare il fresco, ed invece di mostrarsi allegra dei suoi bei finimenti rimessi a nuovo, abbassava la testa e allungava il collo con aria malinconica e demoralizzata.
Ognuno di noi bambini portava adunque alla nonna il suo mazzo di fiori: - non grande, rotondo, contornato di carta smerlata e traforata; - e lo portava in mano, ricusando accanitamente di deporlo nel cestino apposta preparato.
Ciascuno di noi aveva l'ambizione di presentarle il pi bello, e sui pregi e sulle benemerenze di ogni singolo mazzo, le discussioni e i litigi duravano a lungo, accendendosi e riaccendendosi fino all'istante di partire, per cessare immediatamente non appena la carrozza si metteva in moto.
Allora la strada ci prendeva, col fascino dei suoi aspetti e dei suoi incidenti, con le sue vicende previste ed impreviste.
Ora si allungava diritta fra le siepi, ora si snodava varia e irregolare per la bella campagna settembrina ben lavorata, pettinata, coi vigneti carichi d'uva; e qui ci interessava un albero storto che protendeva grottescamente le braccia dal ciglio del fossato, l un porcellino che sbucava da un cortile come impazzito correndo a zig-zag e cacciandosi quasi tra le zampe della Cincinnata; pi gi, un somaro che, al nostro passare, sventolava le grandi orecchie mandando un raglio.
Dapprincipio, data l'ora mattutina, si incontrava poca gente: appena qualche lattaia che tornava dalla citt coi suoi secchi di rame lucidi e cigolanti; ma, andando, la strada si animava; si attraversavano paesotti e paesini, e come era giornata di festa, Antonio ogni momento doveva mettere la Cincinnata al passo per fendere la folla contadina che sostava nelle piazze, dinanzi alle trattorie, o nei pressi delle chiese.
Donne, uomini, ragazzi, che pareva non avessero occhi n orecchi, e si facevano quasi metter sotto, prima di dar posto, malgrado i decisi e ripetuti: - Ohe! Ohe! - coi quali Antonio dall'alto del suo seggio annunciava dignitosamente il nostro arrivo, non certamente fulmineo.
Quando quelli poi si decidevano ad udire, sbandavano bruscamente, e stavano a guardarci a bocca aperta come avessero visto una cosa straordinaria, oppure, adocchiando le grandi orecchie dell'auriga, ci gridavano dietro: - I va a vela!... - e sguaiatamente ridevano.
Quello spettacolo ci divertiva assai, sulle prime; poi, col procedere del viaggio, finiva per non interessarci pi e quasi per annoiarci.
La panchina era dura e stretta; il caldo si faceva sentire; i miei fratelli specialmente, che nella loro qualit di maschi erano pi indocili ed impazienti, incominciavano a dimenarsi, buttar le gambe di qua e di l.
Innocente o malizioso, volava qualche calcio, seguito da infinite doglianze e recriminazioni. I quattro mazzi di fiori, dianzi tenuti con la precauzione e il rispetto con cui si sarebbe tenuta la reliquia d'un santo, erano alquanto bistrattati, e con lo smerlo discretamente sgualcito.
Allora, per rimettere un po' di disciplina nella comitiva, mio padre, che era con noi molto buono e paziente, ci offriva di raccontarci una storia.
Noi accettavamo con entusiasmo, battendo le mani e gridando, e, a quei rumori incomposti, la Cincinnata drizzava le orecchie e si metteva a trottare pi in fretta.
Le storie che ci raccontava mio padre, brevi o lunghe che fossero, erano sempre molto belle, ed ora, ricordandone taluna, penso che egli aveva una fantasia nell'inventare, ed un'arte nel raccontare, quali pochissimi posseggono. Anche la sua voce era bella; calda, armoniosa, varia di tono, e piacevolissima ad udirsi. Quando raccontava cose liete, i suoi occhi erano talvolta allegri e limpidi come quelli d'un fanciullo.
Ma allora, io m'interessavo soltanto all'intreccio, al fatto, e non badavo ad altro; e con me si divertivano i miei fratelli che, interrotte le beghe, ascoltavano a bocca aperta.
Con questi espedienti e trattenimenti, senza troppi disastri, si giungeva in vista del campanile di R., e lemme lemme, si entrava finalmente in paese.
Qui si capitava in piena baraonda, ch R. festeggiava il nome di Maria con una fiera grandiosa, la fiera pi importante dei dintorni, che richiamava gente in folla da tutta la provincia.
Nuovamente, bisognava rimettere la Cincinnata al passo, proprio adesso che, povera bestia, sentendo la scuderia vicina, avrebbe avuto voglia di andare al trotto; ed era necessaria tutta l'abilit di Antonio per destreggiarci in quella baraonda, - fra le baracche, i veicoli, i banchetti di ciambelle e di zucchero filato, le giostre coi cavallini impennati, le barche volanti che avevano tutta l'aria di volarci sulla testa, i cocomeri ammonticchiati fin quasi in mezzo della strada.
Com'era bella quella fiera, ai miei occhi di bambina!... Quel giorno, quasi in mezzo della piazza, l'uomo serpente aveva disteso la sua stuoia, e, fra un esercizio e l'altro, arringava la folla: era un uomo calvo, quasi vecchio, con una maglia verde stinta, e una gran bocca che, non so perch, pareva nera. Un po' pi in l, l'indovina con gli occhi bendati, issata su di un tavolino, teneva i suoi responsi e vendeva i "pianeti". Sotto gli ippocastani, un circo equestre aveva piantato la sua tenda coperta di cartelloni multicolori, e alle finestrelle del carrozzone si affacciavano visi sudici e teste scarduffate di fanciulli dai grandi occhi. Due cavalli magri brucavano l'erba polverosa dietro la chiesa.
In mezzo a quel dedalo d'improvvisate architetture, ai mazzi di palloncini colorati, a quel grido, a quel frastuono di tamburi, trombe, trombette e fischi, noi passavamo abbagliati e frastornati come attraverso a una scena fiabesca.
La casa della nonna era dalla parte opposta a quella da cui eravamo venuti, un po' fuori del paese, e, per giungervi, dopo aver attraversato l'abitato, bisognava lasciar dietro a noi tutto il movimento e lo schiamazzo della fiera, per riprendere un breve tratto di strada di campagna, ed entrare si pu dire in un altro mondo.
E in un altro mondo ci pareva d'entrare veramente, quando, con una magistrale voltata, la carrozza, appena internatasi per una stradetta secondaria, oltrepassava un cancello, ed entrava nel giardino; un giardino quadrato, un po' in ombra, cinto da un muro alto, dove ingenui fiori dai nomi antiquati, - le portaluche, gli astri, gli amorini, le porcellane, le salvie, - variegavano le aiuole.
In fondo a quel giardino, la casa non antica n moderna, - vecchiotta - distendeva la sua facciata solida e semplice dalle ampie finestre regolari.
C'era un gran silenzio; e certe erbe grasse dalle foglie carnose, che parevano sempre umide, crescevano intorno al pozzo.
Al nostro arrivo, trovavamo generalmente due altre carrozze che ci avevano preceduto, e di cui si erano gi staccati i cavalli; quella della zia Giulia e della zia Norina, che villeggiavano nei dintorni, e non mancavano mai di venire in quel giorno a pranzo dalla madre, insieme ai mariti ed ai figli.
In giardino non c'era pi nessuno, tranne i cocchieri che, approfittando della disattenzione generale, si erano messi in maniche di camicia, e fumavano la pipa seduti sotto un albero.
Noi gettavamo un'occhiata inquieta ai nostri fiori che erano in uno stato pietoso, ma ci consolavamo tosto ricordando che la nonna, in fondo, quei mazzi li prendeva senza quasi guardarli, e li passava subito alla zia Luisa perch li mettesse nell'acqua; eppoi, se eran brutti e avvizziti in confronto a quelli dei cugini, avevano l'attenuante della strada pi lunga, sotto il solleone.
E mentre la mamma ci dava qualche buffetto sulle vesti per scuoterci di dosso la polvere, ecco la zia Luisa affacciarsi all'uscio della sala terrena, e venirci incontro rapida per il vialetto fiancheggiato dalle siepi di bosso.
Delle quattro figlie di mia nonna, la zia Luisa era la maggiore: non pi giovane, ed ancora zitella. A me anzi sembrava gi vecchia, ma, se ripenso al giorno di cui scrivo, non doveva allora aver toccato i quarant'anni.
Ella ci veniva incontro socchiudendo gli occhi, perch era molto miope; aveva delle bellissime trecce di un biondo spento, senza riflessi; ed un viso dai lineamenti piuttosto fini e delicati. Non sarebbe stata brutta, se la figura eccessivamente, straordinariamente alta ed esile, non avesse attirato su di lei l'attenzione, e direi quasi la sorpresa, di chi la guardava.
Non ho mai veduto n allora n poi, una donna cos alta.
E credo che quella sua statura fuor del comune rappresentasse l'infelicit, o meglio una delle infelicit, della sua vita, e cercava di dissimularla come meglio poteva, camminando un po' curva, colle ginocchia piegate, colle scarpe senza tacco.
Malgrado questi accorgimenti, quando usciva per le strade, anche di citt, tutti si voltavano a osservarla, e la gente del popolo, specialmente, le diceva dietro barzellette e commenti che l'offendevano e l'intimidivano, ed avevano contribuito a rendere il suo carattere malinconico e scontroso.
Povera zia Luisa.... Per me, ella aveva una speciale predilezione, ed ora che son passati tanti anni e vedo le cose con un diverso sentimento, ho rimorso di averla ricambiata cos male, e quasi con ingratitudine, sfuggendola quando potevo, e annoiandomi mortalmente con lei.
Eppure, ella era gentile d'animo, coltissima, intelligente; ma le mancava qualche cosa: forse il sorriso, la gaiezza, - chi sa?... - forse il calore che ispira e comunica la simpatia.
Basta; quel giorno ella ci veniva adunque incontro, - mi par di vederla, - vestita di lilla, che era il suo colore preferito; un po' piegata su se stessa e protesa in avanti, emergendo tuttavia altissima e sottile dalle siepi brune, come un pioppo che camminasse ondeggiando.
Baciava mia madre, stringeva la mano a mio padre, salutava i bambini; poi mi passava affettuosamente un braccio intorno al collo, - io mi sentivo piccola come una formica al suo fianco!... - e ci scortava verso la casa.
Ma non ne avevamo ancora raggiunta la soglia, che, chinata su di me la sua lunga persona, mi sussurrava all'orecchio in tono di mistero - ...Ti occorre?...
Io mi svincolavo sdegnosamente dal suo braccio; mi sentivo offesa e oltraggiata come se mi avesse accusata di furto e di rapina.
Rispondevo precipitosamente, arrossendo fino agli orecchi: - No, no no! - e correvo avanti, piantandola l.
Ma, colla coda dell'occhio, vedevo benissimo che ella ripeteva la stessa manovra coi fratellini, ed essi, pi vili o pi docili, la seguivano pecorescamente su per le scale, fino a un certo posticino, di dove ridiscendevano in fretta per essere ammessi alla presenza della nonna.
Della nonna, pur volendole bene, noi avevamo tutti grande soggezione. Forse perch la vedevamo poco, e quel poco, sempre in circostanze, per cos dire, solenni, e senza intimit.
Con noi bimbi era molto buona, ma di una bont un po' fredda e sostenuta, e se non rammento di lei il minimo atto d'impazienza, la minima ingiustizia o parzialit, non riesco neppure a rammentare che mi abbia mai preso sulle ginocchia e baciato e consolato come le nonne sanno fare. Aveva insomma in s qualchecosa che ispirava il rispetto e anche l'affetto, ma escludeva la tenerezza.
Quando noi entrammo quel giorno, ella stava nella sala grande a pianterreno, nella sua solita poltrona presso alla finestra, e forse perch quella poltrona posava su di un largo gradino rialzato, dava l'idea di una specie di trono intorno a cui i dignitari e i vassalli, in ordine di grado e d'importanza, si schierassero in attesa di far atto d'omaggio.
La nonna infatti, su quella poltrona ad alta spalliera, pi bella e pi grande delle altre, e che le dominava tutte, pareva davvero una regina che tenesse circolo.
Le figlie, i generi, i nipoti, le erano seduti intorno, ma era lei che dirigeva la conversazione, e nessuno avrebbe osato interromperla o contraddirla, e tanto meno muoversi senza il suo permesso.
Ella, che era stata bellissima, aveva anche da vecchia grande cura di s, ed era sempre ben vestita, e, se di persona s'era un po' incurvata ed ingoffita, aveva conservato un profilo puro, splendenti occhi neri, e delle belle mani che metteva in mostra con una certa civetteria.
Quel giorno, io dovevo dire la poesia francese: "La grande nesse".
Come e perch, per festeggiare l'onomastico della nonna, dovessi raccontarle in francese le vicissitudini, le amarezze e le glorie della Grande nesse, non lo so; e forse mi sembrava strano anche allora, ma la verit  questa.
Dovevo recitare la poesia con bella pronuncia e senza gesticolare: da un mese la maestra me la faceva ripetere ogni giorno con inesorabile pazienza.
Mi misi in mezzo alla sala col mio gonnellino rosa ben largo, il mio mazzolino di fiori in mano, e incominciai:
La grande nesse...
Evitavo di guardare dalla parte dei miei fratelli e cugini perch non mi succedesse di interrompermi o di ridere se l'uno o l'altro di loro mi avesse fatto di soppiatto una smorfia; guardavo adunque deliberatamente da un'altra parte, quando incontrai gli occhi della zia Luisa che stava un po' fuori del gruppo dei parenti, con le spalle addossate ad una libreria di legno scuro.
Il suo viso era, come di solito, sbiadito e senza luce, ma gli occhi suoi, che mi fissavano, avevano un'espressione di grande malinconia.
Pareva che quegli occhi mi dicessero: - Perch sei anche tu cos cattiva con me?... Non sai che nessuno mi vuol bene?
S; c'erano proprio queste parole nei suoi occhi. Ne fui colpita, ed ancora adesso me ne ricordo con una stretta al cuore, ma si  tanto crudeli ed egoisti quando si  bambini, che allora non vi badai pi che tanto, e tirai gi in fretta gli ultimi versi della Grande nesse, senza pi guardare la zia, preoccupata solo di finir presto.
Entrava il domestico ad avvertir che era pronto; e tutti passavamo con un respiro di sollievo nella sala da pranzo.
Splendidi erano i pranzi della nonna; serviti su piatti contornati da un filino verde e oro; con bicchieri di diversa grandezza, che per noi per rimanevano costantemente vuoti.
C'era il pesce; un pesce cos grande che da noi fanciulli era ritenuto senz'altro un pescecane; argenteo fra ciuffi di prezzemolo, con una fettina di limone in bocca; poi, sformati di varie fogge, e capponi arrosto meravigliosi, dorati, rosolati; e torte, e frutta d'ogni sorta.
Fra grandi e piccini formavamo una tavolata rispettabile.
Come in una grande tela fiamminga, rivedo i commensali di quel pranzo come fossero in quest'istante dinanzi a me, intorno a quella candida tovaglia, fra le alzate di frutta e le coppe di vin d'oro, col vestito, col sorriso, con l'atteggiamento, che avevano in quel giorno.
Era un quadro lieto e luminoso perch riuniva intorno a mia nonna la famiglia nell'ora sua pi bella e pi piena, quando  a un tempo realt e speranza, presente e avvenire, non offuscata ancra dalla malinconia dei ricordi, dei rimpianti, delle delusioni.
Certo, ogni figura di quel quadro portava in s, colla sua luce, anche la sua ombra, e l'ombra del suo destino; e quell'ombra pi tardi avrebbe forse soverchiato di gran lunga la luce, ma, quel giorno, nessuno se n'accorgeva, ch le donne eran giovani e belle, gli uomini nel fiore dell'attivit e dell'intelligenza, i fanciulli sani e spensierati.
Ecco la nonna e le sue quattro figlie: la zia Giulia vestita di rosso, bruna come una creola, non bella, ma vivacissima, con un corpo stupendo; occhi che ridono e lampeggiano; mia madre alta, fresca, serena; la zia Norina, incinta, col viso un po' sfiorito eppure bellissimo, illuminato da grandi occhi grigi.
Bella come la nonna era la zia Norina, ma con una dolcezza di sorriso ed una spiritualit d'espressione che la nonna non aveva. E bench da bimbi si sia troppo distratti e irrequieti per fermare l'attenzione sulla bellezza di un viso umano, pure la bellezza della zia Norina era tale, che m'incantavo talora a contemplarla con inconsapevole gioia.
La zia Luisa, seria e rannuvolata sotto il diadema delle trecce smorte, stava in coda alla tavola, in mezzo alla marmaglia di noi fanciulli.
A destra della nonna siede lo zio Francesco, con la sua gran barba da frate e lo sguardo buono e mansueto.
Lo zio Francesco insegnava filosofia all'Universit di N., ed era uomo di grande dottrina ed anche di liberi spiriti, ma da giovinetto era stato destinato alla carriera ecclesiastica ed aveva trascorso alcuni anni in Seminario: di quegli anni un'impronta gli era rimasta, un'impronta indefinibile, come una lievissima sfumatura che non so precisare, ma si sentiva tuttavia. Sua moglie, la zia Giulia, lo dominava e lo tiranneggiava ed accanto a lei egli sbiadiva alquanto, parlava poco, e faceva l'effetto d'essere timido.
Ecco lo zio Alvise, il marito della zia Norina, che alza il bicchiere e ride.
Piccoli e penetranti sono i suoi occhi, e bench di nobile prosapia e laureato in legge, ha egli piuttosto l'aspetto di un fattore di campagna, un po' trasandato nel vestire, acceso in faccia, propenso agli scherzi e alle barzellette.
Intrattiene la brigata con molto spirito, se si pu desumerlo dall'attenzione con cui  ascoltato, e dal buonumore che suscita in tutti, tranne in sua moglie.
E fra tutte queste immagini, pi o meno belle, pi o meno liete, rivedo il volto di mio padre, pallido, incorniciato dai capelli nerissimi; quel volto di nobilt e di pensiero, la fronte alta e gli occhi indimenticabili; quel volto, che il mio occhio infantile cercava di continuo con sentimento di adorazione e di tenerezza infiniti.
Senza rendermi conto del perch, intuivo la superiorit di mio padre, e ne ero orgogliosa; e non soltanto la superiorit fisica, ma la superiorit della sua intelligenza, del suo animo, e del suo carattere. Nello stesso tempo, dalla sua presenza mi veniva un senso di sicurezza che non mi sapevo spiegare, ma che era vivissimo e profondo.
Forse egli sentiva la mia adorazione, - religiosa, incondizionata, assoluta; - ed i nostri sguardi s'incontravano di frequente, ch io non staccavo gli occhi da lui, e, se parlava, dimenticavo di mangiare per ascoltarlo, con la forchetta a mezz'aria e la bocca semiaperta, ed egli, accorgendosene, mi sorrideva con grande dolcezza.
Dicono che gli assomigliassi molto; ma io non ero allora che una bimbetta brutta, magrolina, pallida, con una lunga treccia e delle lunghe gambe. E forse neppur pi tardi ho mai avuto negli occhi e nella fronte quella luce cos viva di pensiero, e quel sorriso cos aperto che conquistava gli animi senza bisogno di parola.
Durante il pranzo, la zia Luisa sovraintendeva alla nostra disciplina, e lo faceva, - com'era del suo temperamento - con scrupolosa attenzione ed eccessiva pedanteria.
Non eravamo ancora seduti, che organizzava una specie d'interrogatorio sugli studi, sui maestri, sulla villeggiatura. Le sue domande erano monotone, professorali, senza la vivacit e la camaraderie che le avrebbero rese tollerabili.
Dapprincipio noi rispondevamo distratti, con esattezza molto relativa; dall'arrosto in poi, non rispondevamo pi affatto, preoccupati soltanto del dolce che doveva arrivare, delle frutta che l'avrebbero seguito, del maraschino di cui forse una gocciolina la nonna avrebbe acconsentito a lasciar versare nei nostri bicchieri.
Alla fine del pranzo ci scambiavamo dei piccoli calci sotto la tavola, ridevamo nervosamente senza sapere perch. Pur avendo bevuto solo acqua, ci sentivamo un po' ebbri, eccitati, e proclivi a litigare e a dire sciocchezze.
Finalmente la nonna faceva il cenno augusto che ci regalava la libert.
Allora, ci gettavamo gi dalle sedie; raggiungevamo, - ipocritamente compunti -, l'uscio del salotto, e, appena fuori, ci sbrigliavamo come puledri.
La zia Luisa rimaneva in coda alla tavola, in mezzo alle sedie vuote.
Noi ci affacciavamo tosto all'uscio della cucina per spiare se Antonio e Nale, incaricati di accompagnarci a fare un giro per la fiera, avevano finito di pranzare.
Sul focolare, da cui era stato sfilato lo spiedo, ardeva ancra un gran fuoco. I rami brillavano come fossero d'oro. Angela, la cuoca, ed Annetta, la ragazzina che l'aiutava, avevano il viso lustro e scalmanato.
I due vecchi erano seduti l'uno di fronte all'altro, in maniche di camicia, curvi sul piatto.
Al vederci far capolino dall'uscio, all'udire i nostri eloquenti colpetti di tosse, voltavano verso di noi lentamente la testa e gli occhi grossi, come i cavalli quando veggono apparire sulla soglia della scuderia il cocchiere inesorabile che viene per riattaccarli.
Ma non dicevano niente, e ripigliavano a mangiare senza affrettarsi.
Quando a Dio piaceva, si alzavano e, sempre masticando, infilavano la giacca.
La comitiva rumorosa e burrascosa si metteva in cammino. Antonio e Nale s'impadronivano dei quattro ragazzi pi piccoli per tenerseli a mano. Nale, che era pi vecchio di Antonio e serviva in casa della nonna da tempo immemorabile, zoppicava alquanto, ed aveva sul naso un'escrescenza carnosa grossa come una nocciola, che pareva un naso neonato.
Qualcuno fra i pi insolenti di noi, si divertiva a domandargli: - Come mai, Nale, due nasi?
Oppure: - Che odore sentite, Nale?
Ed egli, senza sorridere: - Odor de putei matusi.
I miei fratelli e cugini, che facevano parte di quella comitiva, sono sparsi oggi per il vasto mondo: uno  prefetto, l'altro ammiraglio, un terzo occupa un alto posto alla Minerva, un quarto  morto in guerra alla presa di Gorizia.
Allora, fra tutti insieme, - tre femminucce e otto maschi -, non sapevamo nulla di nulla; fra tutti insieme, allora, contavamo poco pi di cent'anni.
Quel giorno, caso straordinario, io chiesi il permesso di non uscire.
Mi sentivo stanca, snervata, e disposta alla solitudine.
E siccome ero convalescente d'una grave malattia, il capriccio inaspettato fu accolto per buona moneta, e mi si accontent, a condizione che mi mettessi tranquilla sul divano dello studio, magari a leggere le fiabe.
Io promisi.
I grandi rimasero nella sala a terreno, a parlare, a fumare; la zia Giulia sedette al piano; la zia Norina sal a riposare.
Presi un vecchio album di fotografie e mi misi a sfogliarlo. Com'erano buffe quelle facce, quegli abbigliamenti, di gente d'un altro tempo, sbiadita e dimenticata come una raccolta di fiori secchi fra le ingiallite pagine dell'album!... Un ritratto della nonna giovinetta, con la crinolina; un prete; un gruppo di famiglia; un signore seduto accanto a un tavolo, con la tuba in testa e i calzoni chiari attillati, che faceva le viste di leggere un libro; un altro prete; un bimbo nudo che sgambettava su di un cuscino...
Il mio interesse non dur lungamente. Quando fui ben certa che nessuno pi si ricordava di me, rimisi l'album al suo posto, ed a passi lievi, raggiunsi l'uscita e scivolai nel giardino. Nessuno se n'accorse; non incontrai nessuno; probabilmente credevano che dormissi.
Il giardino della nonna aveva sempre avuto per me un gran fascino; forse perch lo conoscevo poco; forse perch non assomigliava al nostro; forse perch aveva in s qualche cosa di sorpassato, di leggermente malinconico e di enigmatico come i chiostri dei conventi, che dava ali al sogno e alla fantasia.
Mi piaceva il pozzo, con quelle erbe grasse e umide che gli crescevano intorno, con quell'acqua immobile dai riflessi verdastri che nessuno ormai attingeva pi, dove il mio viso si rifletteva come in uno specchio appannato, e non mi pareva il mio viso.
Mi piacevano le siepi di bosso, fitte, compatte come muricciuoli; con quelle foglioline brune, dure e aride che, strofinate, mandavano un aspro odore. Mi piaceva il berceau di gelsomini, rotondo e riparato quasi come una casetta, sulla sommit della minuscola montagnola.
E soprattutto mi piaceva quel giardino perch era territorio proibito, dove mai, mai, m'era stato concesso di aggirarmi da sola, senza la vigilanza spietata dalla zia Luisa.
La montagnola si addossava al muro di cinta e ne pareggiava quasi l'altezza; di l, affacciandosi come a un balcone, si vedeva il brolo ampio e verde che pareva senza confini, ed anzi non era un brolo, ma un gran prato, attraversato da un piccolo corso d'acqua, chiamato la rosta.
Dove il prato era in leggero pendio, l'acqua della rosta scorreva rapida e un po' torbida.
Quel giorno, lungo la rosta, una cavalla bianca pascolava col suo cavallino.
Mi guardai intorno. Non c'era anima viva. Una porticina tagliata nel muro del giardino, mezzo nascosta dalla vite selvatica, comunicava col prato, ed era chiusa con un catenaccio.
Discesi dalla montagnola con aria indifferente, cercando di camminare sull'erba anzich sulla ghiaia, per non far rumore: in pochi passi fui alla porticina, tirai il catenaccio che non resistette, uscii.
Ero fuori, nel gran prato senza confini. Ai miei piedi l'acqua correva fresca e rapida.
Ero sola, lontana dagli occhi di tutti.
Sopra la mia testa il cielo settembrino, limpido, senza ombre.
Ebbi l'impressione mai provata della libert, della felicit, della vita. Mi misi a correre di qua e di l senza scopo, saltando le roste, immergendomi fino alla cintola nel pi fitto dell'erba. In certi punti il prato era molle, quasi paludoso; e bisognava scandagliarlo con un bastoncino prima di avventurarsi a passare.
Piccole farfalle gialle si levavano dall'erba.
All'improvviso mi balen l'idea di togliermi le scarpe e le calze. Certo, mi sarei divertita di pi, e avrei potuto anche camminare nell'acqua della rosta. Detto fatto.
Sedetti sul prato, in un posto abbastanza asciutto, ed allungai la gamba per assaggiar l'acqua, ma vi avevo immersa appena la punta dei piede, che la ritirai. Era molto fredda quell'acqua, e scorreva tanto in fretta che faceva quasi paura.
Mentre stavo l perplessa, osando e non osando di ricacciare il piede nella corrente, il mio occhio fu colpito da qualchecosa che stava a pochi passi da me, sull'erba.
Era la carogna d'un gatto, a zampe all'aria, col pelo irto, cogli occhi aperti.
Balzai in piedi, rabbrividendo di ribrezzo; raccolsi in fretta scarpe e calze, le rimisi nei piedi bagnati, mi allontanai a salti, dirigendomi vero la porticina del giardino.
Ma ogni tanto mi voltavo; non so perch; perch era pi forte di me; mi voltavo a guardare se quella cosa era ancora l, e se era ancora cos cogli occhi aperti, colle zampe all'aria.
A un tratto - come fu?... - non so; ritornai sui miei passi velocemente e mi ritrovai immobile, con gli occhi dilatati e febbrili, sul luogo di dov'ero fuggita.
Forse esso non era morto... forse si muoveva ancora....
Raccolsi il bastoncino che avevo abbandonato sull'erba, e con esso, sforzandomi di rimanere sempre alla stessa distanza da quello, provai a toccarlo e a smuoverlo, riuscii a voltarlo, dall'altra parte. Indietreggiai inorridita.
Un'ondata di fetore, un brulichio di vermi, la schiena ormai piagata, logorata, corrosa... E nello stesso tempo mi parve che esso, che pure era morto, si voltasse a guardarmi con quei suoi occhi vitrei, spalancati, terribili, e mi dicesse: - Tutti dobbiamo morire: tutti. Anche tu, anche tu.
Allora, come pazza, mi misi a correre, coi capelli dritti sul capo, tremando da capo a piedi, gettando urli laceranti.
In casa in quel frattempo dovevano essersi accorti della mia assenza, e correvano di qua e di l, chiamandomi, cercandomi, inquieti e angosciati.
Vidi affacciarsi alla porticina del giardino la figura di mio padre, pallido, e la sua testa toccava quasi l'architrave; caddi fra le sue braccia, piangendo dirottamente, battendo i denti convulsa, avvampando di terrore e di febbre.
Non riuscivano a capire di che si trattasse. Avevo perduto una scarpa; vedevano che ero bagnata, infangata, sudata e fredda. Mi misero a letto; deliravo; e per un mese fui tra la vita e la morte.
Nel delirio imploravo - mi dissero poi, - come dibattendomi con angoscia da un invisibile nemico: - Non voglio! Non voglio!...
Quando, finalmente guarita, mi chiesero il perch delle mie lagrime, dei miei urli di quel giorno, il perch, infine, della mia disperazione e del mio terrore, io non volli mai dir nulla, neppure a mio padre.
No; non potevo parlare di quello che avevo veduto.
Ma tutta la mia infanzia fu dominata da quella rivelazione; e solo pi tardi, molto pi tardi, riuscii a dare al mistero della morte un senso diverso, ed una immagine meno orrendamente sconsolata.
 IL COMPAGNO DI SCUOLA
Quattro o cinque anni or sono, in seguito a una grave malattia, i medici mi avevano benevolmente comandato di non svernare fra le nebbie e le nevi dell'Italia settentrionale, e di andare a passare i mesi freddi in Riviera o in Sicilia.
Io avevo optato per la Sicilia, e precisamente per Catania, soprattutto perch laggi si trovava in quell'anno di guarnigione mio fratello Giorgio, sposato da poco ad una mia carissima amica.
Infatti, la presenza e la compagnia di quella bella, giovane ed allegra coppia di sposi, mi aveva impedito di sentire l'isolamento malinconico che si prova al trovarsi soli in paese nuovo, fra gente ignota e d'abitudini un po' diverse dalle nostre, particolarmente quando si ha nelle vene quel non so che di febbrile e di stanco, di insoddisfatto e d'inquieto, che accompagna quasi sempre la convalescenza.
Avevo dunque preso alloggio a pochi passi dall'abitazione dei miei cari, e da loro passavo gran parte dei pomeriggi ed immancabilmente tutte le sere, fuggendo veloce la hall dell'albergo, popolata di stranieri, e l'inesorabile orchestrina, che aveva il dono di esasperare i miei deboli nervi
Quella sera, rammento, la temperatura e il tempo non facevano onore alla Sicilia: tempo scuro e minaccioso, forte vento, mare e cielo tutti neri; tuttavia, bene imbacuccata nel mio mantello, subito dopo il pranzo uscii dall'albergo e, percorso a piedi il breve tratto che mi divideva dalla casa di mio fratello, salii le scale, e suonai allegramente alla porta.
Suonai; e sentii dall'anticamera venirmi incontro un passo leggero e rapido che non era quello della cameriera o dell'attendente; mi aperse mia cognata stessa, un po' pallida, che al vedermi dissimul a stento un gesto di disappunto e di delusione.
- Ah, sei tu! - diss'ella, riprendendosi tosto. - Sei tu, cara?... Credevo fosse Giorgio.
- Giorgio  fuori? - chiesi sorpresa.
Mio fratello infatti, che da scapolo aveva fatte le sue, ed era stato piuttosto un rompicollo, era diventato dopo il suo matrimonio una specie di cenobita, al punto da passare tutte le sere in casa, o non uscire che con la sua mogliettina, ci che, a dir vero, avveniva assai di rado, dacch Elena aspettava un bambino.
- Giorgio  fuori?
-  fuori dalle cinque, con la macchina scoperta. Non  rincasato per il pranzo. Sono inquieta. Ma vieni, togliti il mantello e il cappello, ti racconter.
- Figurati - prosegu mia cognata attaccandosi al mio braccio e stringendolo nervosamente, mentre ci avviavamo insieme verso il salotto - figurati che Giorgio si  arrischiato ad uscire con questo tempaccio per cercare la madre di quel suo compagno di collegio che si  ucciso. Ah, ma tu non sai. Dunque, oggi, scorrendo il giornale, Giorgio ha letto poche righe che annunciavano il suicidio di un suo caro compagno di scuola, un certo Pireddu... Ha infilato l'impermeabile,  saltato sulla macchina, e via, a cercare la madre, o la famiglia, non so bene, di quel poveretto, che pare abiti nei dintorni di Catania. Io non ho avuto neppure il tempo di dirgli ciao. E non  ancora ritornato!  assente da quasi quattr'ore. Temo gli sia successo qualche guaio.
- Sii tranquilla. Vedrai che non sar avvenuto nulla di male. Giorgio  un abile guidatore. Come si chiamava quel suo compagno?
- Pireddu. Giorgio dice che l'hai conosciuto anche tu.
- Pireddu?... Mai visto n sentito nominare. Aspetta. Pireddu?...
E all'improvviso, come se un velario si fosse sollevato su di una scena lontana, ma illuminata e precisa, mi risovvenni di lui: lo rividi.
Molti anni innanzi, una domenica, nella penombra del vasto e tetro parlatorio dei Barnabiti di Cremona dove la mamma, mia sorella, ed io stavamo aspettando Giorgio e Federico, era venuto gi tra i miei fratelli, che parevano incoraggiarlo o sospingerlo, un ragazzo lungo, allampanato, con gli occhi un po' storti dietro le lenti... S, lo ricordavo. Mi aveva anzi fatto molta impressione, a quel tempo. Federico, il mio fratello maggiore, aveva detto: "Vi presento il nostro compagno Pireddu, siciliano, che non ha amici a Cremona".
E la mamma gli si era rivolta gentilmente, gli aveva chiesto notizie dei suoi stud, gli aveva offerto una delle scatole di dolci che portavamo con noi. Egli, che pareva sui carboni ardenti, aveva ringraziato con poche parole confuse, con una voce ingrata, e cos ineguale di tono che colpiva con un senso di disagio come tutto l'insieme della sua strana figura impacciata e sfuggente. Alla prima pausa della conversazione, si era congedato in fretta, ed era sguisciato via quasi di corsa. E m'era parso che gli altri ragazzi, sparsi qua e l nei crocchi dei parenti per la vasta sala, avessero seguito la sua apparizione e la sua uscita con sguardi curiosi e malevoli.
Tosto mia sorella Maria aveva esclamato: - Federico, che ti  saltato in mente? Non avevi niente di meglio da presentarci?... Ma quello  un mostro!
- Ssst!... Parlate piano - aveva ammonito Giorgio. -  un ragazzo molto sfortunato; poverissimo; senza amici; e, qui, nessuno lo pu vedere. Figuratevi che si son messi in testa che porti disgrazia. I Padri, naturalmente, puniscono di continuo i begli spiriti che accreditano la storiella, ma in fondo temo ne siano un po' impressionati anche loro, specialmente Padre Gioacchino, che  vecchio e rimbambito. Cose da medio evo!... Fatto sta che il povero Pireddu  sfuggito da tutti, e se n'accorge... Ed  buono, poveretto, e non manca d'una certa intelligenza. Lo mantiene qui un vecchio zio prete, ma si guadagna ogni anno le tasse.
- Povero figliuolo, fatelo venir da noi, qualche volta... - aveva proposto la mamma caritatevolmente.
E Maria: - Per l'amor del cielo!... No no, mamma, io ho paura.
- State tranquille, - avean risposto i fratelli; - ch, seppure glielo proponessimo, rifiuterebbe. Per farlo scender qui oggi, abbiamo dovuto insistere tanto...  d'una timidezza e d'una scontrosit incredibili, e - si capisce! - diverr sempre peggio.
Infatti il Pireddu non era pi sceso in parlatorio, n aveva mai messo piede in casa nostra. I fratelli ce l'avevano nominato ancra qualche volta per incidenza, poi, usciti di collegio, presi da una vita alacre e nuova, l'avevano probabilmente dimenticato. Ora soltanto, dopo anni, il nome di quel povero diavolo, a cui si collegavano tanti ricordi della nostra adolescenza, ricompariva inaspettatamente, e, a dir vero, poco gradevolmente, nella nostra vita, accompagnato dall'inquietudine per una persona cara.
- Ora ricordo - dissi. -  vero; l'ho conosciuto; ricordo benissimo.
- Ma Giorgio era molto legato con lui?.... Non me ne ha mai fatto parola.
- Legato con lui? Oh no. Ne aveva piet. Pensa che in collegio passava per iettatore. Giorgio e Federico avevano preso a proteggerlo. Ma chi mai mi ha parlato, abbastanza di recente, di questo Pireddu?... La mia memoria  cos svanita da qualche tempo!... S, qualcuno mi ha narrato che, tornato qui a Catania dov'era nato, la sua cattiva stella ha continuato a perseguitarlo, che i casi pi incredibili, le coincidenze pi strane e pi inspiegabili hanno confermato la leggenda intorno alla sua persona... Un lampadario caduto ferendo cinque persone al suo entrare in un ristorante, una donna presa da convulsioni al suo avvicinarsi... che so io?... un bambino ammutolito... Pare che fosse, qui nella sua citt stessa, sfuggito da tutti come un lebbroso. Si era ridotto a vivere di espedienti, di piccoli servigi resi a gente pi meschina di lui, era, insomma, caduto nella pi grande miseria, bench laureato in legge, e di coltura e d'intelligenza pi che mediocri. Forse per la miseria si  uc...
M'interruppi di colpo, perch mi accorsi che Elena, ascoltandomi, si era fatta pi pallida, ed aveva sul volto un'espressione di vera sofferenza.
- Riesce bene questo lavorino - dissi, chinandomi ad osservare con attenzione la piccola coperta di seta azzurra, soffice come una piuma, che Elena stava ricamando. - Sar contento, il baby!... Ti vorr molto a finire?
- Ora mi spiego lo slancio generoso di Giorgio... - mormor Elena senza rispondermi; e, alzatasi con sforzo dalla poltrona, si avvicin alla finestra guardando fuori.
Io osservai la sua nuca pallida, le linee stanche e goffe della persona, che annunciavano la prossima maternit.
- Ma Dio mio - prosegu ella quasi parlando a s stessa e senza staccarsi dalla finestra - ora che so queste cose, sono ancor pi impressionata. Sono sciocchezze, lo so, pregiudizi da femminucce; ma senti come guaisce Lupo... Non fa mai cos... Anch'esso  inquieto... Dio sa che cosa  avvenuto!...
- Non  avvenuto nulla, ne sono sicura - dichiarai io con grande fermezza, e nello stesso tempo mi sentii prendere mio malgrado da un leggero senso di malessere, di freddo, di disagio, non so pi se morale o fisico.
I guaiti del cane si fecero ancor pi penosi, insistenti, quasi umani.
- Dio sa che cosa  avvenuto! - ripet Elena, tornando a me e mordendosi le labbra per non scoppiare in lagrime. - Ti dico che questo ritardo non  naturale. Piove a torrenti, son le nove e mezzo, e Giorgio non viene!...
Ella non aveva finito di pronunciare queste parole, che si ud un formidabile tuono seguito dallo schianto vicinissimo del fulmine, e piombammo repentinamente nella pi completa oscurit.
Non soltanto l'appartamento, ma le case di fronte, i negozi, tutta la strada, tutta la citt, sotto il cielo nero come l'inchiostro, erano immersi nelle tenebre.
- Elena, dove sei? - mormorai io brancolando a braccia tese per il salotto. - Dove sei? 
Mi rispose un singhiozzare sommesso, e le mie mani incontrarono il corpo di Elena, che s'era abbattuta sul divano. M'inginocchiai accanto a lei nel buio, accarezzandole i capelli, il viso bagnato di lagrime.
- Una interruzione alla linea. Nulla di strano. Succede sempre cos col mal tempo... - ripetevo per calmarla.
Dalla cucina giungeva un vocio confuso: si distingueva il brontolare della cuoca, intramezzato da risatine nervose, a scatti, e da piccoli strilli. Evidentemente anche l si brancolava nel buio, e forse l'attendente approfittava dell'oscurit per pizzicottare la cameriera, ch'era giovane e belloccia. Poi un altro scroscio: il cataclisma d'una pila di piatti urtati e frantumati.
Segu un attimo di silenzio ansioso.
La luce d'improvviso risfavill.
Guardai involontariamente l'orologio: le nove e quarantacinque. Giorgio...
Io stessa mi sentivo agitata, nervosa, piena di dubbi e di perplessit. No, il suo ritardo non era naturale. Che fare... Telefonare alla questura? Incaricare qualcuno di ricercarlo? Dove?... Ma se Elena se n'accorgeva... Eppure qualche cosa bisognava pur fare! Non per paura, Dio mio, ma a quell'ora, Giorgio...
Mi alzai pian piano, coll'aria pi tranquilla del mondo, decisa a scivolar gi per le scale e a correre all'albergo per telefonare di l. Dei miei movimenti Elena pareva non s'avvedesse: continuava a piangere, colla faccia nascosta nei cuscini, del suo piccolo pianto toccante di bambina.
Avevo quasi raggiunto l'uscio del salotto, quando mi arrestai di colpo, tendendo l'orecchio. Un passo per le scale. Una chiave girava nella toppa...
Elena balz in piedi, mi pass dinnanzi come una freccia, si precipit in anticamera. Io la seguii; Lupo si mise ad abbaiare e a girare intorno a s stesso, quasi impazzito.
Col cappuccio dell'impermeabile calato fin sugli occhi, incredibilmente infangato e gocciolante d'acqua, con l'aspetto di un masnadiero, Giorgio apparve sull'uscio.
Elena gli si gett al collo e lo cinse con le braccia: un abbraccio dietro l'altro, ridendo e piangendo insieme, come salutasse in lui un resuscitato, o il superstite di un naufragio.
- Come stai, come stai? - ripeteva fra le lagrime.
- Ma benone. Io sto benone - rispondeva Giorgio sorridendo, e abbracciandola a sua volta.
Io rivolsi le mie premure a calmare l'eccitazione del cane, che faceva un baccano indiavolato: accorse l'attendente e si ferm ritto sull'attenti, rosso come un gambero.
Esaurita la serie degli abbracci, e rientrato ognuno nelle sue normali condizioni di spirito, arrischiai sottovoce:
- Elena mi ha detto che eri andato a cercare... Hai trovato?
- Ora vi dir. Ma lasciatemi prima cambiar d'abito e di biancheria perch sono fradicio fino alle ossa, e datemi qualche cosa da mangiare, perch muoio di fame.
Durante la cena di mio fratello nessuno parl: pareva ch'egli fosse digiuno da quindici giorni, e divor in silenzio delle porzioni fantastiche, bench la cuoca col muso lungo si fosse affacciata ad avvertire che, dato il ritardo, tutto doveva essere nefando. Anche Elena mangiucchi qualche cosa, ed io li stetti a guardare, considerando tacitamente quanta vita porta, quanta allegria, quanta sicurezza, la presenza di un uomo amato in una casa: come tutto brilli e luccichi al suo ritorno.
Quando il mio caro fratellone fu convenientemente sfamato, passammo tutti e tre nel salotto e sedemmo accanto al caminetto. Fuori la pioggia continuava a imperversare, ma la stanza, ch'era la pi comoda e la pi simpatica della casa, con tutte le lampade accese, tappezzata di chiare stoffe, era allegra, calda, penetrata da un senso di dolcezza e d'intimit.
Notai lo sguardo che Giorgio gettava intorno a s, uno sguardo quasi fanciullesco di sollievo e di gioia, come chi ritrova un tesoro di cui forse fino a quell'istante ha ignorato il pregio: la sua mogliettina innamorata, la sua casa, il suo cane, e perfino l'attendente bergamasco che camminava in punta di piedi per non disturbare il signor capitano, lo colpivano e gli sorridevano forse per la prima volta come un'inestimabile ricchezza.
E, quasi rispondendo al mio segreto pensiero, arrovesciando la testa sulla spalliera della poltrona, Giorgio mormor
- Mi pare un sogno d'esser qui... Vengo da un tale inferno...
Io avevo gran voglia di chiedergli i particolari della sua gita, tuttavia mi trattenni, per tema di turbare nuovamente Elena.
Ma Elena ormai non aveva pi paura di nulla e di nessuno; ora che Giorgio era tornato, che era vicino a lei, che lo vedeva, era ridivenuta serena e tranquilla, gli occhi le brillavano, pareva non rammentare nemmeno le puerili apprensioni di poco prima.
Fu ella stessa che posando la sua mano un po' affilata sulla bruna mano di lui, lo preg:
- Racconta dunque che cosa hai fatto in queste interminabili ore.
- Paola ti ha detto i "precedenti"?
- S, mi ha detto tutto. Racconta.
E Giorgio allra raccont
"Ho girovagato lungamente prima di trovare. A R., dove m'avevano assicurato che abitava, non son riuscito a saper nulla, o quasi nulla, se non dei "si dice", "forse", "ma ne raccontan tante", di cui pareva che i miei interlocutori stessi sorridessero, o si vergognassero un poco. "Non stava pi qui per negli ultimi tempi". "Dove stava?" Mi hanno nominato un paesello a pochi chilometri di distanza. I pochi chilometri, strada facendo, son diventati quaranta. Sono arrivato sotto uno scroscio d'acqua; la macchina diguazzava addirittura nel pantano. Pochi fanali guizzanti come anime in pena; il mare gonfio, nero, sotto un cielo senza stelle... Ho cercato e ho trovato, finalmente, attraverso a un dedalo di viuzze deserte, la casa. La sua casa!... Il covile della bestia che si nasconde; un casolare basso in un cortiletto angusto. La casa era chiusa, porta e finestre, tutto chiuso. Busso: nessuno risponde; busso ancra, tre o quattro volte, con un certo turbamento. Finalmente la porticina a pianterreno si scosta, e mi lascia discernere, attraverso a uno stretto spiraglio, una decrepita figura di donna che fissa su di me due occhi pieni di diffidenza.
Riconosco quegli occhi, gli occhi strabici di lui, del mio compagno d'un tempo. Quella  dunque la madre: sua madre!
Attraverso allo stretto spiraglio, le parlo, le spiego; le dico, senza ch'ella apra maggiormente la porta, che ho conosciuto suo figlio, che io e mio fratello siamo stati in collegio con lui. Tento di arrivare al suo cuore, ma urto contro una barriera di ostilit e di sospetto. Le parlo ancora di lui; insisto; le dico che, essendo in Sicilia, a Catania, avevo saputo della sventura, ed ero venuto a cercarla per portarle una parola di compianto e di conforto. Ma ella non risponde, e ripete due o tre volte l'atto di chiudere la porta.
- Io e mio fratello avevamo molta stima di lui... - aggiungo, e non so dir altro.
Preso, non so pi se dalla piet o dalla repulsione, faccio l'atto di allontanarmi.
Allora la madre si pente, mi chiama, mi chiede scusa, mi prende una mano, mi fa entrare nella cucina squallida, dove arde un piccolo fuoco. Stiamo entrambi per qualche attimo in silenzio. Ella, si capisce, ha perduta la capacit di confidarsi, di esprimersi. Ma poche lagrime solcano il suo viso devastato, senza che ella le asciughi, n le nasconda. Forse  la prima volta che il suo cuore si sgela. Io non la interrogo. Racconta. Poche cose. Non impreca contro il destino, non cerca di spiegarlo: piange soltanto, come pu piangere una madre. "Era buono - dice. - non faceva male a nessuno. Lavorava tanto, non aveva vizi. Ha ricevuto pi affronti che Ges sulla croce. Non si  vendicato mai. Di gradino in gradino, cacciato sempre pi in basso, si era ridotto a fare i mestieri pi umili, a non scambiar parola che con me, vecchia ed inferma. Ma non  per questo che  morto. Avrebbe resistito a tutto! Ma... Otto anni or sono mor una mia figlia, lasciando una creaturina che egli raccolse ed a cui si era attaccato appassionatamente. Quella bambinetta era l'unica gioia, l'unico sorriso della sua vita. Non aveva altro, comprende, signore, non aveva avuto mai altro... Per non lasciarle mancar nulla, sgobbava come un facchino, ch, per guadagnar poche lire, egli doveva fare doppio lavoro, e spesso era compensato con beffe e sassate. La bambina lo credeva suo padre e pareva gli volesse bene; io la tenevo custodita e nascosta qui, come si pu nascondere un tesoro, col divieto assoluto di lasciarla avvicinar da nessuno. Ma passarono gli anni, e fu finita! Ella si fece donna, vivace, allegra, correva sulla strada maestra, parlava con questo e con quello: impossibile tenerla prigioniera. Un bel giorno scompare. Il mio povero figlio, disperato, riesce a scovarla e a riportarla a casa. Ma dopo un mese scappa di nuovo. E di nuovo egli la trova e la riconduce qui. Un'altra settimana d'angosce, e se ne va per la terza volta. Ancora, egli la riprende e ritorna con lei. Ma cos inferocita, che gli si ribella apertamente.
- Non sei mio padre - gli dice - e non hai nessun diritto su di me. Quante volte mi riprenderai, tante volte ti scapper.
E come egli, colle lagrime agli occhi, insisteva per sapere perch volesse abbandonarci, di che si lagnava, se avesse un amante, un motivo qualsiasi per non poter pi tollerare la vita in casa nostra, ella gli dice brutalmente in faccia che non vuol pi star qui... perch... aveva saputo.
Era certo un pretesto, signore, una cattiveria inventata l per l per giustificare e per nascondere qualche cosa di peggio... Infatti, dopo, seppi che frequentava da tempo una casa, una contrada... Lei mi capisce, signore... Non so se mio figlio abbia intuito, o se per lui la verit sia stata proprio quella ch'ella gli ha detto. So che fu l'ultimo colpo. Aveva sopportato tutto, ma non questo. La lasci andare. Non pianse, non si lagn, non disse nulla. Ma la notte stessa usc di casa pian piano, senza che io lo sentissi, e all'alba lo trovai appeso a quell'albero l, ormai freddo".
Vi fu un silenzio. Ciascuno di noi, colpito e commosso, seguiva tacitamente il filo del suo pensiero. Infine io dissi, pi per rompere la tristezza di quel silenzio, che per volont d'interrogare:
- Non l'avevi mai incontrato, Giorgio, dacch siete a Catania?
- A dir vero - rispose mio fratello - mi  parso di ravvisarlo due volte in un individuo che mi pass rasente sul Corso e mi fiss, con una strana espressione nello sguardo. Ma erano passati tanti anni... No! - esclam alzandosi di scatto e mettendosi a passeggiare su e gi per il salotto - No! Devo confessare che non sono stato in dubbio un istante: l'ho riconosciuto. Ma qualche cosa pi forte di me mi costrinse a commettere una vigliaccheria. Lo evitai. Rivolsi il capo da un'altra parte. Io non ci credo - prosegu sommessamente, quasi parlando a s stesso - ma che vuoi?... Elena aspetta il bambino...
 IL DRAMMA DELLA SIGNORA X
Chi la guarda passare, vede in lei una donna ancora piacente: alta, florida sulle caviglie sottili; con occhi vivi; bei denti; leggerissimamente dipinta; vestita con sobria eleganza; coi capelli biondi corti, appena un po' scoloriti e come bruciacchiati qua e l.
Questa l'apparenza; la realt  che ha varcato recentemente la quarantina.
La giovinezza  adunque passata; ed  passata anche la maturit, la toccante maturit della donna che  stata bella, lo  ancora, ma sa che presto non lo sar pi, ci che dava alla sua bellezza un senso cos completo come non aveva mai avuto.
Ormai tutto questo  finito. Sguardi d'ammirazione raccolti al tuo affacciarti al parapetto d'un palco, improvvisi silenzi al tuo attraversare un salotto fra gruppi d'uomini, occhiate inquiete e quasi dolenti delle donne, e - cara sopra ogni altra - compiacenza di vedere la tua persona riflessa nello specchio, che risplende e sorride e manda luce "per te sola", su cui gioisci di posare lo sguardo, su cui gioisci mettere un nastro, un fiore, perch ogni piccola cosa su di te brilla come una gemma; bellezza, che fosti anche una compagna; giovinezza, che fosti anche un tormento: addio!
 un po' triste - anche per la donna onesta che abbia dato alla sua vita il contenuto pi puro, -  un po' triste, assistere alla decadenza della propria personalit fisica, su cui si era consapevolmente foggiata la sua personalit morale; vedere alterarsi, deformarsi, sfiorire, le linee, le tinte, del capolavoro che tanto le piacque, che sovra ogni altro le piacque.
Per lungo tempo ella ricusa di rendersene conto, e il suo istinto e la sua volont faticosamente protraggono l'illusione, ma scocca un'ora in cui, per quanto ostinata sia la resistenza, non pu pi rifiutare di accorgersi, non tanto delle avarie del suo fisico, quanto del mutamento di temperatura che le si  fatto dintorno.
S;  inutile negarlo: dacch le sue labbra non sono pi cos fresche e i suoi occhi non pi cos scintillanti, l'atmosfera si  abbassata di qualche grado intorno a lei.
Dianzi, le amicizie, le simpatie, sbocciavano spontanee liete e improvvise sul suo cammino; tutto pareva facile, tutto a lei dovuto; e la vita sembrava un primaverile giardino, creato solo per piacerle, per darle fiori e profumi.
Essere sgarbata, prepotente, capricciosa, le era concesso, una volta; e riceverne in cambio omaggi e schiavit. Intelligenza, bont, riflessione, non le erano indispensabili, allora; ch le bastava, per meritar tutto, esser bella e giovane.
Ora, pare che un velario di nebbia fredda e grigia si sia frapposto fra lei e il mondo sbiadendone i colori; scende il sole; e l'aria del tramonto  singolarmente cruda e spietata.
Dei molti amici d'un giorno, non tutti le son rimasti fedeli, e quei pochi, - che sono tuttavia i migliori, - si permettono talvolta di essere severi, brontoloni o distratti. Per non perderli, ella deve sobbarcarsi qualche piccola fatica di pazienza e di sopportazione. Vecchi estti irragionevoli e crudeli, assistono irritati e spazientiti all'offuscarsi della limpida gemma, e quasi gliene serbano rancore, e si trattengono a fatica dal fargliene rimprovero.
Cos, se un tempo era sciocca e crudele, la trovavano interessantissima; oggi, che il suo spirito ha raggiunto maggior ricchezza, finezza, e facolt di comprendere, le avviene di dire cose profonde e piene di grazia, che cadono in una benevola disattenzione.
E se  vero che anche l'uomo invecchia, incanutisce, e incurva il dorso, egli almeno acquista generalmente coll'et matura una maggiore autorit e una posizione pi alta e pi sicura nel mondo, mentre la donna, per un controsenso crudele, collo svanire della giovinezza vede svanire in gran parte anche il suo potere, di cui l'arma pi forte erano i begli occhi e il color delle chiome.
Cos ; arriva a poco a poco;  l'opera di anni; ma la donna se n'accorge tutto a un tratto.
Dispiace a tutte, ma per taluna il momento  impregnato di maggior malinconia se coincide coll'impallidire di un'altra fiamma, di un'altra luce, che formavano l'essenza stessa della sua vita.
Il figlio, la creatura ch'ella ha formato di s, della sua carne e del suo spirito, a cui era necessaria come il respiro, ed era forse, - pi ancra, - necessario a lei, nell'ora in cui la madre finisce la sua giovinezza, si fa uomo e si allontana.
Prima, a grado a grado, spiritualmente. Da anni la madre si  abituata a vedere e a sentire colla sua creatura, come se insieme formassero un essere solo; e non pensava che sarebbe venuta mai, l'ora del distacco. A un tratto deve rendersi conto che egli pu essere, e sentirsi, profondamente lontano da lei, e diverso. Quegli occhi cos limpidi e vivaci non si fissano pi serenamente nei suoi; quell'anima, che fino a ieri le era chiara ed aperta, si fa ambigua, e le sfugge. Gli anni trascorsi insieme in stretta intimit, non sono valsi a penetrarla completamente, ed  bastato l'impetuoso prorompere della vita per annullarli. Giammai l'occhio della madre si  posato pi ansiosamente sul figlio, ch, le pare di non conoscerlo pi, e tutto in lui le sembra nuovo.
Diciannov'anni: e gi una durezza, un'intransigenza ed una decisione, che la colpiscono come l'inaspettato balenar d'una lama nell'ombra. Con lei  freddo: ha, per amici d'un giorno, d'un'ora, maggiore abbandono e confidenza che con sua madre. Pare difenda da lei qualche cosa: forse la sua personalit, la sua indipendenza spirituale, da un'influenza da cui non si sente ancra completamente liberato.
Con quel volto d'adolescente, sul quale la vita non ha ancra impresso nessuna delle sue terribili unghiate, si atteggia a vegliardo, ricco di esperienza, scettico, provato dalla sventura; e l'autorit materna, anche inespressa, urta ed offende l'orgoglio della sua acerba virilit, smaniosa di affermarsi, insofferente d'aiuto, di consiglio, di protezione.
Forse ella dovrebbe ritrarsi; annullarsi; sbiadire di pi; diventare null'altro che un'umile ombra. Amare e soffrire; ma di nascosto; perch egli non se n'avveda, non s'infastidisca.
Eppure le vuol bene, ed  ancora tanto suo, tanto fanciullo; ma, pi forte di ogni sentimento,  in lui per ora il bisogno di essere libero, e, - per esserlo, - passerebbe spensieratamente sul cuore materno.
A lei, che non attendeva, che non prevedeva, la crisi inevitabile, pare che tutto crolli dintorno. Si sente delusa e tradita; ha il senso di aver mancato la propria vita. Come far, adesso, a vivere?...
Se  intelligente, per non soffrir troppo, per non giudicare severamente, cercher di comprendere, di adattarsi.
(Ancra lo guarda, lo scruta, col pi appassionato sguardo dell'anima; egli ha fretta, e non si volta per accorgersi del suo soffrire).
Ed ella, dominando il suo turbamento, penser: "Hai creato una creatura tua, diversa da te. Ha le sue passioni; le sue preferenze, la sua volont, le sue idee, che non sono, e non possono essere, le tue.  pi debole di te, e pi forte. Ti sta indietro, e ti supera. Pu sentirsi in qualche istante quasi straniero a te, e nemico. Lascialo libero. Non pesare sulla sua vita. Godi la sua presenza, finch egli ti fa questo dono".
Ma effimero  il dono, perch anche colla presenza il figlio vuole e deve presto staccarsi dalla madre. Appena le ali sono abbastanza forti, spicca il volo, e se ne va. La luce del tramonto non pu appagare la giovinezza. Ella si compiace della penombra. Egli ha bisogno del pieno sole. L'anima di lei pu accontentarsi di un piccolo chiuso giardino; egli ha bisogno di vastit, di altezze, magari di tormenti e di ferite.
Pi tardi, molto pi tardi, penser forse con nostalgia al piccolo chiuso giardino; alla sua pace, al suo silenzio, alla sua dolcezza; ma non oggi: oggi, quei sentieri di cui ogni svolta gli  nota, quei simulacri di vecchie statue nell'ombra, quell'ordine, quell'immobilit, non trovano nessuna eco di tenerezza nel suo animo, anzi gli destano impeti quasi cattivi d'insofferenza e di ribellione.
Le due strade adunque, - quella della madre e quella del figlio - a una data ora divergono profondamente, ed un fiume possente le separa. Dall'opposta riva tenta la madre di seguire il suo caro cogli occhi e col passo, ed egli, se  buono, sul principio si volta di tanto in tanto a guardarla, a farle un cenno amichevole di saluto e di incoraggiamento.
Ma la distanza fra i due viatori si fa sempre pi grande, ed il fiume che li sepra sempre pi largo e possente. La malinconia vela l'occhio di colei che ha il passo pi tardo; ella  stanca, e rallenta; egli corre; e fra le sue chiome scherza il vento e i suoi occhi scintillano.
Fortunata colei che in quest'ora ha al suo fianco il compagno: anche se nella loro esistenza in comune  mancata la rara felicit di un accordo completo e profondo, anche se fra di loro furono lunghi periodi di gelo e d'incomprensione, la donna istintivamente si riaccosterebbe oggi a lui, con un risveglio e un bisogno di tenerezza, sentendo che, malgrado tutto, egli  l'unico amico che possa comprenderla e compatirla.
Ma se  sola, se i suoi passi risonano nella casa deserta come in un abbandonato tempio crollante, questa  l'ora pi triste, pi pericolosa, nella vita della donna; l'ora in cui anche quella che  stata brava e forte in giovent, avverte nella tempra del suo acciaio come un'incrinatura, un segno di debolezza.
 l'ora degli errori, dei rimpianti, delle leggerezze: molti dei quali hanno come determinante non gi un temperamento squilibrato o un tardivo scatenarsi d'istinti, ma il disorientamento, lo smarrimento, in cui si trova colei a cui pare di aver perduto, in un giorno solo, tutto quello che possedeva.
Dramma?
S; dramma. Non tutti quelli a cui si d questo nome sono costituiti da fatti violenti, e tragicamente luttuosi. Ma ben s da cose normali, quotidiane, semplicissime; talvolta piccolissime; che avvengono naturalmente, placidamente: cos. Perch cos ; perch cos dev'essere; perch la vita, perch l'umana natura.
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FINE.